Intervista: Amarcord Bianconero

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Un disponibilissimo Enresto Ferrero ci ha concesso l’onore ed il privilegio di disquisire del suo bellissimo libro, un piacevole amarcord su un calcio che ormai non c’è più.

E’ giusto definire il suo libro una raccolta di memorie autobiografiche?   Attraverso queste memorie autobiografiche, e prendendo spunto dal calcio ho cercato di       raccontare l’Italia del dopoguerra così come la ricordo, dalla tragedia del Grande Torino a metà degli anni ’60. Un Paese semplice, magari un po’ ingenuo, contento del poco che aveva e di quello che cercava di costruire. Il calcio restava un gioco, come le corse nei sacchi o l’albero della cuccagna nelle feste di paese. I tifosi erano ancora pronti ridere e sorridere degli errori della propria squadra. C’erano rivalità, beninteso, ma l’odio stupido e feroce che c’è oggi in troppe tifoserie, che trasformano l’avversario in un nemico. Questo è inaccettabile.

Cosa prova oggi nel ricordare figure mitiche come Renato Cesarini e “Farfallino Borel”, eccelsi campioni di spirito diverso, ma di classe unica?

Sono figure che facevano parte della mitologia famigliare, se ne parlava in casa con ammirazione e divertimento. Mi identificavo in Borel perché, pur essendo magrolino e avendo piedi piccoli, come me, riusciva a segnare molti goal sfuggendo con agilità a difensori grossi come armadi. Cesarini era un simpatico provocatore, un eccentrico fantasioso, gran frequentatore di locali notturni, arrivava agli allenamenti con l’abito da sera che metteva per per sue notti di baldoria, aveva messo su un orchestra che suonava il tango, girava per la città con una scimmia al collo…Stramberie che nella società puritana degli anni ’30 lasciavano tutti a bocca aperta. Poi però i goal li faceva lo stesso.

Pur partendo da un’ottica juventina il libro analizza una lunga fase temporale del calcio italiano in modo imparziale: c’era una volontà di rinverdire i fasti di un calcio ormai dimenticato?  

Non ho ambizioni di storico, volevo rievocare il colore e le emozioni di un tempo perduto. Il calcio è diventato un’altra cosa, un’industria che muove enormi interessi finanziari, certe società sono quotate in borsa. Girano troppi soldi, ma indietro non si può tornare.

Domande provocatoria: Sivori era davvero un vizio?

Questo lo diceva l’avvocato Agnelli, anche lui deliziato dalle invenzioni di quel folletto che si divertiva a dribblare tutti partendo dalla propria porta. Credo volesse dire che non stava alla regole, faceva di testa sua, era un irregolare, quasi un selvaggio, ma non se ne poteva fare a meno, perché procurava emozioni uniche. Creava una dipendenza, per così dire.

 

Nel libro si legge” il calcio era qualcosa di che si avvicinava alla letteratura, restava una libera invenzione”. Quanto manca tutto ciò al calcio altamente fruibile di oggi, dove siamo bombardati da immagine, informazioni e dati?

Il calcio di quegli anni era sostanzialmente parlato (le radiocronache) e scritto (i giornali sportivi). Di immagini ne giravano poche, la Rai dava il secondo tempo di una partita verso le 19, i filmati erano quello che erano. Ma così il tifoso si poteva reinventare la partita a suo piacimento, diventava un interprete in senso musicale. Era un po’ come leggere l’Iliade, il tifoso-lettore ci metteva molto di suo, diventava creativo, poteva girarsi un film mentale della partita come voleva. Adesso siamo schiacciati dalle immagini, dalla loro dittatura, dalle moviole. Non c’è più spazio per l’epica.

Sempre legata al mondo dell’informazione, come mai le nuove generazione di cronisti e giornalisti sono così lontane dalla figura di Nicolò Carosio e Gianni Brera? Scelta commerciale o decadenza professionale?

 Ci sono bravi cronisti e giornalisti anche oggi. Penso a Mario Sconcerti, a Crosetti, a Mura, ad affabulatori televisivi come Buffa, Porrà, Facchetti. Brera è stato un caso unico, usava una lingua di straordinaria suggestione, anche lui finiva per fare  un po’ di epica, quella dell’opera dei pupi. Dalle radiocronache di Carosio non si capiva molto, ma non avevamo altri metri di giudizio. Oggi i discorsi si sono fatti molto tecnici, bisogna quasi avere una laurea per seguirli fino in fondo, ma certo si capiscono anche molte più cose rispetto a una cronaca semplicemente emotiva o impressionistica, come si faceva una volta.

Pur non essendo un contemporaneo delle realtà da lei descritte mi sono emozionato nel leggere i suoi ricordi, provando una sorta di nostalgia, : torneremo a certi valori e ad una più bonaria semplicità nel vivere il calcio?ù

Indietro non si torna, nulla sarà più bonario e semplice. È dolce concedersi un po’ di nostalgia, ma bisogna guardare avanti. Il mondo è diventato cattivo, feroce, violento perché è infelice, frustrato, deluso, rabbioso, e cerca nella squadra del cuore una rivincita per le proprie sconfitte personali. Siamo nel bel mezzo di una grave crisi di civiltà, che si manifesta dappertutto e dunque anche nel calcio.

La letteratura sportiva italiana sta pian piano crescendo in termini di qualità e quantità di uscite, anche grazie alle opere di firme eccellenti: come spiega questa tendenza?

Il calcio ha sempre appassionato gli scrittori perché è una buona metafora della vita. Penso a Saba, Pasolini, Sereni, Arpino, Soriano. Anche oggi di sport si scrive molto, e spesso bene, perché lo sport resta una miniera di storie e di personaggi degni di essere raccontati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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