Intervista: Mi Chiamavano Tatanka

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Tiziano Marino ha raccontato insieme a Dario Hübner la vita e la carriera di quest’ultimo, personaggio vero e sincero. Con l’autore abbiamo parlato dei contenuti di un libro di sicuro interesse.

Dario Hübner è ancora oggi un giocatore ricordato con piacere  da tutti, come te lo spieghi?

Merito della sua semplicità e della semplicità della sua storia. Ha iniziato dalla squadra del suo paese e si è fatto tutta la gavetta nel calcio professionistico, giocando e segnando tantissimi gol dalla Serie C2 fino in Serie A. Chiunque sogni di diventare un calciatore vede in Dario una speranza. Le persone si rispecchiano in lui, per questo lo amano.

Dal libro emerge la sua grande semplicità, soprattutto nella vita di tutti i giorni: questa qualità gli è stata utile anche in campo?

Senza dubbio. Un atleta, soprattutto ad altissimi livelli come era lui, per rendere al meglio deve essere prima di tutto sereno e Dario questa serenità la trovava – e la trova tuttora – proprio nella semplicità del vivere, nei piccoli piaceri della vita ai quali non ha mai rinunciato.

Hübner sembra essersi trovato benissimo in ogni città dove ha giocato, ma a tuo parere quale gli è rimasta più nel cuore?

Impossibile dirlo. Dario si è trovato benissimo in tutte le piazze in cui ha giocato, credetemi. Farei torto a qualcuno – a Dario in primis – nel citare una squadra piuttosto che un’altra

Quale allenatore è stato più importante per la sua crescita? Chi tra Guidolin e Ciaschini?

Vale lo stesso discorso di cui sopra: ogni allenatore, a modo suo, è stato importante per la crescita e la carriera di Dario. Se devo stringere il cerchio direi Ciaschini, Guidolin, Vicini, Bolchi, Sonetti, Mazzone e Novellino

Nel libro sembra esserci una visione pessimistica della mentalità odierna dei calciatori, la condividi?

È indubbio che negli anni molti valori siano mutati, tanto nel calcio quanto nella società in generale. Più che una visione pessimistica credo si tratti di una visione nostalgica: il calcio che ha vissuto Dario non è lo stesso che vediamo oggi.

Come spieghi che Hübner non abbia mai giocato in nazionale? Troppa concorrenza o forse ha pagato di non aver mai giocato in una “grande?”

L’elevata concorrenza ha fatto sicuramente la sua parte ma nel 2002 – anno in cui Dario si laureò capocannoniere della Serie A – pesò soprattutto l’età anagrafica, la stessa che tenne fuori dalla Nazionale anche Roberto Baggio. Un’ingiustizia, visto che quell’anno Dario, per ciò che aveva fatto vedere in campo, era risultato essere il miglior attaccante italiano in circolazione.

In tal senso la nomea di “Bomber di Provincia” come va considerata?

Quella di “Bomber di Provincia” è una definizione alla quale Dario è molto legato. Come dice lui stesso nel libro, non è detto che in una big sarebbe riuscito a rendere tanto quanto ha reso nelle cosiddette “piccole”.

Personalmente ricordo la perfetta coppia offensiva formata da Hübner e Paolo Poggi a Piacenza: credi che Poggi sia stato il suo miglior partner offensivo?

Credo di sì, tanto che a Mantova consigliò il suo acquisto al presidente Lori. Oltre che con Poggi, si trovò da dio anche con la coppia Dolcetti-Scarafoni ai tempi di Cesena. Una cosa Dario tiene sempre a sottolinearla: non sarebbe diventato il bomber che tutti conoscono se accanto non avesse avuto giocatori validissimi che lo mettessero nelle migliori condizioni per calciare in porta e far gol

Nel calcio di oggi c’è ancora spazio per storie e carriere come quelle di Dario Hübner?

Molto difficile, se non impossibile, almeno in Serie A. Storie come quelle di Dario si possono intravedere ancora in Lega Pro, forse in Serie B. Lui però è arrivato nel massimo campionato, per questo un altro Hübner – per ciò che è stato, per ciò che ha rappresentato e per ciò che ancora oggi rappresenta – non esisterà più

A Tiziano Marino cosa rimane di questa esperienza con il grande Tatanka?

Come scrivo nei ringraziamenti del libro: “Grazie a Dario Hübner per la sua immensa disponibilità, gentilezza e bontà d’animo. Un pranzo insieme a lui equivale a una lezione all’università del calcio e una a quella della vita. Ho tifato il campione, ho conosciuto l’uomo, ho scritto di entrambi ma soprattutto ho trovato un amico”.

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