Intervista: Storia D’Italia, Del Calcio E Della Nazionale

Con la consueta competenza Mauro Grimaldi ci regala un’ampia analisi dei primi cent’anni di calcio in Italia, mettendo in stretta correlazione lo sporto al tessuto sociale e politico della nostra nazione. Ne abbiamo approfondito i temi con l’autore.

Calcio, società e politica si intrecciano e si condizionano da sempre: esiste un interpretabile rapporto di cause effetto tra queste tre dimensioni?


Non dimentichiamo che il football moderno arriva in Italia all’indomani dell’Unità d’Italia sulla scia della Rivoluzione industriale e si inserisce in quella voglia e bisogno di rinnovamento che scuote la nuova Italia che vuole affrancarsi dai vecchi schemi risorgimentali e aristocratici. Lo sport, fino ad allora, era stato per lo più una questione riservata all’aristocrazia e alla ricca borghesia escludendo dalla pratica fasce della popolazione meno ambienti, le quali di conseguenza erano lontane anche emotivamente. Il calcio ha invertito questo rapporto e coinvolto le masse in prima persona, non solo nella pratica sportiva ma anche in una simbiosi emozionale e nell’esaltazione di una identità territoriale. Questi elementi, uniti insieme, nel tempo, hanno trasformato il calcio in qualcosa con un contenuto altamente identificativo in grado diinfluenzare, come intuì il fascismo, le grandi masse. Ed è proprio nel ventennio che questo rapporto tra calcio, società e politica si afferma con forza e, paradossalmente, diventa strumentale agli obiettivi del Regime tra cui, non ultimo, quello del consenso. Gli stadi diventano grandi contenitori per la
veicolazione dell’ideologia fascista. Se a questo aggiungiamo i forti valori nazionalistici propri di quel periodo, possiamo capire come la Nazionale divenne per tutti una grande icona per trasferire anche all’estero il prestigio del nuovo corso vincente dell’Italia fascista. Non è stato un caso che il regime
abbia fortemente preteso l’organizzazione della seconda edizione del Campionato del Mondo che di fatto ha aperto gli occhi a tutti di come lo sport potesse essere un veicolo formidabile per la politica, tanto che Hitler, due anni dopo, trasferì questi concetti, seppure con modi pagani e razzisti, nelle Olimpiadi di Berlino del 1936. Per fare un esempio più recente, visto che in qualche modo mi ha visto protagonista, mi piace ricordare un aneddoto del 1982. All’epoca lavoravo nella Segreteria di Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio. Il suo Governo, quell’estate, era in piena crisi attaccato ai fianchi dai socialisti di Craxi e dai democristiani di De Mita. Ebbene, quella vittoria al Mondiale di Spagna fece di fatto slittare la crisi di Governo alla fine dell’estate in quanto fu reputato inopportuno avviare una crisi in un momento storico dove l’intera Nazione aveva recuperato quell’orgoglio nazionale e il mondo ci guardava con ammirazione e invidia. Potremmo fare
altri mille esempi ma la cosa che è importante sottolineare è che la simbiosi tra calcio e società – e mi riferisco anche agli aspetti economici, del mondo del lavoro, del sociale, della comunicazione – è tale che nessun settore, politica compresa, oggi può fare a meno di lui.

Come ha organizzato il copioso lavoro di ricerca necessario per un’opera
di tale complessità? Resta qualche lato oscuro ancora da chiarire?


In realtà è un percorso iniziato alla fine degli anni Novanta. All’epoca ero Segretario Generale della Lega Nazionale Dilettanti, forse la Lega più a contatto con la realtà quotidiana, e rimasi affascinato dalle storie delle varisocietà che si sovrapponevano e viaggiavano a braccetto con la storia del territorio. Storie che erano diventate parte integrante della vita delle persone e della cultura collettiva. Quindi iniziai ad interessarmi al fenomeno storico e sociale cominciando ad accumulare libri, riviste giornali sul calcio che ho divorato e dopo trasferito in diverse pubblicazioni storiche circoscritte a singoli temi o personaggi. Adesso ho deciso di scrivere una sorta di opera antologica recuperando tutto questo lavoro. È evidente che le ricerche storiche sono sempre lacunose e di lati oscuri da chiarire ce ne sono molti. Quello che mi incuriosisce, ma probabilmente è una mia fantasia, è capire se l’OVRA – la polizia segreta del fascismo – sorvegliasse il “calcio” e anche i calciatori e lo staff della Nazionale, a parte Eraldo Monzeglio che era di casa presso la famiglia Mussolini e credo, almeno nel 1934, fosse l’unico con la tessera del PNF in tasca. Forse anche Attilio Ferraris. Non sono riuscito però a trovare questa documentazione nell’Archivio di Stato dove di contro ho trovato ampia documentazione su Leandro Arpinati – tanto che ho scritto un saggio su di lui e che a breve vorrei riproporre in versione aggiornata – ma la sua è una storia che ha forte connessioni tra sport e politica. Uno storico spera sempre di trovare delle sorprese tra la documentazione che esamina che non trovi certo nelle
riviste. Ad esempio, nel mio libro ho ricostruito tutta la corrispondenza diplomatica tra CONI, Federazione e Ministero degli Interni con alcuni Stati esteri tenuta nella fase organizzativa del Mondiale, attraverso documenti esaminati nell’Archivio storico del Ministero degli esteri. Insomma, le fonti sono tante, basta saperle trovare e questa è la difficoltà maggiore.

Il calcio italiano è quasi sempre dominato dalia squadre dal Nord, salvo appunto sporadiche eccezioni: è in parte un retaggio della situazione economica e sociale di inizio XX secolo?

Come ho detto prima il football moderno arriva in Italia sulla scia della Rivoluzione industriale. Arriva in un momento storico in cui l’Italia è una nazione solo sulla carta con enormi differenze sociali e culturali tra Nord e Sud. Anche nell’ambito dello stesso Nord ci sono situazioni diverse, dove il Nord ovest, storicamente, è sempre stata l’area più recettiva ai nuovi influssi europei ed in particolare quelli anglosassoni, soprattutto per recuperare il GAP con il resto dell’Europa. In sostanza regioni come Liguria, Lombardia e Piemonte
erano le uniche in grado di confrontarsi con il nuovo modello sociale che la Rivoluzione inglese stava imponendo. Non solo, ma la loro propensione verso il moderno, verso la rottura dei vecchi schemi era molto forte. Non dimentichiamo che a Genova, oltre alla presenza di uno dei più grandi porti commerciali del Mediterraneo, era attiva anche una delle più importanti Borse di scambio italiane che favoriva le transazioni economiche e commerciali con gli inglesi. Questi territori, quindi, si dimostrarono la base ideale per assorbire
tutte le novità che il nuovo vento anglosassone portava con sé e il calcio, sport moderno e “scapestrato”, è una di queste. Poi dobbiamo aggiungere un ulteriore aspetto che è quello della diffusione del calcio non riconducibile alle comunità inglesi o ai marinai dei mercantili anglosassoni che improvvisavano partite sulle
banchine dei porti. Quelli era fenomeni localizzati. La vera diffusione del calcio nell’Italia del Nord è riconducibile alle società di ginnastica che aprirono delle sezioni di football moderno dando vita ad una importante attività. All’epoca la Federazione Ginnastica era quella che aveva una delle rappresentanze più
capillari in quel territorio con 90 società. Uno dei suoi uomini di riferimento, Francesco Gabrielli, che fu tra i primi a portare in Italia le regole della Football Association, aveva tentato di introdurre il calcio peersino nelle scuole, il che rappresentava una novità assoluta. Dico questo per sottolineare il know-how che il football moderno aveva già maturato al nord rispetto al sud e per questo intendo una maggiore esperienza, crescita tecnica, modelli gestionali collaudati.
Più in generale il sistema sociale del sud, rispetto a quello del nord, aveva un ritardo strutturale enorme e questi ritardi coinvolsero inevitabilmente anche il football moderno a dimostrazione che il calcio ha sempre mutuato i suoi processi di crescita dai modelli sociali con cui si è confrontato. Una distanza che, almeno nel calcio, il sud riuscirà a colmare in parte solo attorno alla metà degli anni Trenta (mi viene in mente la Roma di Guaita) con il girone unico e solo dopo mezzo secolo, sempre con la Roma, riuscirà a spezzare,
momentaneamente, l’egemonia degli scudetti fino ad allora sempre conquistati dai club del nord.

C’è una data o un avvenimento che segna la fine dell’era pionieristica del
calcio italiano?

Secondo me c’è sia una data che un avvenimento. La prima grande svolta del calcio è riconducibile al 1926 con la “Carta di Viareggio” e alla grande riforma guidata da Leandro Arpinati. Il calcio con il fascismo – ma non subito – si avvia verso un modello più moderno, al passo con i tempi e con la maturità che il calcio aveva acquisito dai suoi primi passi dalla fine del XIX secolo. A metà degli anni Venti il calcio è già una realtà importante e il fascismo, intuendone le grandi potenzialità, capisce che bisogna fare ordine. Non sono più accettabili i continui litigi interni, i contrasti tra le varie componenti che avevano portato addirittura ad una scissione nel 1921. L’ultimo contrasto, quello degli arbitri con la Federazione, è la goccia che fa traboccare il vaso. Serve ordine nelle gerarchie, nei ruoli, nei regolamenti, insomma serve una grande riforma tesa
anche a valorizzare il prodotto calcio. Ed ecco che il regime si appropria del calcio cancellando le libertà democratiche e imponendo ai vertici delle figure legate al Partito, come Leandro Arpinati, allora Vicesegretario del PNF e in odore di diventare Podestà di Bologna, dove aveva costruito il Littoriale, uno
degli stadi più moderni d’Europa. I nuovi vertici del calcio, adesso, hanno le mani libere di decidere. Arriva allora, tra l’altro, la distinzione tra dilettanti e non dilettanti, chiarimenti sui rapporti economici e trasferimenti, la riforma del settore arbitrale e soprattutto, di lì a pochi anni, nel 1930, il girone unico che finalmente valorizza i grandi club e di conseguenza il prodotto (tema che era stato il maggior motivo di contrasto tra grandi e piccoli club). Contestualmente prende il via la grande politica dell’impiantistica sportiva con la costruzione di circa 2500 stadi di calcio in tutta Italia. La ciliegina sulla torta è la riorganizzazione della Nazionale prima con Augusto Rangone, che conquista il primo importante trofeo del nostro calcio con la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, poi dopo una breve parentesi con Carlo
Carcano, nel 1929 arriva Vittorio Pozzo che già nel 1930, con la splendida vittoria a Budapest contro l’Ungheria per 5 a 0, conquista la Coppa internazionale a cui faranno seguito due mondiali, una olimpiade e un’altra coppa internazionale. Ormai gli stadi sono pieni, l’Italia del calcio è sul tetto del mondo, insomma il gioco è fatto e tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Solo la follia della guerra metterà fine a quest’epoca d’oro del calcio italiano che impiegherà trent’anni primo di conquistare un altro importante titolo, il
campionato europeo nel 1968.

In era prefascista i governi in essere hanno sottovalutato il potere sulle masse del calcio?

Fino al 1920 il calcio non era un fenomeno attenzionato alla politica. Bisogna considerare che c’era stato, dal 1915, un fermo forzato dell’attività a causa della guerra che riprese solo nel 1920. Nell’Italia degli anni Dieci siamo ancora in un’era poco più che pioneristica. È vero, sono gli anni della Pro Vercelli che stimola l’immaginario collettivo con le sue vittorie ma ancora il calcio era uno sport di nicchia. Secondo una classifica della Gazzetta dello Sport, rispetto alle altre discipline, il calcio occupava attorno alla quindicesima posizione
nell’interesse del pubblico. E in un’Italia concentrata a completare la sua Unità, la guerra, l’interventismo, la caduta dei governi liberali il calcio era l’ultimo dei problemi.

In molte occasioni Vittorio Pozzo sembra accettare l’incarico di Commissario Tecnico quasi per dovere verso la patria: si sentiva forse più giornalista che allenatore?


Vittorio Pozzo è una figura molto particolare e nonostante che il suo ruolo durante il regime sia stato stigmatizzato dalle correnti di pensiero del dopoguerra, io sono convinto che pur essendo un uomo del suo tempo, non era un fascista ma un uomo dai forti valori nazionalistici. Ed è appunto sulla base di
questi valori, da cui è stato sempre mosso e che ha trasferito ai propri calciatori, che si è reso disponibile sia alle esperienze dei primi anni del 900 con Commissario Unico alle Olimpiadi, sia con la Nazionale maggiore. La figura di Pozzo è sempre stata quella di massimo riferimento, sin dagli albori, del calcio italiano e segna, in modo indelebile, i primi cinquant’anni della sua storia. Dico massimo riferimento perché quando la Federazione non sapeva che pesci prendere ecco che si rivolgeva a Pozzo. Lo ha fatto nominandolo Segretario della Federazione nei suoi primi passi, lo ha fatto facendosi rappresentare per la prima volta ad un congresso della FIFA (Pozzo parlava quattro lingue), lo ha fatto quando si trattava di avviare progetti importanti come la riforma dei campionati nel 1921, lo ha fatto quando serviva un mediatore con le altre
federazioni, lo ha fatto quando si trattava di mettere qualcuno in panchina per rappresentare l’Italia alle olimpiadi e lo ha fatto quando c’è stato bisogno di qualcuno che desse una svolta decisa alla nostra Nazionale. Non fu facile convincerlo e Arpinati, a cui era difficile rifiutare qualcosa, fu quasi costretto ad usare le maniere forti, Va detto che Pozzo non volle mai un soldo dalla Federazione se non i rimborsi per i viaggi, che lo liquidò dopo venti anni, nel 1948, con un piccolo appartamento di tre camere e cucina. A lui bastava lo stipendio da dirigente della Pirelli a cui non chiese mai congedi straordinari ma sfruttò, finché possibile, le ferie a sua disposizione, a parte casi molto particolari. Pozzo però, era anche il cantore di quel calcio dalle pagine de La Stampa e del Calcio illustrato, un mestiere quello di giornalista che continuò a svolgere fino alla sua morte nel 1968. Quindi se devo rispondere alla domanda se Pozzo si sentisse più giornalista o allenatore, rispondo che si sentiva unuomo di calcio a 360 gradi.

Crede che la sua fedeltà al Metodo abbia influito la futura evoluzione tattica del gioco all’Italiana?

Ogni epoca storica è diversa e ogni evoluzione sociale, tecnologica e, nel nostro caso, tattica è il frutto del cumulo delle esperienze maturate. Sicuramente il Metodo ha rappresentato un passaggio fondamentale nei processi tattici del calcio in Italia. Almeno dal mio punto di vista il Metodo era lo schema tattico ideale per il nostro modo di fare calcio negli anni Trenta, per quella Nazionale e quei calciatori. Uno schema che Pozzo ha valorizzato e migliorato nel tempo, che ha resistito per un ventennio e con cui ha vinto tutto. La sua Nazionale era una macchina perfetta, anche se lenta, fatta di molti gregari e pochi fuoriclasse, ma era una macchina perfetta, equilibrata in tutti i reparti. L’unico a pagare questa “imperfezione controllata” fu forse il più grande fuoriclasse degli anni Trenta – almeno secondo me – cioè Fulvio Bernardini. Troppo avanti rispetto a
quel calcio metodico e privo di fantasia e questo Pozzo lo aveva capito e fra l’alternativa di mandare a casa tutta la squadra o un unico giocatore, mandò a casa Bernardini. Poi, con il tempo, come tutte le cose, il Metodo, implose su sé stesso superato dal genio di Chapman e dal Sistema. Lo scontro finale a Torino,
nel 50° anniversario della FIGC nel 1948 – con gli inglesi che sconfissero gli azzurri 4 a 0 – segnò la fine di Vittorio Pozzo sulla panchina azzurra (a parte una breve appendice alle Olimpiadi di Londra) e del Metodo.

Quanto l’ingerenza fascista ha influito sui successi della Nazionale? Ci sarebbe stata a suo avviso una reiezione dei protagonisti in caso di insuccesso?


Rispondo prima alla seconda parte della domanda. No, non siamo in Corea del Nord. Chiariamo subito una cosa. A Mussolini non piaceva il calcio o almeno non era un appassionato. Il suo rapporto con il calcio era funzionale all’immagine del Paese e certo le vittorie gli facevano piacere. Gli uomini di riferimento erano altri. Gli Arpinati prima e i Vaccaro poi, gli Starace, Giovanni Mauro, Barassi e nessuno di loro si è mai posto nei confronti della Nazionale in maniera vendicativa anche perché, tra l’altro, quella Nazionale non gliene diede mai occasione. Scherzo, naturalmente. In ogni caso non era sicuramente quello l’atteggiamento della dirigenza calcistica fascista che è stata sempre molto disponibile e collaborativa. Di conseguenza più che
ingerenza, come ho già evidenziato, c’è stata attenzione e programmazione.
Voglio dire che nulla era a caso o improvvisato. L’impatto del fascismo sullo sport è stato fondamentale per i successi di quegli anni. Non solo palestre e stadi, ma anche regole, formazione, capacità organizzativa. Questo per dire che i risultati ottenuti non sono frutto di improvvisazione o del caso ma derivano da un progetto preciso dove lo Stato è intervenuto in prima persona non lesinando risorse economiche. Uno Stato che era già intervenuto sul tempo libero degli italiani con l’Opera Nazionale Dopolavoro e sulla formazione scolastica con la Riforma Gentile e l’Opera Nazionale Balilla, dove lo sport era uno degli strumenti principali di coesione e valorizzazione dei valori nazionalistici di quell’Italia.

Qual è stato per lei l’impatto del calcio di matrice danubiana sull’evoluzione del gioco?

Sappiamo che i due moduli di gioco maggiormente utilizzati negli anni Trenta erano il Sistema, ideato dal britannico Herbert Chapman e il Metodo, sviluppato da Vittorio Pozzo. I due, assieme a Hugo Meisl, guru del calcio austriaco, facevano parte di un gruppo ristretto di cultori del calcio che periodicamente si
incontravano nei loro viaggi in Europa, scambiandosi idee e informazioni. Quel gran furbone di Meisl, in sostanza, fece una sintesi dei due schemi tattici e diede vita ad un nuovo schema tattico più dinamico, fondato sul possesso di palla, giocata sempre a terra con una fitta rete di passaggi. In sostanza Meisl aveva immaginato e applicato un rapido cambiamento nella disposizione dei ruoli in campo a seconda delle fasi di gioco ed ebbe la fortuna di trovare dei grandi interpreti del suo gioco, dando vita al famoso Wunderteam austriaco. Il suo impatto, a mio parere, non lo vedo tanto sugli schemi già consolidati in Europa, Italia e Inghilterra in particolare, quando sulla vasta fascia di nazioni est-europee come l’Ungheria e la Cecoslovacchia che furono le maggiori interpreti del calcio danubiano. Il suo fu un impatto formidabile sul calcio europeo che era in grado di diversificare le proposte, tutte con ottimi risultati.
Non dimentichiamo la finale mondiale della Cecoslovacchia nel 1934 e quella dell’Ungheria nel 1938 tutte e due, guarda caso, con il Metodo italiano da cui uscirono sconfitte. Credo, in ogni caso, che il calcio danubiano abbia raggiunto la sua massima espressione nei primi anni Cinquanta con la grande Ungheria, imbattuta per quattro anni e “scippata” di un titolo mondiale nel 1954 dalla Germania, ma questa è un’altra storia.

Il Grande Torino sarebbe stato ancora competitivo al Mondiale del 1950? Oppure Mazzola e compagni avverano ormai imboccato la fase del declino calcistico?

Io amo il grande Torino e la sua leggenda e, a parte il lato emozionale, sono convinto che con il blocco del grande Torino in campo sarebbe stato un Mondiale diverso e, senza sognare troppo, un Mondiale di prestigio anche perché credo che quella squadra avesse raggiunto, nel 1950, il pieno della maturità calcistica. Il Torino aveva vinto tutto in patria dal primo dopoguerra alla sua scomparsa, una squadra praticamente imbattibile e Pozzo, intuendone le potenzialità, optò per inserire, sostanzialmente, l’intero blocco in Nazionale. Gli uomini che avevano fatto grande l’Italia negli anni Trenta erano ormai vecchi e le giovani generazioni erano state spazzate via dalla guerra. Quel gruppo di campioni, passato indenne per le forche caudine di un conflitto lungo e drammatico, deve essere apparso a Pozzo come un miraggio. Per i calciatori del Torino, il confronto per la prima volta su un palcoscenico internazionale così importante come un Mondiale, significata una sfida unica, un valore aggiunto a livello di stimoli. Immaginate se quell’aereo non fosse caduto, immaginate
l’impatto che quella Nazionale di campioni avrebbe avuto in quel Mondiale, dove tra l’altro si presentava come Campione del Mondo e Olimpico in carica.
Immaginate l’identificazione di un intero Paese in questo modello vincente (un po’ come successe con la Germania Ovest nel 1954) e la forza che tutto questo aggiungeva ad una Nazionale già forte. Immaginate quella voglia di riscatto che scorreva in un Italia ancora sotto scacco della povertà e della ricostruzione.
Invece abbiamo affrontato quel Mondiale disorganizzati, impreparati, da veri dilettanti e qui si vede la grande differenza con gli anni Trenta. Non se avete mai analizzato quel mondiale dal punto di vista organizzativo da parte della federazione e degli errori strategici fatti. E il fatto che era stato necessario ricostruire l’intera squadra nazionale in poco meno di un anno non può essere un alibi. Andiamo per ordine. Primo: la sostituzione troppo affrettata di Pozzo senza avere un ricambio alla sua altezza. La Commissione di Ferruccio Novo dimostrò grande incompetenza e impreparazione, ma la defenestrazione del vecchio Commissario Tecnico, anche se capisco come fisiologica, doveva essere supportata meglio, con idee più chiare e non cedere alle pressioni delle lobbie interne alla FIGC. Secondo: la scelta di affrontare la trasferta via mare
fu devastante sia fisicamente che psicologicamente. Non bisognava cedere alle pressioni dei giocatori. terzo: la logistica. La federazione optò per un albergo al centro della città (tra l’altro con un corpo di ballo femminile che alloggiava nello stesso albergo) e la confusione, alla vigilia della partita, fino a tarda notte
per i festeggiamenti di San Giovanni, non aiutarono certo gli azzurri a concentrassi. Pozzo, come ricordate, aveva sempre optato per luoghi isolati, sia nel 1934 a Roveta che in Francia nel 1938. Poi quello del 1950 in Brasile è stato un campionato anomalo, con solo 13 squadre ai nastri di partenza, poco più di un torneo, dove una squadra attrezzata e concentrata sarebbe potuta andare molto avanti, anche quell’Italia ricostruita e inserita in un girone alla sua portata, con Svezia e Paraguay. Messi insiemi tutti questi elementi mi piace
pensare che con una Nazionale composta dal grande Torino in campo oggi racconteremo una storia diversa.

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