Che Razza Di Calcio

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Il libro di Lamberto Gherpelli è sicuramente una delle uscite più interessanti dell’anno, per complessità dei temi trattati e per la qualità dei contenuti. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore.

Razzismo, intolleranza, discriminazione… si parla di calcio moderno ma non riusciamo a liberarci da tali aberranti comportamenti dentro e fuori gli stadi. Qual è la tua riflessione a riguardo?

 

ll razzismo, la discriminazione vanno ben al di là del bianco contro nero. Ci sono molti altri tipi di pregiudizi che arrivano da persone di diverse nazionalità e colori. Il grande problema è che questi atteggiamenti non sono come un mal di testa che scomparirà prima o poi, se non li fronteggiamo si espanderanno. Abbiamo il dovere di combatterli. Il razzismo è profondamente radicato nella personalità degli pseudo-tifosi che trasmettono questa mentalità ai loro figli, che li accompagnano alle partite e ascoltano i loro commenti beceri.

Credi che lo stadio sia lo specchio della società oppure è davvero un porto franco dove di fatto “vale tutto”?  Negli stadi si canta, si vede e si legge di tutto, da sempre.

 

 Sul terreno di gioco e sugli spalti si riproducono dinamiche, modelli di comportamento della società di riferimento. L’opinione diffusa è che la partita di calcio sia “la battaglia della vita” . Il calcio genera inevitabilmente una logica “noi contro loro”, che spesso sfocia in un linguaggio e in atti simbolici di esclusione e inferiorizzazione.

Certi casi talvolta vengono interpretati come “atti goliardici”, sottovalutando molto probabilmente la natura degli stessi. Secondo te perché? Superficialità o paura nel prendere una posizione forte?

Voglio rispondere con una lettura a trecentosessanta gradi del problema. Dopo che sono state introdotte pene pecuniarie di una certa rilevanza, i dirigenti dei club sono stati costretti a tagliare ogni legame con certe frange della tifoseria. Anche se nel 2014 è passata una norma sotto il silenzio di tutti. Era un momento di picco degli episodi razzisti all’interno degli stadi e la federazione doveva decidere se favorire le società sportive o chi era vittima di discriminazioni razziali, ovviamente sono state scelte le società sportive. Infatti, negli ultimi anni, secondo la Federazione i casi di razzismo sono diminuiti. Secondo il sociologo Mauro Valeri che dirige l’Osservatorio sul razzismo e l’antirazzismo nel calcio questo calo è dovuto al fatto che la FIGC ha abbassato i parametri che identificano un episodio come razzista: le persone che insultano devono essere in numero sufficiente, l’insulto deve essere chiaramente udibile da tutto lo stadio e prolungato nel tempo e deve essere ripetuto. Mentre si è assistiti ad un aumento considerevole degli episodi di razzismo sia nei tornei amatoriali, che soprattutto in quelli giovanili. Insulti soprattutto all’indirizzo degli arbitri, oggetto di pesanti attacchi verbali sia dal pubblico sugli spalti, sia dagli stessi giocatori: perché sono di colore, oppure perché i loro lineamenti tradiscono un’origine straniera.

Come possono i giocatori trasmettere un messaggio positivo in tal senso’? Lilian Thuram si è fatto    paladino della lotta al razzismo, credi che ci saranno altri esempi?

Lillian Thuram è senza dubbio la figura di spicco della lotta sociale e culturale contro il razzismo. Lasciato il calcio nel 2008, si è dedicato a tempo pieno alla Fondazione che porta il suo nome, svolgendo attività soprattutto educative.Il primo calciatore a prendere posizione contro il razzismo fu Ruud GullitIl  22 novembre 1992 si giocò a San Siro il derby della Madonnina: per tutta la partita una intera curva, quella dei tifosi dell’Inter (la nord), insultò Gullit per il colore della pelle. E’ bene precisare che alcuni fan del Milan, non essendoci un nero in campo nella squadra avversaria, se la presero con un uomo del Sud, Salvatore Schillaci che non era neppure in campo.  Questo il commento di Gullit in sala stampa: «Io penso che i giocatori possono fare qualcosa. Penso che molti giocatori nelle formazioni di calcio della serie A abbiano questo desiderio di fare qualcosa di concreto. Tocca ai presidenti delle società intervenire per far rimuovere certi striscioni e far tacere i cori razzisti. Berlusconi, Agnelli, Pellegrini e gli altri quando sentono queste infamie devono minacciare il blocco della partita».La denuncia di Gullit non poteva passare inosservata e a distanza di alcune settimane dalle sue dichiarazioni, il 13 dicembre 1992, il mondo del calcio si mobilitò contro la discriminazione. L’Assocalciatori promosse una giornata sul problema della violenza e del razzismo. Lothar Matthaus, l’ex stella dell’Inter, in quel momento in forza al Bayern Monaco disse tra l’altro: «Così come in Italia nessuno mi ha mai trattato da straniero, vorrei che nello stesso modo venissero trattati coloro che arrivano in Germania da altri Paesi. È tempo che la giustizia e la polizia applichino le misure necessarie per combattere la xenofobia». Mi auguro che anche in futuro ci siano altri campioni del calcio e dello sport che si espongano attivamente per sconfiggere questa piaga della società.

Da anni è in vigore la norma che permette all’arbitro di sospendere la partita in caso di cori o striscioni discriminatori, tuttavia non abbiamo ancora assistito ad un tale provvedimento. Secondo te perché?

Sospendiamo sì, sospendiamo no: questo è il dilemma. In Italia non è l’arbitro (al contrario di quanto succede invece in Europa) a sospendere autonomamente la partita, ma il responsabile dell’ordine pubblico tramite una comunicazione al quarto uomo. A questo punto l’arbitro non ha che da confermare la sospensione. Se la Uefa ha un occhio sicuramente più severo per certi comportamenti, in Italia, finora, non è ancora stata sospesa una sola partita. Preciso che l’arbitro in Italia può fermare la partita ma non sospenderla definitivamente senza l’autorizzazione del responsabile dell’ordine pubblico tramite comunicazione al quarto uomo.

Nel tuo libro affronti anche il tema dell’omosessualità: credi davvero che il calcio si pronto ad accettare l’outing di un calciatore?

Per un calciatore gay ci sono così tante incognite da affrontare in un ambiente che dovrebbe essere solidale, come quello della propria squadra, è facile immaginare la sua preoccupazione di vivere ogni attimo della propria carriera di giocatore sotto le provocazioni delle tifoserie avversarie e le pressioni della stampa (scandalistica e non). D’altronde Graeme Le Saux, che omosessuale non era, fu costretto per anni ad affrontare ogni tipo di insulto omofobo da parte di avversari e tifosi delle squadre contro cui giocava; è forse proprio per questo motivo che Tomas Hitzlsperger ha dichiarato la sua omosessualità soltanto un anno dopo la chiusura di una carriera ad alto livello (cento gare in Premier League con l’Aston Villa, una Bundesliga vinta con lo Stoccarda, il terzo posto ai Mondiali del 2006 e il secondo a Euro 2008 con la Nazionale tedesca). Daniele Dessena nel 2014 aderì alla campagna #Allacciamoli lanciata da Arcigay e Arcilesbica, in collaborazione con Paddy Power e con la fondazione Candido Cannavò, per combattere l’omofobia nel calcio, ma la scelta dei lacci colorati gli costò cara. La risposta che ricevette dai tifosi sul web fu una valanga di insulti e intimidazioni, a cui il centrocampista del Cagliari replicò: «Ignoranti, abbiate rispetto delle scelte delle persone».

Quanto certi modi di trattare il calcio in termini demenziali (trasmissioni TV e certe pagine sui social network) possono influenzare il modo di ragionare sugli episodi discriminatori?

Quotidiani e telegiornali, ma anche blog e informazione online, dispongono di una elevata capacità di penetrazione nella coscienza comune. I bambini, come detto, non nascono con i pregiudizi, lo diventano a causa della cultura trasmessa dagli adulti. Siamo un Paese che non legge e dove la vendita dei quotidiani è ai minimi storici. Eppure una testata giornalistica ha regalato il “Mein Kampf” di Hitler e nessuno si è chiesto perché non “ La pace perpetua” di Kant

 

 

 

 

 

 

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