Intervista: Sergio Brighenti: Dai Salesiani a Wembley

Il libro di Christian Pravatà racconta la vita e la carriera di Sergio Brighenti, grande attaccante e grande personaggio del nostro calcio.

Come é nata l’idea del libro e quali sensazioni hai provato nel raccogliere le parole di Sergio Brighenti?

Il libro è il frutto dell’amicizia maturata con Sergio Brighenti durante i diversi anni di conduzione del programma tv “Bzona”, trasmissione che andava in onda su diverse tv regionali e che vedeva me alla conduzione e Brighenti ospite fisso. A telecamere spente nacque una bella amicizia e durante i nostri incontri spesso mi raccontava gli aneddoti della sua carriera che ho poi riportato nel libro. Lui lo diceva sempre “bisognerebbe scrivere un libro..” e io promisi di realizzarlo…

É giusto definirlo un “centravanti d’una volta” per caratteristiche tecniche o é riduttivo?

Diciamo un attaccante, un numero  9 che si poteva anche adattare a seconda punta, non era solo abile a finalizzare ma riusciva a costruire l’azione partendo anche da posizione più arretrata, aveva un gran senso del dribbling ed era ambidestro. Su youtube per fortuna si trovano diversi filmati che mostrano molti suoi gol, consiglio di andarli a vedere.

In quale squadra si é visto il miglior Brighenti? 

Sicuramente nel Padova di Nereo Rocco, ma direi nella stagione 60/61 con la maglia della Sampdoria, dove riuscì a vincere il titolo di capocannoniere del campionato di Serie A.

A livello calcistico avrebbe meritato qualche riconoscimento in più, soprattutto in nazionale?

Sicuramente, così come Azeglio Vicini. 

Il Mondiale del 1990 sembra essere stato un suo grande rimpianto: é corretto? 

Lui ha voluto specificarlo bene nel libro: “occasione persa” sì, “fallimento” no. I fallimenti sono altri, portare una nazionale al terzo posto in un campionato del mondo non è da tutti. Basti pensare ad oggi, dove sono due le edizioni mondiali alle quali non partecipiamo… Certo il rammarico c’era perché quella nazionale avrebbe potuto vincere contro la Germania.

Quanto mancano la sua semplicità e la sua ironia in un calcio esasperato come quello attuale?

Manca moltissimo, il suo era un calcio che si basava esclusivamente sul campo, la televisione arrivò solo nel 54, lui già giocava da alcuni anni , e i tifosi se volevano vedere la propria squadra dovevano andare allo stadio, ecco perché gli impianti erano sempre pieni. Mancherà la sua visione anche di educatore: infatti in Nazionale i valori tramessi ai giocatori erano morali, non solamente tecnici.

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