Intervista: C’è Del Calcio In Danimarca

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Il bel libro di Matteo Bruschetta ci riporta ai tempi della mitica Danish Dynamite, descritta con competenza e passione. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Da dove nasce l’idea di un libro sulla Danimarca?

 

La Danimarca Campione d’Europa del 1992 è uno dei miei primi ricordi calcistici. Ricordo bene dove ho visto le partite di quell’Europeo e l’esultanza dopo la finale vinta contro la Germania.Essendo nato nel 1985, non ho invece ricordi della Danish Dynamite degli anni Ottanta ed è proprio scoprendo la storia di Laudrup e soci, che è nata l’idea di scrivere il libro.

 

Il tuo è stato anche un certosino lavoro di ricerca: dove hai reperito i dettagli e gli aneddoti riportati?

 

Rispetto ai due precedeneti, “I Mondiali dei Vinti” e “Cenerentola ai Mondiali”, il mio nuovo libro parla maggiormente di calcio giocato e meno di politica e società, anche se non mancano comunque riferimenti alla Danimarca come nazione.Per reperire le fonti, ho consultato quotidiani, libri, riviste ed intervistato ex calciatori. A facilitarmi il lavoro, oltre alla conoscenza di lingue come inglese e francese, il fatto che alcuni giocatori (Michael Laudrup, Elkjaer, Berggreen) abbiano giocato in Italia. Questo mi ha permesso di trovare molti aneddoti curiosi sulle loro avventure in Serie A.

 Rispetto al passato cosa ha portato Sepp Piontek in termini di mentalità?

 

Nella sua storia, la Danimarca ha sempre avuto ottimi giocatori, che hanno avuto un buon successo all’estero ma poca gloria in Nazionale. Piontek ha avuto il merito di portare serietà, organizzazione e ordine tattico ad una Nazionale dal potenziale fino ad allora inespresso.Prima dell’arrivo dell’allenatore tedesco, le partite della Nazionale erano considerate dai giocatori una vacanza dagli impegni con i club. Tra bevute e serate in discoteca, la serietà e la professionalità non erano il pezzo forte della casa. Piontek ha cambiato faccia alla Nazionale danese soprattutto sotto questo punto di vista, trovando un giusto equilibrio tra il suo approccio tedesco e il carattere libertino dei danesi.Ne è uscita una miscela esplosiva che dal 1979, anno dell’arrivo di Piontek, ha portato una graduale crescita culminata con le semifinali all’Europero in Francia nel 1984 e agli ottavi dei Mondilai in Messico nel 1986.

Quanto ha inciso invece la possibilità di giocare in club stranieri nella crescita dei giocatori?

 

Sin dagli albori, la Danimarca è stata un unicum nel calcio mondiale. Molti anni prima della sentenza Bosman, i calciatori danesi facevano le valigie, per andare a giocare in campionati più competitivi e guadagnare ingaggi ben più alti rispetto agli squattrinati e disorganizzati club danesi.

Potersi confrontare con campionati come quello olandese, belga, tedesco e italiano, ha sicuramente giovato alla crescita individuale dei calciatori danesi. Forse l’esempio più calzante è quello di Klaus Berggreen che, inizialmente ignorato da Piontek, è diventato un cardine della squadra, grazie alle ottime prestazioni con il Pisa

Danish Dynamite è anche sinonimo di calcio spregiudicato, sei d’accordo?

 

Uno dei motivi per cui la storia della Danimarca anni ’80 mi ha affascinato, è proprio il calcio iperoffensivo giocato dagli scandinavi. Su youtube sono reperibili molte loro partite, in particolare suggerisco Danimarca-Unione Sovietica 4-2, giocata nel giugno 1985. Una partita del calcio del future.In quegli anni, contraddistinti da un certo tatticismo, la Danimarca ha rappresentato una ventata d’aria fresca, assieme alla Francia di Platini, al Brasile del 1982 e alla stessa Unione Sovietica. Rispetto a queste tre nazionali, forse (e sottolineo forse) la Danimarca aveva minore qualità individuale, anche se non mancavano certo i giocatori di talento, su tutti il giovane Michael Laudrup, il Pallone d’Oro Allan Simonsen (unico danese a vincere il trofeo), il chitarrista Frank Arnesen e “Cavallo Pazzo” Preben Elkjaer Larsen.Questo il motivo per cui la maggior parte dei danesi di una certa età, preferisce la nazionale degli anni Ottanta rispetto a quella degli anni Novanta, che ha pur vinto un Europeo.

In Messico nel 1986 la Danimarca esce perdendo per 5-1 contro la Spagna agli ottavi: c’è stata forse un pizzico di superbia?

La consapevolezza dei propri mezzi è stata uno dei punti di forza della Danish Dynamite, che giocava allo stesso modo contro Malta o contro la Germania Ovest, cioè attaccando. Per spiegare la clamorosa sconfitta contro la Spagna, più che di superbia, parlerei di appagamento. Dopo avere vinto a punteggio pieno il girone della morte con Germania Ovest, Uruguay e Scozia, la Danimarca ha calato la tensione, quasi fosse sufficiente quanto fatto nella prima fase. Un pizzico di ambizione in più avrebbe probabilmente cambiato la storia. Non credo avrebbero vinto il Mondiale ma un posto tra le prime quattro era alla loro portata.

Le differenze tra Sepp Piontek e Richard Møller Nielsen ai spiegano solo a livello tattico?

 

Se Piontek prediligeva un calcio d’attacco, Møller Nielsen invece era un profeta del “primo non prenderle”. Questo modo di giocare speculativo, ha creato dissensi in particolare con i fratelli Michael e Brian Laudrup, che per un periodo hanno lasciato la nazionale.

A livello di gestione, Møller Nielsen ha puntato su uno zoccolo duro, cambiando raramente la squadra, nonostante le critiche di stampa e opinione pubblica. E’ andato dritto per la sua strada, in modo ostinato, e alla fine tra lo stupore generale i risultati gli hanno dato ragione

 La storia di Kim Vilfort è toccante e ahimè senza lieto fine: quali sono le tue emozioni a riguardo?

 

Essendo anche io padre, ho trovato commovente la storia di Kim Vilfort. Il periodo della vittoria ad Euro ’92, coincide infatti con la grave malattia della figlia. Dividendosi tra campo e ospedale, Vilfort si è dimostrato un bravo padre e un bravo professionista.Personalmente, non credo sarei riuscito a rimanere concentrato sul mio lavoro con un simile dramma familiare. La vittoria, con il gol del 2-0 in finale, sembra una favola. Se dal punto di vista sportivo c’è stato il lieto fine, non si può dire lo stesso della piccola figlia, deceduta qualche settimana dopo la finale di Goteborg.

La storia di Vilfort è sicuramente la più toccante e commuovente di cui ho parlato nel libro

C’è secondo te un giocatore che può essere indicato come simbolo calcistico della Danimarca?

 

Se Allan Simonsen è l’unico danese ad avere vinto il Pallone d’Oro, credo Michael Laudrup sia stato il giocatore più talentuoso e divertente. Se Andres Iniesta lo indica come il suo idolo d’infanzia, credo ci sia da fidarsi.

Se mi chiedi un secondo nome, dico Peter Schmeichel, uno dei migliori nel suo ruolo. Se la Danimarca ha vinto l’Europeo del 1992, una buona parte del merito è del portierone del Manchester United, autore di parate strepitose soprattutto in finale

Christian Eriksen può essere messo al livello dei vari Laudrup, Elkjaer, Simonsen e via dicendo?

 

Sicuramente. Eriksen è il degno erede della generazione dorata del calcio danese. Un giocatore dall’intelligenza e dal talento superiore alla media, un numero uno nel suo ruolo. Da Tomasson a Jorgensen, negli ultimi vent’anni la Danimarca ha avuto ottimi giocatori, nessuno però al livello del centrocampista del Tottenham.

Per il presente e futuro, mi aspetto buone cosa da Kasper Dolberg dell’Ajax

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