Intervista: Dall’Inviato Dietro La Porta. Splendori E Crisi Del Calcio Italiano

Un album di ricordi al quale si abbina il rimpianto e la nostalgia per il calcio del passato, in un libro denso di passione. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quando e come ha deciso di mettere nero su bianco i suoi ricordi e le sue aspirazioni relative al calcio di oggi?

Parecchi anni fa, avevo scritto un libro dedicato a Giovanni Trapattoni dal titolo “Tutti Pazzi per il Trap”. Al volume, che raccontava un Trap a tutto tondo, avevano dato i loro contributi i miei colleghi di sempre Bruno Pizzul, Franco Zuccalà e Marco Civoli. Libro che ebbe un buon successo e tutti i proventi della vendita furono devoluti All’associazione Emergency del compianto Bruno Strada. Già in quel libro, pubblicato vent’anni fa, cominciavano ad emergere alcuni malesseri che in pochi anni avrebbero cambiato radicalmente- in peggio- il volto del calcio italiano, in primis la Serie A. Un’involuzione, non solo tecnica, ma anche farcita di loschi affari che si consumavano (si consumano) in molte paludate società di calcio italiane. Basta scorrere le cronache dei giornali e delle TV di questi ultimi mesi.
Il Calcio ha rappresentato una parte importante della mia vita professionale, regalandomi emozioni irripetibili che ho cercato attraverso i servizi realizzati per le testate sportive Rai, di trasmetterle al telespettatore. Assieme a tanti colleghi abbiamo rincorso palloni e giocatori in ogni angolo della terra. Oltre al calcio giocato raccontavamo anche storie minimali. Qualcuno, con
nostalgia e un po’ di reducismo, dice che era il calcio del “Mulino Bianco”. All’epoca le partite erano trasmesse ancora in bianco e nero, e chi possedeva la tv poteva seguirle; altrimenti c’era la mitica radio con il suo Calcio minuto per minuto. Insomma, archeologia del pallone.
E fu così che lo scorso anno sfogliando qualche mio taccuino professionale mi sono chiesto: perché non raccontare questo vissuto, queste emozioni e le tante storie che sei Campionati del mondo, altrettanti Campionati europei, Under 21, Coppa dei Campioni (allora si chiamava così) e un’infinità di partite di campionato che mi avevano dato la possibilità di vivere delle esperienze totalizzanti. Così è nato “Dall’inviato dietro porta”-Splendori e crisi del calcio italiano-. Dove oltre agli amarcord del calcio d’antan vi sono anche delle spietate analisi da parte di prestigiosi colleghi dellle tv e della carta stampata che analizzano la nostra esclusione del recente mondiale in Qatar e su cos’è diventato il calcio italiano del terzo millennio. A danni fatti, mi piace pensare che da subito i padroni della fabbrica calcio Made in Italy e i parrucconi delle organizzazioni mondiali FIFA e UEFA scendano dalla loro nuvoletta dorata e rivoltino i regolamenti che sino ad oggi hanno dettato regole al limite del decoro. Il calcio attuale ha non ha bisogno di un lifthing, ma bensì di un cambiamento radicale. Oggi i padroni assoluti dell’azienda calcio sono le onnivore televisioni e gli sponsor, coloro che decidono tutto e tengono in piedi la fabbrica del calcio. Urge cambiamento di rotta. Altrimenti alla domenica sugli spalti si ritroveranno soltanto i presidenti delle società a giocare a brischino con i magazzinieri. Ma mi raccomando, suggerisco loro di non barare e rispettare le regole. E ricordiamoci cosa disse il Trap: “Il pallone è pieno d’aria, ci vuole un attimo per sgonfiarsi.

Nel libro è presente un bel ricordo di Beppe Viola: quanto manca la sua ironia ed il suo stile al giornalismo italiano ed a quello prettamente sportivo?

“Beppino”, lo chiamavamo affettuosamente i suoi amici di sempre Gianni Brera, Giancarlo Fusco, Diego Abatantuono ed Enzo Jannacci, quest’ultimo sin dalla prima infanzia aveva fatto coppia fisscon Beppe e abitavano nello stesso quartiere in Via Lomellina a Milano. Il linguaggio di Beppe Viola, inimitabile come la Coca Cola e il Campari soda, si ritrovava spesso nei suoi servizi televisivi.
Viola aveva un modo disincantato, a volte malinconico, di raccontare le gesta degli eroi della domenica spesso sdrammatizzando l’evento. “Si tratta pur sempre di una partita di pallone e non di un intervento a cuore aperto” -amava spesso ripetere Viola a chi non amava o non capiva la sua prosa leggera e distaccata nel descrivere il mondo pallonaro. Beppe, sia che scrivesse di sport, di
costume, o di attualità, aveva uno stile che è inconfondibile ancora oggi, anche a quarant’anni dalla sua scomparsa. Dopo di lui il vuoto. Con Viola ho vissuto molti anni della mia professione. Beppe ha fatto fa parte della mia vita. Parlare di un collega: compito imbarazzante, soprattutto seè stato un amico mai dimenticato. Buonismo, retorica e reducismo in questi casi sono in agguato, e Beppe Viola si sa, non avrebbe gradito tanta banalità. Per evitare le trappole dell’amarcord dirò subito che Viola è stato, sul lavoro, uno spaccamaroni planetario, irraggiungibile e unico nel suo genere. Una volta ha messo su un tram Gianni Rivera. “I calciatori famosi non salgono mai sul tram” -mi aveva detto. Allora convinse” l’Abatino” (copyright di Gianni Brera ) a salire sul tram n.13 dove realizzò una splendida intervista che si concluse davanti allo stadio di San Siro. Il pezzo ancora oggi gira nelle scuole di giornalismo televisivo.

A tal proposito le chiedo cosa ne pensa dello stile giornalistico odierno, molto votato all’urlo e al sensazionalismo?

Oggi lo stile di Beppe Viola sarebbe fuori mercato come gli orribili pantaloni a zampa d’elefante o il maxi cappotto in voga negli anni Sessanta/Settanta. Il modo di raccontare il calcio è radicalmente cambiato. Con l’avvento dei grandi net work e delle pay tv si è formato un gruppo di bravissimi giovani cronisti e rampanti telecronisti che hanno inventato una neo lingua frenetica, farcita di aggettivi e neologismi che hanno rivoluzionato lo story telling delle partite. La partita che raccontano i colleghi delle tv (più private che pubbliche) ha dei ritmi vertiginosi. Spesso il telecronista è affiancato da un commentatore tecnico che deve raccontare la partita vista da un’altra angolazione con ritmi ancora più veloci. A volte capita che la velocità del racconto in telecronaca stride fortemente con la lentezza e la scarsa qualità del gioco che si consuma in campo. L’importante è tenere sveglio il tifoso in ciabatte spiaggiato sul divano. 24 telecamere in campo, con riprese impeccabili e di altissimo livello, a volte non danno al telespettatore la sensazione di quello che avviene realmente sul terreno di gioco. Il racconto per immagini è più delle volte omogenizzato. Mancano le piccole storie che si consumano durante la partita. È spesso tutto ciò avviene quando la telecamera in diretta segue (giustamente) l’azione e non i giocatori senza la palla al piede. Gestualità, smorfie, sguardi, labiali, magari “rubati”, che pizzicano il
giocatore che in quel momento si dimentica di mettersi la mano davanti alla bocca per impedire alla telecamera indiscreta di poter decifrare il suo labiale mentre impreca contro l’arbitro, un insulto ad un avversario, sarebbero, se ben dosati, dei fotogrammi che “arricchirebbero”, dal punto di vista narrativo ed emotivo, una telecronaca. Ma queste sono considerazioni passatiste di un vecchio reporter televisivo di quando “Berta Filava”.

Ripensando agli anni d’oro del calcio italiano prova più nostalgia o rabbia per la deriva che l’ha caratterizzato?

“C’era una volta”… C’era una volta il calcio che aveva (ha ancora?) tutti gli elementi che caratterizzano il genere narrativo delle fiabe. Vi erano gli eroi, gli eterni sconfitti, i campioni indimenticabili, i mediocri, i giocatori simbolo, quelli che si cucivano la maglia addosso come una seconda pelle. Le famigliole con i loro figlioletti si recavano allo stadio con il vestitino buono. Dagli
spalti non piovevano ancora in campo motorini o pezzi di lavandino sradicati dai bagni. Al massimo nelle curve tra le opposte fazioni ci scappava una “sana scazzottata” e tutto finiva lì.
C’era una volta… C’era una volta un calcio italiano che stava crescendo, e le cui squadre dominavano in giro per l’Europa. Ma la cosa più bella ed entusiasmante che a far da protagoniste non c’erano solamente i grandi team, ma anche e soprattutto le piccole squadre di provincia. Ma la vera magia del calcio italiano e veneta e arriva nel 1985. L’Hellas Verona diventa la squadra più
temuta di tutta la Serie A italiana. Erano I “mastini” veronesi di Osvaldo Bagnoli gli stessi che il 12 maggio 1985 ottennero contro l’Atalanta quel punto che mancava per la certezza matematica del primo (e unico) scudetto della sua storia. Era ancora un calcio d’antan, godibile. Storie antiche di un altro pallone. Un’epoca dove il pianeta calcio non era ancora globale, le squadre non si
quotavano in borsa e le degenerazioni legate al pallone del ventunesimo secolo erano lontane. I voraci appetiti degli sponsor e delle televisioni a pagamento erano addavenì. Il gioco del pallone era un gioco affascinante e nello stesso tempo semplice. Il mai dimenticato allenatore Nereo Rocco detto “El Paron” diceva : “II calcio non ha bisogno di tante monade teoriche. Si tratta
semplicemente di mettere la bala drento la rete”. “Nostalgia Canaglia” direbbe il mio amico “poeta della parola”, l’indimenticato Vito Pallavicini di Vigevano, autore di Azzurro, Io che non vivo, Messico e nuvole. E qui mi fermo.

A suo parere cosa differenzia i campioni di una volta rispetto a quelli odierni? La grande esposizione mediatica odierna è stata controproducente?

Il mio grande amico Giambattista Moschino, recentemente scomparso, che ha militato nel Novara, Torino, Lazio e Verona, in una delle sue ultime interviste mi disse: “Sai Sergio, ti devo confessare una cosa; non riesco più a vedere una partita di calcio. Non sopporto certi atteggiamenti dei giocatori in campo e fuori dal campo. Ai miei tempi altro che procuratori e
veline. E qui il grande Gianni Moschino (che Gianni Brera lo definì “l’architetto in campo” per le sue geometrie di gioco e i suoi millimetrici lanci a smarcare un compagno in area”), mi racconta e si racconta. Mi confessò che quando una ragazza gli chiedeva un autografo lui arrossiva come un pomodoro maturo. Sai, raccontava Moschino, “non siamo mica dei chirurghi che operano dei
bambini a cuore aperto. In fondo diamo calci ad un pallone e ci pagano pure. Pensa che quando andai al Torino allenato da Nereo Rocco, il mio contratto lo firmai con il presidente con una stretta di mano. Altro che procuratori”.
Oggi i giocatori delle massime serie fanno parte a pieno titolo dello showbiz (nel linguaggio giornalistico l’insieme delle attività economiche connesse al mondo dello spettacolo ndr,)
Considerare il calcio professionistico puro sport è un’ipocrisia. Il calcio di oggi è spettacolo, soprattutto televisivo. E come tale è obbligato a seguire anche alcuni eccessi tipici del mondo dello spettacolo. Grande esposizione mediatica dei suoi protagonisti, divismo, fidanzate sempre bellissime che durano lo spazio di un mattino ad usum paparazzi, contratti pubblicitari e guadagni
fuori da ogni realtà sociale nella quale vive mediamente l’appassionato. Il tifoso che, nonostante tutto, ama il gioco del pallone e le emozioni che il gioco più bello del mondo regala. Ci crede ancora. Beata ingenuità.
L’immenso Cristiano Ronaldo di anni 38, paghetta annua 90 milioni di euro netti più sponsor vari, pubblicità ed il resto mancia, dopo le lacrime vere (o ad usum telecamera) causa esclusione del Portogallo dal mondiale del Qatar, è già andato a cercare pecunia A Ryad, all’Al-Nssr Footbal Club. Lunga vita al portoghese. Anche perché molti dei suoi eurini (pochi lo sanno) in silenzio e senza titoloni sui giornali, finiscono in beneficenza. E vi pare poco?

Tra i suoi ricordi ce n’è uno relativo a qualche evento sportivo che la emoziona particolarmente?

Chi per quarant’anni ha fatto il “mestieraccio” è inevitabile che conservi una valigia (anche se virtuale) piena di ricordi e di emozioni. Ma ci sono emozioni che sono indimenticabili.
Correva il 9 luglio del 2006, e tra i miei ricordi, inutile negarlo, aleggia ancora la magica notte di Berlino, quando il mio amico e collega Marco Civoli assieme a Sandro Mazzola annunciò in mondovisione che “Il cielo è azzurro sopra Berlino”. Siamo Campioni del mondo. Il resto è storia.
È la prima volta che lo scrivo, ma Il decisivo rigore di Fabio Grosso non ebbi il coraggio di guardarlo. Qualcuno si chiederà: ma che professionista sei? Chi narra queste note era dietro porta. In un lampo decisi di riprendere il tiro di Fabio con un’ottica larga che permettesse alla mia telecamera, che abbracciavo come una fidanzata, di immortalare il tiro. Tre secondi lunghi una eternità; Io tenevo gli occhi chiusi, Civoli che sommessamente dice a l mondo “Mio dio Fabio Grosso, fai il miracolo”! La bravura e freddezza del rigorista azzurro manda un’intera nazione in visibilio. Sull’Olympianstadium di Berlino atterrò la felicità. Poi le lunghe focali della telecamera dietro porta consegnano alla storia del calcio quei primi piani dei neo Campioni del mondo
stravolti dalla felicità che correvano all’impazzata sul terreno di gioco a zig zag come stormi di uccelli impazziti. Siamo Campioni del mondo. “Tutto il resto è… gioia”.

Il calcio di oggi le piace ancora al netto delle sue storture?

Sembra preistoria, come osserva acutamente il collega Daniele Garbo nel sua “analisi sulla crisi del calcio italiano”. È trascorso quasi mezzo secolo da quando la nostra Massima Serie rappresentava la “Terra promessa” per le stelle della pedata. Da noi allora si esibivano i migliori calciatori del mondo. Tra gli anni 80/90 gli stadi italiani erano pieni e i tifosi facevano la fila per
ammirare Maradona, Platini, Boniek, Zico, Van Basten Matthaus, Gullit e tantissimi altri campioni
Allora era considerato il campionato più bello del mondo. E con il senno di poi forse era vero. Da qualche anno, vedi scandali a ripetizioni e gruppi dirigenti ai massimi vertici delle società e delle organizzazioni mondiali UEFA e FIFA non all’altezza di presiedere la massime cariche che governano il calcio, vi è stato un degrado che è sotto gli occhi di tutti gli osservatori che si
occupano di pallone. Scandali scommesse e le cronache di questi giorni che raccontano di alcune paludate società di Serie “A” coinvolte in oscure manovre finanziare legate alla compravendita di giocatori, non fanno certo bene al movimento calcistico. Buon ultimo il “Qatar gate” che vede coinvolti alcuni politici italiani ed europei. Il tifoso, anche quello più passionale, comincia a
disinnamorarsi del gioco più bello del mondo. Stadi sempre più vuoti e fatiscenti, non invogliano certo a portare le famigliole con i bambini allo stadio. Lo spettacolo langue. Oggi in Italia arrivano molti ex campioni al termine di brillanti carriere consumate nei campionati esteri soltanto per raccattare ancora ingaggi milionari, a discapito dei nostri bravi giovani che non riescono a trovare
spazio nella Massima Serie. Gli stadi si svuotano e le casse pure. Nonostante tutte queste storture
il calcio, a mio avviso, e lo “sport/spettacolo” che riesce a farti vivere delle emozioni che nessun’altra competizione sportiva può e sa dare.
Noi “ragazzi degli anni Sessanta”, cresciuti con le colonne sonore dei Beatles e dei Rolling Stones, amavamo alla follia il footbal. Mi chiedo se lo amiamo ancora? Si sa, Il calcio italiano “non è più quello di una volta”, come le stagioni. Il grande Edoardo De Filippo concludeva il suo stupendo film “Napoli Milionaria” con… “Adda passà ‘a nuttata”. Speriamo che passi presto.
Buon calcio a tutti. Comunque e ovunque.

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