Intervista: Pep Guardiola, Il Calcio Come Rivoluzione Infinita

Alfonso Fasano analizza con grande perizia e competenza la figura di Pep Guardiola, mettendone il luce le grandi doti tattiche e comportamentali, attraverso un percorso in continua evoluzione. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nel complimentarmi per il libro ti chiedo quale esigenza volevi soddisfare nel realizzarlo.

Il libro nasce soprattutto come opera d’ammirazione nei confronti di Guardiola, quindi da una
volontà di approfondire la storia del calciatore, dell’allenatore, della figura pubblica. Nel corso del
lavoro di stesura, leggendo e scrivendo, è sorta un’altra esigenza forte da parte mia: quella di
scrostare le etichette – tecnico-tattiche, giornalistiche, narrative, addirittura politiche – che da
anni vengono apposte su di lui. Di provare a restituire la vastità e la complessità – quindi la
genialità, l’impatto storico, anche i lati controversi e oscuri – del personaggio-Pep. Dopotutto
provare a conoscere davvero una persona, a mio parere, è il più grande atto di rispetto che le si
possa tributare.

Guardiola sembra aver preso spunto da allenatori diversi tra loro, da Carlo Mazzone a Marcelo
Bielsa. Credi che il punto di partenza sia stato un ibrido di queste varie esperienze?

Di sicuro l’ideologia calcistica di Guardiola è un cocktail di tanti ingredienti che ha imparato a
conoscere – anzi: a riconoscere – e a maneggiare nel corso della sua carriera da giocatore. Al
tempo stesso, però, credo che Pep sia anche abbastanza astuto nelle sue dichiarazioni, nel senso
che faccio fatica a credere che i sistemi tattici di Mazzone o quello di Capello, i suoi tecnici in Italia,
l’abbiano ispirato davvero. Magari da loro ha appreso qualche rudimento nella gestione della
partita e degli uomini, delle sostituzioni, ma alla base di tutto ci sono le teorie di Cruijff. Su cui poi
ha innestato alcuni meccanismi di allenatori che predicano un calcio più vicino alle sue idee come
Bielsa, Van Gaal, Lavolpe, oltre ovviamente alle sue intuizioni.

In quale delle sue esperienze in panchina credi si veda maggiormente la sua influenza a livello
tattico?

Se guardiamo alla tattica calcistica in senso storico-assoluto, la rivoluzione operata da Pep al
Barcellona non ha eguali: i risultati e l’esperienza estetico-funzionale di quella squadra hanno
avuto un impatto enorme sull’evoluzione del gioco, hanno rappresentato un punto di cesura in
grado di creare un prima e un dopo, come solo il Totaalvoetbal olandese e la zona del Milan di
Sacchi nei tempi moderni. Personalmente, però, ritengo che i processi di ibridazione fatti al Bayern
e poi al City siano stati ancora più complicati, ancora più visionari, perché hanno portato quel
Barcellona nel futuro e in luoghi lontani da Barcellona. Ed è proprio questa trasversalità
spaziotemporale a rendere Pep l’allenatore più influente della sua era.

Dire che Sergio Busquets é stato il giocatore più importante e poi più rimpianto per Guardiola é
un’esagerazione?

È una lettura condivisibile, visto che parliamo di un giocatore tecnicamente, fisicamente,
culturalmente non replicabile in nessun altro contesto che non sia la Masía, il Barcellona, la Catalogna. Però credo che Guardiola sia andato oltre Busquets, e lo penso proprio in virtù della
sua unicità e di quello che ho detto nella risposta precedente: secondo me Pep potrebbe anche
averlo rimpianto a Monaco e poi a Manchester, magari avrà addirittura chiesto ai dirigenti del
Bayern e del City di acquistarlo, ma in realtà il resto dei calciatori a sua disposizione forse non si
sarebbero giovati del suo arrivo. Perché erano diversi, necessitavano di un’interlocuzione diversa e
quindi di un giocatore diverso a guidarli in mezzo al campo. E questo Pep l’ha sempre saputo, oltre
ad averlo sempre detto.

Guardiola ha permesso a tanti giocatori di completare il proprio baglio tecnico ed evolversi, ma al
tempo stesso sembra voler lavorare solo con chi é funzionale al suo credo. Non può esistere un
compromesso?

Io ritengo che un compromesso sia un’ipotesi quasi sempre accettabile o comunque da valutare,
nel calcio e nella vita. In ogni caso, però, si tratta di una possibilità che ha un tempo, una scadenza:
nel caso di Guardiola e dei suoi calciatori, credo che tutti possano giovarsi di lavorare con lui, di
migliorare grazie alla sua presenza e alla sua influenza, ma alla fine verrebbero – e quindi vengono
e verranno – fuori tutti quelli non adatti. Per fare qualche esempio: qualche settimana fa Gabriel
Jesus ha rivelato che la sua decisione di accettare l’offerta dell’Arsenal nasceva proprio dalla
volontà di giocare un calcio diverso rispetto a quello di Pep; allo stesso modo, Sterling è stato – o
meglio: è diventato – un grandissimo attaccante nei suoi anni al City, ma allo stesso tempo non è
stato mai davvero adatto per il gioco di Guardiola. E infatti lui e Gabriel Jesus sono stati i primi ad
andar via nel momento in cui è arrivato Haaland. Poi ci sono casi più eclatanti e anche piuttosto
controversi come quelli di Ibrahimovic ed Eto’o, legati a incompatibilità caratteriali, prima ancora
che tattiche. Con certe personalità, in fondo, è impossibile anche solo pensarci, a un
compromesso.

La sua ricerca della perfezione non rischia di trasformarsi in un’illusione o addirittura in un’utopia?

È un rischio concreto, ma solo in relazione ai risultati delle singole partite. Cerco di spiegare questa
affermazione: il calcio, per fortuna, è un gioco complesso e quindi infinito, che non smette e non
smetterà mai di evolversi. E quindi è giusto – e anche bello – pensare che ci siano allenatori come
Guardiola, tecnici-uomini disposti a mettere e a mettersi sempre in discussione dal punto di vista
tattico. A volte, però, questa sua volontà di innovazione finisce per distruggerlo dall’interno, lo fa
smarrire in occasione di alcune gare. E non è un caso che succeda quasi sempre nelle notti decisive
in Champions League, quando magari servirebbero più sicurezze, più certezze, per poter arrivare
alla vittoria.

Come lo giudichi come comunicatore? Forse trasmette più fedelmente le sue sensazioni con il
linguaggio del corpo che a parole?

Probabilmente sì, nel senso che considero più vero ciò che fa rispetto a ciò che dice. Allo stesso
tempo, però, le sue esagerazioni dialettiche, la sua falsa modestia e il modo in cui si rivolge ai suoi
interlocutori fanno parte del pacchetto, definiscono il personaggio quasi come le sue idee tattiche.
Ai miei occhi è un comunicatore furbo, che sa nascondersi e spesso deve e vuole farlo, ma a volte
questo atteggiamento gli si ritorce contro, proprio perché non riesce a essere un uomo costruito in
ogni sua manifestazione pubblica – come Mourinho, per esempio.

Quale sarebbe l’impatto sì Guardiola in un ipotetica esperienza in Italia? Saremmo culturalmente
pronti alla sua continua evoluzione tattica?

In realtà credo che il contesto mediatico della Spagna e dell’Inghilterra non siano molto diversi da
quello italiano. E allora la ricezione e la valutazione delle teorie di Guardiola in Serie A sarebbero
inevitabilmente legate ai risultati. Risultati che in Liga e in Premier sono stati strepitosi. Quindi si
può dire che Pep non è stato criticato perché non era possibile farlo, e sarebbe così anche se
venisse a vincere in Italia. Non a caso, mi viene da dire, viene attaccato perché non è riuscito a
vincere la Champions. Sono (sarei) un po’ più prudente sull’impatto che potrebbe avere attraverso
i suoi eventuali giocatori, sul modo in cui verrebbe accolto il suo calcio in una lega che,
inevitabilmente, può disporre di meno talento rispetto alla Premier di oggi. Per dirla brutalmente:
in Serie A chi potrebbe giocare come fanno oggi Éderson, Rúben Dias, De Bruyne, Bernardo Silva e Haaland? Forse nessuno, e allora forse anche Pep cambierebbe. Dovrebbe farlo, e ne sarebbe
certamente capace. Ma con quali esiti?

Quale sarà la prossima esperienza dopo il Manchester City? Credi possa essere interessato ad una
nazionale?

È stato proprio Pep a dirlo in maniera chiara: vorrebbe allenare una rappresentativa per giocarsi i
Mondiali e/o gli Europei. Sarebbe la soluzione perfetta dopo l’esperienza totalizzante che sta
vivendo al City. E poi c’è un altro aspetto da mettere in conto: pochissime società al mondo
potrebbero prenderlo. Oltre a quelle per cui ha già lavorato e in cui non tornerebbe, restano le
altre due grandi di Spagna e le altre big di Premier, che però sono da scartare vista l’appartenenza
di Pep alla storia del Barça e del City; in Italia e in Germania, almeno in questo momento, nessuno
potrebbe permetterselo, e allora rimarrebbe solo il Psg. Troppo poco, quindi sarà una Nazionale.
Però va detto che il suo modo di allenare non sembra potersi sposare con la natura episodica del
lavoro da ct, a meno che non riesca a trasformarsi, a rivoluzionare sé stesso per l’ennesima volta.
Non mi sorprenderebbe.

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