Intervista:Obsesion Por La Copa

obsession por la copa libertadores PRIMA DI COPERTINA

Per tutti gli amanti del calcio sudamericano il libro di Vincenzo Paliotto sulla storia della Copa Libertadores è un acquisto obbligato. Ne abbiamo approfondito i temi con l’autore.

Negli anni’60 e 70 assistiamo a vittorie con un gioco poco spettacolare ma redditizio come dimostrano le vittorie in serie di Estudiantes ed Independiente. Come lo spieghi?

Era uno scenario che innanzitutto ben si sposava con quelle edizioni della Libertadores del tempo: cioè un calcio spesso molto fisico ed anche molto rude, soprattutto per mano dell’Estudiantes. Un antifutbol, così come lo descrissero quelli della rivista El Grafico, che soprattutto rinnegava i dettami della “nuestra”, cioè il tipico modo di giocare degli argentini. Anche se il tecnico dell’Estudiantes Zubeldia in tal caso operò una rivoluzione per il calcio nazionale, con maggiore disciplina, regolarità degli allenamenti, tattica e preparazione alla partita. Ci volle poi Menotti per riportare gli argentini a quel calcio più tecnico che tanto amavano.

Negli anni’80 invece assistiamo, probabilmente, agli anni più belli delle competizione, grazie a grandi campioni e ad un atteggiamento tattico diverso. Come spieghi questa evoluzione?

Gli Anni 80 sono stati fantastici un po’ per il calcio in generale ed anche in Suda America ci fu una consistente fioritura di talenti, che regalarono momenti epici alla Copa. Diciamo che si giocava più a calcio e meno a calci, proprio perché c’erano tanti buoni giocatori in generale

Quanto nella Copa l’influenza del pubblico, sia in negativo che positivo? Mi riferisco alle intemperanze, ma anche a vicende come l’Operazione Morena dei tifosi del Penarol.

Il pubblico costituisce una componente importante nella Copa Libertadores ed è stato sempre così. Spesso squadre con una maggiore tecnica ed organici complessivamente superiori venivano messe sotto da squadre più modeste che però volavano spinte dai loro tifosi. Nel 1983 il Gremio fu costretto al pareggio per 3-3 in casa dell’Estudiantes, che era rimasto in campo con soli 7 giocatori! L’Operazione Morena poi ti fa capire quanto sia importante il calcio per questa gente ed in questi paesi

Quanto invece le ingerenze politiche hanno invece influito su esiti e decisioni relative alla Copa? Ad esempio il peso dei cartelli della droga nel contesto colombiano.

I cartelli della droga in particolare hanno avuto un’influenza importante nelle vicende della Copa. Nell’edizione del 1989 vinse il Nacionale de Medellìn fortemente aiutato da Pablo Escobar. Tanto che gli avversari rinfacciavano questa cosa a quelli del Medellin: “Pablito te la comprò”, dicevano. Poi tanti altri episodi hanno visto coinvolti politici e dittatori. Nel 1968 il dispotico Genaral Onganìa accolse con soddisfazione la vittoria dell’Estudiantes, mentre nel 1973 Salvador Allende, che non era un dittatore ed era stato eletto democraticamente, ricevette alla Moneda il Colo Colo, che doveva giocarsi la finale. Calcio e politica c’entrano sempre, soprattutto in America Latina.

Come spieghi una certa difficoltà delle squadra brasiliane nelle prime edizioni del torneo, tolto il Santos di Pelè?

Le squadre brasiliane a livello di club non riuscivano ad essere competitive in questi confronti, in quanto fino al 1960, o meglio ancora fino al 1968, non avevano un vero e proprio campionato nazionale e quindi la scelta delle sue rappresentanti era talvolta come dire precaria e non veritiera. Ad eccezione del Santos e del suo fenomeno Pelè. La stessa formazione santista poi si ritirò per qualche anno dalla Copa, in quanto riusciva ad ottenere ingaggi migliori nelle sue numerose e sfiancanti tournèe in giro per il mondo

L’independiente è Il “Rey deCopas” grazie ai suoi sette successi: c’è qualcosa di magico dalle parti dell’Estadio Libertadores de América?

L’Independiente è la squadra che ha vinto di più ed addirittura non ha mai perso una finale della Copa. I suoi successi sono da attribuire ad una grande organizzazione della squadra ed ai suoi talenti. Anche se non le sono mancati gli aiutini in alcune partite ed in alcune finali. Tra gli Anni Sessanta e Settanta gli argentini contavano molto in seno alla Conmebol, soprattutto grazie al lavoro sotterraneo di un certo Julio Grondona.

Invece sulla città colombiana di Cali sembra esserci una sorte di maledizione, vista le 6 finali perse complessivamente da America e Deportivo; qual è la tua riflessione in tal senso?

Questo rimane un fatto assolutamente incomprensibile ed al limite dell’assurdo, soprattutto per l’America che ha perso al finale tre volte consecutivamente, mentre i connazionali sia del Nacional Medellìn che dell’Once Caldas hanno vinto al primo assalto. Una vera e propria maledizione

Se dovessi indicare un giocatore o più giocatori che meglio rappresentino la Copa Libertadores chi citeresti?

Non potrei non citare Spencer, primatista di reti, e non potrei non citare Ever Almeida, primatista di presenze. Poi sono tanti come Pedro Rocha, el pancho Sa, che ha vinto ben 6 volte con Independiente e poi Boca, Morena, Luìs Cubilla, Higuita e Chilavert, Pelè, Gatti, Crespo, Gallardo. Ce ne sono veramente tanti

L’allargamento progressivo del numero della partecipanti ha portato più benefici o conseguenze negative?

In effetti l’allargamento delle partecipanti ha in qualche modo snaturato il torneo. L’atmosfera rimane quella, ma l’impressione che la vecchia ed affascinante formula rimanga in buona sostanza qualche cosa di unico.

Con la diaspora dei migliori talenti in Europa la Copa Libertadores ha perso valore tecnico: anche fascino?

I sudamericani sono purtroppo abituati a vedere partire i loro giocatori migliori da sempre. Però oggi in effetti vanno via anche da giovanissimi. Il facsino però non lo ha perso la Copa, anche perché in Sud America i talenti sono sempre tantissimi. Anzi la Copa è sempre di più una Obsesiòn per chi la vuole vincere

 

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