La Lezione Dei Maestri

 

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Il libro di Paolo Carelli ci riporta ai fasti del calcio cecoslovacco, rivivendone periodi, cicli, squadre e personaggi. Abbiamo analizzato i contenuti direttamente con l’autore.

Quando si parla di “calcio danubiano” si pensa principalmente ad Austria e Ungheria, sottovalutando talvolta il contributo di quello cecoslovacco, secondo te perché?

 Istintivamente, direi, che questo succede perché si pensa a esponenti o esperienze ben specifici e connotati: per l’Austria, la figura di Hugo Meisl, l’inventore del Wunderteam austriaco che è debitore in parte, tra l’altro, al “metodo” del nostro Vittorio Pozzo, mentre per l’Ungheria, la straordinaria “Aranycsapat” degli anni ’50. Insomma, le figure leggendarie resistono molto di più nel tempo. Però quasi mai si ricorda che Meisl era boemo; e questo, credo, già ci dice qualcosa d’importante.

Nel Mondiale del 1934 la squadra di Petrů venne sconfitta in finale non senza polemiche dall’Italia, palesemente aiutata durante il suo percorso, secondo te l’esito poteva essere diverso?

 Probabilmente fummo aiutati e il fatto di giocare in casa durante il periodo del fascismo ebbe certamente il suo peso. La Cecoslovacchia del ’34 era fortissima, fisicamente e tatticamente; ma noi avevamo gli “oriundi” e, francamente, non vedo perché un mix tra i migliori italiani e sudamericani degli anni Trenta nella stessa squadra avrebbe dovuto perdere. Con o senza aiuti.

Nel libro dedichi uno spazio molto interessante allo SpartakTrnava, descrivendo al meglio il “calcio ginnico” di Anton Malatinský: al giorno d’oggi una simile rivoluzione tattica avrebbe lo stesso risalto?

 Non sempre le rivoluzioni tattiche ottengono risalto non nel momento in cui si compiono; a volte, per apprezzarle veramente, bisogna leggerle e capirle a posteriori. Non penso che la rivoluzione di Malatinskýfosse percepita realmente in tutta la sua portata all’epoca; ci sono voluti Michels e Lobanovsky per capire l’influenza di Malatinský. Che a sua volta doveva molto delle sue idee all’esperienza di Maslov della Dinamo Mosca e al fatto che tutto il calcio cecoslovacco fosse nato grazie all’influenza del “passing game” scozzese di inizio secolo, grazie alla figura straordinaria di John William Madden, cui dedico ampio spazio nel libro e che meriterebbe di essere approfondita.

La nazionale vice campione del mondo del 1962 fallì poi la qualificazione ad Europei e Mondiali fino al 1970: secondo te qual è stata la motivazione e quale ruolo hanno giocato le questioni politiche?

 La nazionale finalista del 1962 produsse il primo Pallone d’oro dell’Europa orientale, ovvero Josef Masopust. Poi, è vero, visse dei momenti di declino fino all’inizio del decennio successivo. Più che le questioni strettamente politiche, forse bisognerebbe considerare la particolarità interna del Dukla Praga che acquisiva automaticamente tutti i calciatori più forti in quanto squadra espressione del regime; il campionato finì per essere a senso unico per alcuni anni. Se c’è una lezione che viene dai paesi dell’Est anche durante il comunismo, è che la gestione “autoritaria” del calcio non ha mai prodotto grandi risultati sul piano internazionale. Quando i club e le nazionali orientali hanno ottenuto successi (o comunque sono stati competitivi) è stato grazie a una maggiore apertura e “democratizzazione” dei tornei interni. Più squadre forti ed equilibrate in patria ha significato maggiore competitività del calcio di quei paesi sul piano internazionale.

La vittoria nell’Europeo del 1976 è generalmente collegata al “cucchiaio” di Antonin Panenka, ma quali sono secondo te le altre peculiarità di tale successo?

 La squadra del ’76 fu in grado di sprigionare le energie represse della primavera di Praga e, in un certo senso, anticipò i nuovi rivolgimenti sociali e intellettuali della stagione del ’77. Il “cucchiaio” di Panenka è il simbolo di quel tentativo di affrontare il regime in maniera graffiante e irriverente. Poi, per la prima volta, nella nazionale si era prodotta una chimica particolare, una mescolanza tra cechi e slovacchi storicamente divisi in fazioni . Il capitano Ondruš era slovacco, per esempio.

Qual è la situazione del calcio ceco e slovacco attuale e quale possono essere a tuo parere gli scenari futuri?

 Il libro non si sofferma particolarmente sullo scenario contemporaneo; però penso che il calcio ceco e slovacco abbia vissuto la stessa trasformazione osservata in altri paesi al di là dell’ex cortina di ferro, con la partenza dei talenti migliori e l’indebolimento generalizzato dei campionati nazionali. Però non dimentichiamo che queste terre hanno sempre prodotto giocatori di grande talento. Solo 15 anni fa, un certo Pavel Nedved vinceva il Pallone d’oro…

Nel tuo libro ho molto apprezzato i tanti riferimenti letterari che impreziosiscono la narrazione rendendo la lettura più complessa, ma assolutamente più piacevole: credi che tale stile abbia futuro in un contesto dove l’immediatezza dell’informazione la fa da padrone?

 Lavorando al libro, mi sono reso conto che la dimensione letteraria legata allo sport era tutt’altro che secondaria. E ho capito che sarebbe stato impossibile comprendere l’essenza di un movimento sportivo come quello boemo e slovacco senza integrarlo con questo aspetto, tant’è vero che il libro si apre con un frammento del premio Nobel per la letteratura GünterGrass che nella raccolta “Il mio secolo” ha raccontato magistralmente una partita del 1903 tra il Vfb Lipsia e il DFC Praga, la squadra della comunità tedesca di Praga. Scoprire poi che JiříKolář, il più grande intellettuale ceco del Novecento, fosse stato fondatore di un club di tifosi del Bohemians o che fosse solito andare a vedere le partite dello Slavia “sempre dietro la porta e sempre vestito sportivo”, come ha scritto BouhmilHrabal, è sicuramente un dettaglio non irrilevante. Così come il fatto che un altro grande scrittore degli anni Trenta, Karel Poláček, ebreo morto ad Auschwitz, avesse scritto un romanzo sulla passione popolare per il calcio nei quartieri di Praga, non poteva passare in secondo piano. In generale, il rapporto tra letteratura e sport in questi paesi ci dice molto del livello di consapevolezza e di attenzione che li ha sempre contraddistinti. Se questo stile avrà peso in futuro? Me lo auguro; non per mero esercizio retorico e intellettuale, ma perché può aiutare ancora di più a comprendere l’anima di un popolo. Che è poi alla fine il motivo per cui si scrive e si prova a raccontare delle storie.

 

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