Intervista: Un’Impresa Impossibile

Il libro di Riccardo Lorenzetti è un bel viaggio nel calcio colmo di valori e sensazioni ben diverse da quello mediatico e maggiormente seguito, con il merito di portare o riportare il lettore nel clima di quello che solo per la categoria è un calcio “piccolo”. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Che esigenza hai voluto colmare con la realizzazione di questo bel libro?

“Un’impresa impossibile” è un’opera dal respiro piuttosto ristretto, perchè muove e sviluppa i suoi temi in un territorio molto circoscritto: le province di Siena e di Arezzo, dove negli ultimi quaranta-cinquant’anni ho contato almeno venti realtà calcistiche che hanno costituito veri e propri fenomeni epocali. Squadre quasi leggendarie, capaci di memorabili cicli vincenti, costituite da calciatori dei quali si è quasi perso il ricordo. Ma che, per gli sportivi di una comunità, e di un intero territorio, hanno avuto quasi la stessa importanza dei campioni del calcio nazionale o internazionale.  Si parla delle categorie dilettanti, ovviamente. Ma non bisogna dimenticare l’importanza che il calcio locale, e i suoi eroi, hanno rivestito nella storia. E come, attraverso di essi, si possa interpretare il passato, ed i cambiamenti che la società ha conosciuto. E mi sono reso conto che tutte queste storie, per quanto belle, si stanno irrimediabilmente perdendo. Una specie di effetto  “lacrime nella pioggia” alla Blade Runner. Piccole, straordinarie epopee sportive, delle quali rimangono solalcune fotografie ingiallite, e un paio di aneddoti che qualcuno di memoria più ferrata riesce confusamente a tirar fuori. “Un’impresa impossibile” si pone questo obiettivo, per quanto altissimo. Quello di diventare (almeno per la zona di ) un documento di importanza addirittura storica.

Nella sua realizzazione hai provato più orgoglio per quanto visto e vissuto o nostalgia per epoche e situazioni passate?

Orgoglio. Soprattutto quando qualche assessorato mi comunica  che il libro è entrato a far parte di biblioteche comunali, o di archivi istituzionali. E’ il segno tangibile che l’ esigenza è stata avvertita, e che anche lo sport è ormai entrato a far parte del patrimonio storico, della memoria di un territorio, e di una comunità. Anche nostalgia, certamente… Il libro racconta storie di un calcio che era capace di coinvolgere interi paesi, o cittadine. Centinaia, e talvolta migliaia di persone che deliravano per undici ragazzi (quasi sempre del posto) che vincevano un campionato di seconda, o terza categoria. Quel mondo non esiste più. Adesso le realtà dilettanti coinvolgono pochissimo, a parte qualche eccezione; e di gente nei campi sportivi di provincia ce n’è sempre di meno. Nel giro di 15-20 anni, è praticamente sparito un mondo.

Come desineresti il concetto di vittoria nel contesto del calcio “piccolo”?

La vittoria era una specie di fiore all’occhiello di una comunità, che aveva forte e radicato un sentimento di appartenenza. E quindi sapeva immedesimarsi in una squadra di calcio, e al tempo stesso provava orgoglio per una bella esibizione della banda musicale, per la programmazione della sala cinematografica, per una festa ben organizzata e per tutte quelle cose che miglioravano la qualità della vita di una cittadina, accrescendone contemporaneamente il prestigio agli occhi dei vicini. Stiamo parlando di un mondo, infatti, dove non esisteva la televisione così come la concepiamo adesso, ed anche il concetto di mobilità non era quella attuale, dove ogni scusa è buona per l’weekend nel b&b, o per una giornata a Ikea. La vita si svolgeva esclusivamente all’interno del paese, ed era giocoforza “inventarsela” giorno per giorno: per renderla bella ed emozionante, quindi, la gente si impegnava. Partecipava, si dava da fare… Ed ogni tipo di affermazione, soprattutto sportiva, diventava  qualcosa che ti apparteneva, e ti coinvolgeva nel profondo.

In Italia si tratta spesso il campanilismo come un fattore negativo, mentre nelle vicende raccontate è associato positivamente ad orgoglio e senso di appartenenza: esiste una via di mezzo? 

Stiamo parlando della Toscana più profonda, e quindi nelle storie che racconto è abbastanza normale che emergano contrasti talvolta aspri, se non addirittura feroci. Il cosiddetto “campanile” era un sentimento assolutamente presente, ma che ognuno coniugava a suo modo, all’interno di un microcosmo dove c’erano paesi fortemente, ed orgogliosamente, attaccati alla propria identità, ed altri dove il sentimento si configurava in maniera più blanda. Di sicuro, nel concetto più ingenuo di “campanilismo” rientrava anche il concetto ancestrale di “segnare il territorio”: ed era il motivo che ispirava quella sensazione di violenza che avvertivi, a pelle, in molti campisportivi. Luoghi che diventavano tristemente famosi per risse da far-west, per squalifiche a vita, invasioni di campo e per tutti quegli atteggiamenti che poco avevano a che fare con il fair-play e molto con il codice penale.  Ovvio che di queste cose non abbia nessunissima nostalgia. Riconosco, però, che quel calcio smuoveva un sacco di gente, e fatalmente si portava dietro tutti gli istinti che può produrre una passione. Oggi il Far-west si è spostato nei campionati giovanili: ma non è una questione di passione… Semplicemente, ci si picchia tra Genitori, sulle tribune, per difendere l’onore del proprio figliolo. E quindi, di noi stessi… E anche questo è un segno dei tempi.

Il calcio dilettantistico rappresenta ancora l’ambito nel quale si possono vivere le vere emozioni del calcio? 

Il calcio dilettanti ha definitivamente perduto la guerra che il professionismo gli ha scatenato contro negli anni 90. Gli anni della nascita della Pay-Tv, della Champions League al posto della vecchia Coppa dei campioni. Dei tre punti per vittoria e delle varie modifiche al regolamento che hanno cambiato l’antropologia stessa del gioco. Furono invenzioni di quell’epoca per rendere irresistibile il prodotto-calcio, che voleva triplicare i fatturati e non si accontentava più dell’incasso domenicale al cosiddetto “botteghino”. Fu la televisione a mettere sul divano, la domenica pomeriggio, tutto quel tipo di pubblico che fino allora aveva seguito con passione la squadra locale di prima categoria, magari con la radiolina incollata all’orecchio. Quel tipo di pubblico che poi, si è accomodato sul divano e non si è più rialzato… Ma questo è un discorso che non vale solo per il calcio, e che ci porterebbe fin troppo lontano.

Questo anche con tutte le difficoltà volte a trovare squadre disponibili e a comporre i relativi gironi, come capita da qualche anno? 

Quelle sono difficoltà sulle quali intervengono molti fattori. Non ultimo, per un semplice fattore numerico. Se il Borgorosso football Club, putacaso,  veniva seguito da cinquecento persone, era abbastanza semplice trovare qualcuno,  tra quelle cinquecento, disposto a segnare il campo con il gesso, a mettere in ordine le maglie, a pulire gli spogliatoi, a fare da cassiere per i biglietti d’ingresso e a svolgere tutte quelle mansioni di minuto mantenimento che sono il cuore di una piccola squadra di calcio. Se però quelle persone, da cinquecento si riducono a cinquanta, e poi a venti (perché l’emorragia che ha colpito il calcio dilettanti ha, più o meno, queste proporzioni) diventa difficile tirare avanti anche la più elementare, ordinaria amministrazione. Che poi non è nemmeno tanto ordinare amministrazione, Perché le spese aumentano, le entrate diminuiscono e quel tratto tipicamente naif che potevi permetterti fino a qualche decennio fa, oggi non è più consentito… E basti vedere lo scrupolo con le quali anche le società di terza categoria stiano osservando, per esempio, i protocolli covid. E poi ci sono i numeri che riguardano i praticanti. Quei ragazzi che, spesso, non sono disponibili al livello di impegno che richiede oggi un qualsiasi campionato di seconda categoria, dove ci si allena due, se non tre volte alla settimana. E alla soglia dei diciotto anni sono già ex-calciatori.

Nel libro sostieni come la pay tv abbia “imborghesito” lo spettatore, facendogli preferire la poltrona alla tribuna: vi sono altre cause in tal senso?

La pay-tv, è stato il cavallo di troia dell’offensiva scatenata dal calcio cosiddetto moderno. Che da sport è diventato business, si è illuso di aver scoperto la gallina dalle uova d’oro e non si è più fermato. L’ape TV, d’accordo, poi i diritti televisivi, la legge Bosman, il cosiddetto merchandising e adesso la Superlega. Ma tutto questo nulla avrebbe potuto contro il sentimento di appartenenza che fino all’altro ieri ha caratterizzato la vita dei centri più piccoli. La società è cambiata, si è standardizzata negli usi e nei costumi: si esce poco di casa, non si frequenta il bar, spesso si fa fatica a riconoscere persino il dirimpettaio al quale, una volta, lasciavi in custodia persino le chiavi di casa. E senza questo sentimento di appartenenza, di comunità, sono crollate tutte quelle istituzioni delle quali parlavamo prima

Quanto conta la vicinanza e la complicità tra giocatori e pubblico nel renderle un calcio apparentemente “piccolo” straordinariamente “grande”?

Non è soltanto la vicinanza. Scrivendo “Un’impresa impossibile” di quanto una tale squadra di calcio abbia inciso sulla storia di un paese, o di una cittadina, arrivando a connotare un periodo storico… l’importanza del Foiano in serie D per la Valdichiana degli anni 70, o del San Quirico che gioca lo spareggio con il Grosseto, per la Valdorcia degli anni 90. Il Siena del 1985 allenato da Ferruccio Mazzola, specchio di una città ricca, ma ancora frugale, o l’incredibile storia della leggendaria Somintra nel Trasimeno dell’immediato dopoguerra. Per rendersi conto di come il calcio sia stato solo un pretesto per scrivere, in realtà, una roba dove dentro c’è il costume, la sociologia, l’antropologia, la storia tutto quello che riguarda il vivere degli uomini. In questo senso, lo ritengo il libro più riuscito.

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