Intervista: Il Mundial Di Karol

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Il libro di Alberto Bertolotto è un magnifico viaggio nella Polonia del Mondiale del 1982, dove gli avvenimenti del campo si combinano con quelli sociopolitici nazionali. Ne abbiamo parlato con l’autore.

La figura di Karol Vojtyla è primaria anche sulle sorti della nazionale di calcio: si spiega così il titolo?
La ragione del nome “Karol” nel titolo va trovata nel fatto che, a nostro parere, dà più forza al libro: incuriosisce maggiormente il lettore e magari lo spinge a interessarsi all’opera (e poi magari ad acquistarla). Questo il motivo principale della scelta, che l’editore ha voluto prendere e che mi ha trovato alla lunga d’accordo. Sicuramente il Papa è stato importante, se non altro perché era un grande appassionato di calcio: si dice fosse tifoso del Cracovia
Tecnicamente che eredità ha lasciato la rappresentativa del 1978 a quella del 1982?
Nella nazionale del 1982 troviamo poco di quella del 1978. Col mondiale argentino si chiuse un primo, grande, ciclo: abbandonarono – tra gli altri – la selezione Deyna, Gorgon, Kasperczak, Lubanski, venne cambiato il ct, da Gmoch a Kulesza. Nel 1982 tanti furono gli esordienti ad alto livello, soprattutto in mezzo al campo con Matysik e Buncol ma anche in difesa tra Dziuba e Majewski. Boniek, a proposito, ha sempre sottolineato che la squadra del Mundial era piena di calciatori giovani e privi di grande esperienza
Germania Est-Polonia dell’ottobre  1981, valida per la qualificazione, meriterebbe forse un libro a parte non solo per ragioni calcistiche: qual’e la tua riflessione a riguardo?

DDR-Polonia è stata effettivamente una partita epocale, soprattutto per ciò che successe fuori. Sotto tanti aspetti si è trattata di una sfida che racchiudeva alcune pratiche di quegli anni, in particolare la volontà di sabotaggio dei tedeschi dell’est. Per la prima volta la nazionale biancorossa viaggiò con il cibo e le bevande da casa, per esempio. “Trucchi” del genere erano giustificati dal fatto che il risultato andava raggiunto a ogni costo: per il regime, lo sport era un’arma di distrazione di massa. Più successi arrivavano, più si faceva togliere l’attenzione il popolo da ciò che contava davvero.

In che misura i calciatori erano condizionato dagli avvenimenti politici, con riferimento a Solidarnosc e allo Stan Wojenny?
I calciatori erano dei totali privilegiati sotto tutti i profili (non solo economico) anche durante la Legge marziale: di ciò che succedeva nella Polonia “comune” gli interessava relativamente. Con sincerità alcuni calciatori l’hanno ammesso anche a virgolette aperte.
 
Il clima all’interno della squadra era tutt’altro che sereno, tra polemiche, antipatie ed episodi poco chiari. Come la squadra è passata sopra a tali tensioni?
A dare un grande contributo per smorzare le tensioni fu Zbigniew Boniek: la sua personalità, debordante, il fatto che la stampa polacca ed estera si concentrava tutto su di lui aveva alleggerito il resto della truppa, comunque partita al Mundial senza grandi pressioni. Tuttavia a Zibì, anche per carattere, piaceva stare al centro dell’attenzione e di conseguenza si caricò sulle spalle il gruppo per tutta la permanenza in Spagna. A ogni modo si trattava di uno spogliatoio abbastanza unito, che ruotava attorno agli altri calciatori del Widzew.
In semifinale l’Italia era davvero imbattibile? L’impiego di Szarmach o la presenza di Boniek avrebbero cambiato gli equilibri?
Bella domanda: gli italiani sono convinti ma la presenza di Szarmach e di Boniek avrebbe potuto mettere la partita in condizioni di grande equilibrio. Si trattava di due calciatori fortissimi all’interno di una Polonia complessivamente buona ma non eccellente. Sarebbe stato bello vedere quell’incontro con entrambi i team al completo.
In un’ipotetica classifica dei migliori calciatori polacchi di tutti tempi, in che posizione inseriresti l’ex Juve e Roma?
A mio parere è il secondo calciatore polacco di sempre dietro Deyna e davanti Lato. In patria Boniek è considerato molto perché il primo a vincere in Europa con un club straniero.
Leggendo il libro sembra di evincere come la Polonia fosse per gli organizzatori una sorta di “patata bollente”, per le questioni politiche e per l’episodio della premiazione, sei d’accordo?
In parte sì, perché manifestazioni pro-Solidarnosc, soprattutto in Catalogna, erano molto temute (poi si verificarono allo stadio con la presenza dei famosi striscioni). Alcuni non volevano sottovalutare le fughe dal ritiro dei giocatori, comunque impossibili visto che nessuno voleva compromettere la propria carriera.
 Nell’intervista ad Andrzej Iwan chiedi se fosse più forte la Polonia del 1974 o quella del 1982: qual’è la tua opinione?
La Polonia del 1974 è tuttora il gioiello tecnico del calcio biancorosso: una nazionale che non solo ha vinto 6 delle 7 partite disputate in Germania Ovest ma anche una squadra che ha esaltato gli sportivi portando una nuova filosofia di calcio, offensiva e ariosa, con in cabina di regia un fuoriclasse assoluto come Deyna. La ritengo la più forte ma non va così disprezzata la nazionale del 1982 che, oltre ad aver ottenuto lo stesso risultato, ha vissuto un pre-mondiale davvero complicato, non riuscendo mai a confrontarsi con una pari livello. C’è da dire però che, nelle sette sfide disputate, ne ha vinte solo tre. Personalmente, scrivendo, la formazione del ’74 mi ha fatto sognare, quella dell’82 mi ha “solo” emozionato.

 

 

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