Intervista: 1958. L’Altra Volta Che Non Andammo Ai Mondiali

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Con un’interessante analisi socio-calcistica Bruno Barba ci ha regalato un libro interessante che fornisce ala lettore una moltitudine di spunti. Ne abbiamo parlato con l’autore.

La Svezia come filo conduttore per due cocenti mancate qualificazioni: questo libro nasce all’indomani dello 0-0 di San Siro o è frutto di concetti ben noti in precedenza?

Avevo da tempo in mente di celebrare quell’anno fantastico per il Brasile, e non soltanto dal punta di vista calcistico. Il fatto che l’Italia non si fosse qualificata ai Mondiali mi ha certamente addolorato, ma ha dato il via a tutta una serie di riflessioni su tanti fatti che il destino si diverte sempre a intrecciare. Li chiamano coincidenze, oppure corsi e ricorsi storici…

Nel 1958 l’Italia beneficiava dei primi vantaggi del cosiddetto Boom Economico, miraggio almeno apparente ai nostri giorni. Quali solo le tue riflessioni a riguardo?

Il Paese sperava. Era povero, distrutto dalla guerra, diviso politicamente. Sarebbe banale dire che le cose fossero allora più semplici e genuine. C’era violenza, c’era corruzione, e c’erano i fascisti, anche, che coprivano tutte le cariche pubbliche. La vita era “agra”, come scrisse poco dopo Luciano Bianciardi. Ma a differenza di quel che accade adesso, i giovani speravano nel futuro.

Quanto il contesto calcistico è figlio della situazione politica del paese? Esiste una correlazione di causa-effetto tra i fallimenti della nazionale e la confusione nell’apparato esecutivo di una nazione?

Sul rapporto tra lo stato economico e politico di un paese e del suo calcio vincente si è scritto tanto. La tendenza sarebbe quella di rispondere di sì, che un paese efficiente – certo, vengono in mente anche le dittature – propone un’organizzazione della politica sportiva predisposta alla vittoria. Ma il calcio è così sorprendente, talvolta democratico, sempre legato all’imprevedibile, che molto spesso queste tesi vengono smontate. Sicuramente dove regna la confusione a ogni livello è più difficile ottenere successi, in qualunque campo.

Nel libro grande spazio lo trova il Brasile del 1958. Quella squadra è ancora oggi la migliore di sempre a tuo avviso?

È un argomento che appassiona i brasiliani e non solo loro. Il Brasile ha avuto altre grandi Seleções, prime fra tutte quella del ’70 e quella seppur perdente del 1982. Ma il mito del 1958 è avvalorato anche dai pochi spezzoni televisivi, dal racconto orale che predispone all’enfasi e all’iperbole, e che alimenta appunto la leggenda. Certo una squadra che contemporaneamente schierava Pelé e Garrincha, Didi e Vavá dovevano essere, ed era in realtà, un vero spettacolo.

Pelè e Garrincha sono stati i simboli del successo della Seleçao, è corretto considerarli simboli anche del riscatto della società brasiliana?

In un certo senso sì. Bisogna andare cauti nel pensare che il calcio riscatti totalmente le mancanze e le sofferenze della società. Ma detto questo, le vittorie, e più ancora l’allegria che le giocate di Garrincha e Pelé suscitavano fecero un gran bene alla popolazione brasiliana. In più, va ricordato che la “vittoria dei meticci” fece dimenticare il rigurgito di razzismo che la società brasiliana aveva conosciuto a seguito della disfatta del 1950, che venne imputata ai calciatori – in particolare al portiere Barbosa – afro-discendenti.

I riferimenti letterali-filosofici sono tanti e notevoli. Come nasce l’idea di collegare Nietzsche al contesto calcistico ed alla analisi da te proposta?

È più semplice di quel che pensi, la mia non vuole certo essere una lettura particolarmente raffinata o peggio, snob. Non ne sarei neppure capace. È che le categorie nietschiane – il dionisiaco e l’apollineo – riprese peraltro da altri tra cui dall’antropologa Ruth Benedict, hanno il pregio della chiarezza e della evidenza. Maradona è Dioniso, Beckenbauer Apollo.

Domanda provocatoria e pessimistica: ha ancora senso parlare di letteratura calcistica in un calcio nel quale VAR e amenità varie attraggono sempre più interesse? Cosa ne penserebbero Soriano o Galeano di cosa è diventato il calcio?

Sono un ottimista per natura. Certo Osvaldo ed Eduardo si addolorerebbero – tra l’altro il Var, così come lo interpretiamo in Italia, non ha risolto nulla, ha solo spostato un po’ più in là, anzi un po’ più in alto le polemiche -; tuttavia ripenserebbero a quella palla che, imprevedibile e sfuggente, bizzarra e sempre capricciosa – fa la felicità di tutti, soprattutto dei bambini di ogni angolo di mondo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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