Intervista: C’Era Una Volta la Coppe Delle Coppe

Con la consueta competenza Vincenzo Paliotto ripercorre la storia della mitica Coppa delle Coppe riportando alla mente squadre e calciatori protagonisti, condendo il tutto con particolari ed aneddotti di sicuro interesse. Ne abbiam parlato con l’autore.

É la nostalgia per una Coppa affascinante che ti ha spinto a scrivere il libro?

La nostalgia senza dubbio mi ha spinto a scrivere questo libro per ricordare una competizione molta bella che riserva emozioni e la bellezza per un calcio che non c’è più. Ma commista anche ad un po’ di rabbia, in quanto adesso chi amministra il calcio non sa niente di calcio o meglio fa finta di non volerne sapere. Estinguere la Coppa delle Coppe è stato un delitto.

È corretto considerarla la se o da coppe europea per importanza dopo la Coppa dei Campioni e prima della Coppa UEFA?

In qualche modo è corretto, in quanto le gerarchie ufficiali insomma volendo erano quelle. Anche se la Coppa UEFA in realtà poi sul campo era ancora più difficile da giocare e da vincere.

Nel tuo copioso lavoro di ricerca c’è qualche fatto o dato che ti ha sorpreso riguardo il torneo?

Il lavoro di ricerca in effetti è stato copioso. I fatti più particolari riguardano in qualche modo soprattutto le squadre meno note che giocano la Coppa delle Coppe pur militando in seconda divisione o addirittura in terza divisione. Affascinanti sono le storie delle gallesi Wrexham, Cardiff City, Bangor City e Newport County su tutte. Il Wrexham pur giocando in terza divisione arrivò un anno ai quarti. Ma poi ci sono le belle eccezioni legate al nome dell’Atalanta oppure a quello del Nimes, a quello del castilla, o a quello ancora del Rops Rovaniemi, finlandese che arrivò ai quarti giocando le ultime gare casalinghe a Bari in quanto avevano il campo ghiacciato.

C’è il percorso di una squadra nella Coppa delle Coppe che ti ha particolarmente affascinato?

Sono particolarmente affascinato dal Carl zeiss Jena del 1980/81 che arrivò in finale ma che non vinse. Ma che nel corso del torneo eliminò squadre molto forti come la Roma, il Valencia di Kempes detentore del trofeo, il Benfica ed il Newoprt County, soffrendo tanto con la squadra complessivamente più debole. Anche se mi affascina molto lo Slovan Bratislava del 1969, che puntò alla vittoria nonostante la “Primavera di Praga di qualche mese prima, giocando la competizione in difficoltà e con un organico ridotto. 

Quanto le trasferte aldilà della Cortina di Ferro hanno attribuito fascino alla Coppa delle Coppe?

Direi molto. Perchè giocare sul campo del Gottwaldow Zlin contro un giovane Zdenek Nehoda è qualcosa di unico, Così come a Zwickau all’ombra di una gigantesca torre sul terreno del Sachsenring. Oppure a Stara Zagora sul terreno del Beroe e del temibile Peto Petkov che spazzò via l’Athletic Bilbao, oppure a Magdeburgo o a Lipsia contro la Lokomotive e non contro gli odiati della Red Bull. Per non parlare dell’SKA Rostov o della Dinamo Tblisi e della Dynamo Kiev. Si viaggiava verso luoghi lontani e quasi si avevano la speranza che il sorteggio accoppiasse quelle squadre ad una italiana.

Nel tuo libro dedichi giustamente spazio all’Anderlecht degli anni’70: ritieni che tale compagine sia un po’ troppo spesso sottovalutata o trascurata?

Ritengo effettivamente l’Anderlecht di quel periodo sicuramente una squadra da annoverare tra le grandi del calcio europeo. Tre finali consecutive con due vittorie e due vittorie in Supercoppa Europea. Una grande squadra con gente su tutti come Rensenbrink, Haan, Franky Van der Elst e gli altri. Anche un po’ aiutati e fortunati in verità, come nella finale contro il West Ham del 1976 in cui trovarono l’aiuto di un certo Wurz, un francese che i veronesi maledissero nel 1985 nella loro sfida alla Juve in Coppa dei Campioni. Però, sapevano fare calcio e fare acquisti in terra olandese soprattutto.

Qual è la tua opinione sulla Dinamo Kiev di Valeri Lobanovski e che ruolo ha avuto il Colonnello nello sviluppo del calcio mondiale?

Ecco la Dynamo Kiev è una squadra che vinse ben due edizioni ma senza contare sui favori arbitrali. Anzi forse furono di più i torti che subì nel corso della storia. Nel ’75 e nel 1986 Lobanovsky vinse due edizioni strepitose, segnando caterve di gol e giocando in maniera straordinaria. Lobanovsky fu un maestro che rese il calcio sovietico altamente competitivo, anche se forse i risultati raccolti con la nazionale furono al di sotto delle aspettative e delle potenzialità. Un precursore che l’Occidente ha tentato di smunuire senza riuscirci. Il Colonnello ha fatto praticare alle sue squadre un calcio senza dubbio avveniristico.

Ti chiedo un giudizio sulla nuova Conference Cup e se si sarebbe potuto rinverdire i fasti della Coppa delle Coppe quale terzo trofeo europeo.

Purtroppo secondo me la Conference Cup non ricalcherà le orme della Coppa delle Coppe. Speriamo che io possa sbagliarmi, ma la Coppa delle Coppe rimane al momento un ricordo e chi potrebbe di fatto rievocarla non lo fa.

Ci puoi anticipare qualche tuo progetto futuro?

Ci sono due o tre progetti in elaborazione forse, ma credo che deciderò con il mio editore. Al momento valuto e vi farò sapere il prima possibile.

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