Intervista: Alessandro Del Piero

Alberto Galimberti ripercorre con sentimento e con competenza la leggendaria carriera di Alessandro Del Piero, con l’ultima partita in maglia bianconera a scandire i tempi di una lettura interessante. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come nasce l’idea del libro a 10 dall’addio di Del Piero alle Juventus?

A dieci anni di distanza ho deciso di tornare lì, sul luogo dove il commiato tracimante d’affetto si è consumato, la bellezza del calcio svelata, il senso nobile dello sport sublimato, per provare a raccontare le gesta di Alex Del Piero. L’idea affonda le radici nella mia fanciullezza. Pertanto è un libro scritto con il cuore e il cervello. Il cuore è quello di un adolescente appassionato di sport e di calcio, che con il cervello di una persona adulta ha tentato di ritagliare ricordi ed emozioni per riversarli nero su bianco, sfilandoli dal passato affinché brillassero nel presente. Lo spunto narrativo, invece, deriva dallo struggente giro di campo della bandiera juventina a partita ancora in corso. Un evento spartiacque. Accade l’impensabile. Nasce spontaneamente e altrettanto spontaneamente muore. Incorniciato in un pomeriggio teoricamente di festa – la Juve torna a vincere lo scudetto, chiudendo il campionato invitta, nella più totale trepidazione degli indefettibili supporter bianconeri -, dove ringraziamento e rimpianto sono sentimenti palpabili, sostengono l’uno il volto dell’altro. Al passo d’addio del capitano, non sono srotolate grandiose coreografie sugli spalti, né approntate luccicanti targhe commemorative o recitate lettere sì toccanti ma spesso grondanti di retorica. Il campione veneto e i supporter bianconeri si scambiano parole definitive: il primo fra sguardi e silenzi, i secondi con pianti e cori. Confezionando un’uscita di scena perfetta, unica nel suo genere: sprigiona il delicato splendore della sincerità; sgocciola istanti di meraviglia. Tramite alcuni episodi susseguitisi in questa gara (Juventus-Atalanta) è possibile riavvolgere il nastro della vicenda umana e calcistica di Pinturicchio, passando in rassegna gli snodi cruciali della carriera, costellata da sfavillanti vittorie e sonore sconfitte, scandita da cadute repentine e insperate rinascite, punteggiata da lodi sperticate e severe condanne. All’altezza del 13 maggio 2012, Del Piero ha 38 anni: il bilancio della sua vita è quello di un calciatore risolto, un uomo felice.

Il Del Piero calciatore corrisponde esattamente al Del Piero uomo o ci vedi delle differenze?

Il calciatore Del Piero, per lunghi tratti della carriera, è semplicemente un giocatore vertiginoso; giganteggiando in Italia e furoreggiando in Europa. Entra nel cuore dei tifosi, spopola letteralmente. Da un lato fa sognare la Vecchia Signora, (issata sul tetto del Mondo il 26 novembre 1996, nella finale di Coppa Intercontinentale contro il River Plate, con una marcatura decisiva di Pinturicchio); tremare difese rivali e portieri avversari. Dall’altro, manda in visibilio sostenitori, società e sponsor. Annoverabile tra gli attaccanti baciati da una bravura impareggiabile, è distintamente una seconda punta, ricoprendo ugualmente altri ruoli: centravanti, trequartista, ala sinistra. In altre parole, Del Piero è la testimonianza tangibile di un numero 10 completo. Agli albori della carriera, supplisce con l’abilità tecnica a un corpo non esattamente statuario, ha piedi fatati ma non un fisico erculeo. Gettandosi a capofitto nelle sedute di allenamento saprà superare anche questo limite di partenza, smentendo gli scettici, che malignavano di caviglie di cristallo e muscoli di seta, diventando, nel volgere degli anni, un attaccante totale. Capace di abbinare alla classe sopraffina la caparbietà agonista, al talento adamantino il temperamento del conquistatore, al genio del fantasista la grinta del gregario che lotta e suda su ogni pallone. Unendo la pulizia del gesto tecnico alla potenza fisica (si pensi, a riguardo, alla rete siglata contro la Germania, il 4 luglio 2006, in semifinale: un emblematico riassunto!). Sbugiardando il luogo comune, l’immagine romanzesca del numero 10, indolente e flemmatico, genio con il pallone e anarchico senza. Al vigore fisico abbina la qualità del tocco di palla e la sottile intelligenza calcistica. È un finalizzatore poetico e pragmatico insieme: appaga l’occhio e sazia l’efficacia. Da ultimo, complice i toni sovente iperbolici di media e tifosi, vara un tiro, una battuta a rete, una conclusione vincente che, addirittura, porta il suo nome. Il tiro alla Del Piero – ora carezza vellutata ora sventola terrificante, oggi parabola liftata domani fendente fulminante – che, dardeggiato ai bordi dell’area di rigore, tramonta all’incrocio dei pali; bagnando gli appariscenti e sontuosi esordi ufficiali in Champions League, nell’edizione 1995-96. Niente male come ingresso sulla scena del mondo calcistico che conta. Il tiro alla Del Piero assurge presto a mito, perché è un rito officiato e ripetuto con successo: abbrivio e preludio alla vittoria della coppa dalle grandi orecchie, inalberata nel cielo di Roma, il 22 maggio 1996, dopo aver sgominato i lancieri dell’Ajax. L’uomo Del Piero è stato coerente con la figura del calciatore. Lo so: affermarlo suona come una banalità che scade nell’ovvio. Eppure corrisponde in maniera fedele alla realtà. Sovrapposte, le due immagini collimano, senza sbavature e contraddizioni, reticenze alcune e infingimenti di sorta. Idolo planetario, in attività, ha steso un velo di riserbo sulla sua vita privata. Il primo passo nella Leggenda, Alessandro lo muove nel suo stile consueto: sobrio, misurato, audace il giusto. Come hanno confidato i suoi allenatori, fonti di prima mano, dunque inconfutabili – Sandreani, Trapattoni, Sacchi, Lippi – Ale mostrava responsabilità e maturità insolite in una promettente promessa esplosa repentinamente e affacciatisi giovanissima sui dorati palcoscenici del calcio mondiale. Tanto taciturno e timido fuori dal rettangolo di gioco, quanto temerario e trascinatore durante i 90 minuti. Oltre alle conclamate abilità tecniche – piedi educati, dribbling assassino, colpi balistici micidiali – Alex ha mostrato di possedere doti temperamentali altrettanto fondamentali: serenità e lucidità di giudizio, carisma e leadership. Questo bagaglio di valori gli ha permesso di risalire la china, superando i frangenti più cupi della carriera: severe stroncature e dure polemiche, gravi infortuni e umilianti declassamenti in panchina. Forgiato dal travaglio, temprato dalla vita, ha riportato in auge la Juventus e la propria stella a brillare nel firmamento del calcio, dopo che – di colpo – si era eclissata nelle stagioni 1999-20 e 2000-01. Sconfitto sì, ma mai arrendevole. Colpiva la desuetudine alla fragorosa polemica pubblica. Certo all’ombra dell’ennesima panchina o della consecutiva sostituzione (frequenti con Fabio Capello, in tolda di comando), a fatica il capitano juventino cela il disappunto, dissimula la delusione, maschera il volto accigliato, rabbuiato e incupito. Però, passando al setaccio partite e giornali, mai fa capolino una parola fuori posto, una dichiarazione sopra le righe, un comportamento disdicevole e privo di rispetto verso compagni, allenatori e tifosi che potesse destabilizzare l’ambiente, dividere i supporter, far deragliare la strada verso l’obiettivo comune: la vittoria. Ha antemposto il bene della squadra, alla gloria personale: sempre. Pertanto pondera le parole, misura le frasi, si morde la lingua, quando serve. Insomma, un lampante modello di lealtà, dedizione e correttezza sportiva. Campione impeccabile e capitano devoto alla maglia in un calcio “post-secolarizzato”.

In nazionale ha sempre vissuto dualismi, con Roberto Baggio e Totti in particolare. Era così difficile farli giocare insieme?

Con la rappresentativa italiana, Del Piero macera in una logorante staffetta, diversa a ogni edizione dei tornei cui partecipa. In ritiri e rifiniture, le sue quotazioni ora salgono ora scendono. Caso più unico che raro nell’almanacco azzurro. Nell’ordine, contende la maglia a Donadoni, Baggio e Totti. Il dualismo con Baggio, andato in scena in Francia nell’estate del 1998, era di difficile soluzione: è il suo alter ego, una seconda punta che ama frequentare gli ultimi venti metri, nelle proprie corde ha sia la finalizzazione implacabile sia l’ultimo passaggio, “fondamentali tecnici” trovati ed esercitati con una facilità irrisoria. Del Piero, per di più, è reduce da un noioso infortunio muscolare, che ne limita fortemente il rendimento, rimediato durante la finale di Champions League persa contro il Real Madrid: con il mondiale francese alle porte, non il migliore dei viatici. Affretta i tempi di recupero. Convalescente, quando scende in campo, la fortuna non gli sorride, gli episodi girano immancabilmente a sfavore. Varie volte sfiora la rete (un morbido pallonetto contro il Camerun, un velenoso diagonale contro la Norvegia). Volano critiche al vetriolo e fioccano le insufficienze in pagella. Alla fine viene preferito a Roby Baggio, artefice di un campionato stellare a Bologna, convocato e schierato da Cesare Maldini a furore di popolo: è autore di due reti e di una volée, proprio contro i padroni di casa, che avrebbe meritato un esito più felice. Di contro, quello con Totti è stato un dualismo più longevo. Ingenerosamente accusato di bieco difensivismo, il Trap sarà l’unico a concedere qualche chance alla compatibilità con il capitano romanista, inamovibile, considerato dal tecnico lo “Zidane italiano”. In molteplici circostanze sarà Totti e Del Piero; non Totti o Del Piero – e la convivenza sembra funzionare. Sull’erba, i due fuoriclasse dialogano e duettano a memoria, o quasi. Peccato che le spedizioni azzurre in Portogallo e Corea del Nord si risolvano, fra molte recriminazioni, in un nulla di fatto. Una rivalità sportiva, quella fra Alessandro e Francesco, per onore di verità, alimentata dalla stampa (che andava a nozze speculando artatamente su dualismi e staffette), mai trascesa in aperta ostilità sul piano personale. Anzi, entrambi hanno dichiarato sempre stima e amicizia reciproche.

Il 2000 é stato il suo Annus Horribilis: é stato giusto convocarlo per l’Europeo dopo una stagione difficile?

Per rispondere, occorre ricostruire il contesto. Caro agli dèi del calcio, proiettato nel Pantheon dei più grandi di sempre, il giocatore di San Vendemiano si scopre di punto in bianco fragile e imperfetto, debole e vulnerabile alla stregua di un comune mortale. Dopo il grave infortunio patito a Udine (9 novembre 1998), potenzialmente capace di stroncare una carriera nel fiore degli anni, vive una profonda crisi personale che si riverbera sul campo. Avvitato in una spirale di insuccessi, incappa in una serie di sonore sconfitte. La Juventus insieme a lui, come di riflesso. Perdendo lo scudetto ai titoli di coda della competizione nella stagione 1999/00. Il perdurante digiuno realizzativo su azione e lo scudetto naufragato sotto il torrenziale diluvio umbro apparecchiano i presupposti dell’avventura azzurra. Ale viene convocato da Dino Zoff per l’Europeo di scena nei Paesi Bassi. Siede nelle retrovie, perde la titolarità, chiuso da Totti e Inzaghi. Segna contro la Svezia, vero. Spolmona lungo la fascia destra al pari di un fluidificante e cursore di sacrifico e spinta, durante la stoica semifinale contro i “Tulipani” protrattasi ai rigori, certo. Sciupa, però, due clamorose occasioni da rete davanti a Barthez che avrebbero vanificato le velleitarie speranze di rimonta transalpine: il titolo europeo scivola fra le dita degli azzurri, puniti fatalmente dal golden gol di Trezeguet, senza possibilità di appello. Con il senno di poi, alla luce dei fatali errori in finale, è quindi legittimo eccepire sulla sua partecipazione alla competizione: se avesse siglato il raddoppio oggi racconteremmo una storia diversa.Rimane, è indubbio, l’evidenza che le frecce nell’arco di Zoff non furono poi molte: dovette supplire all’infortunio di Vieri, puntando sull’attacco romanista – Totti, Montella e Del Vecchio – e la voracità famelica di un bomber di razza come Pippo Inzaghi. Senza tema di smentita, la finale di Rotterdam rappresenta il trauma sportivo per antonomasia vissuto da Alex: l’amarezza è enorme, la delusione cocente, il fardello grave da sostenere. Riproponendo una costante della carriera, si dimostra leader, presentandosi sempre di fronte ai microfoni e alle telecamere, anche quando – avvilito e affranto, come nel post partita di Italia-Francia – avrebbe potuto nascondersi dietro un pusillanime silenzio stampa. Alessandro indietreggiava soltanto per prendere la rincorsa, invece. Anche dopo partite sbagliate, prestazioni scialbe, annate storte. Testa alta e viso aperto. Assumendosi gli oneri, oltre agli onori; adempiendo ai doveri di un vero leader anziché reclamare sdegnosamente soltanto diritti del calciatore affermato, circonfuso di gloria e fama.

Le standing ovation del Santiago Bernabeu e dell’Old Trafford ed i giudizi di stima di leggende quali Alex Ferguson dimostrano che forse all’estero lo hanno apprezzato di più rispetto al nostro paese?

Mi trova in disaccordo. Provo ad argomentare il perché. Nella parabola iniziale di carriera, Alex era avversato perché temuto dalle curve rivali. Nel triennio 1995-1998, la sua ascesa è inarrestabile: la Juve vince in Italia, trionfa in Europa grazie alle sue magnifiche prodezze, alle sue decisive marcature, alla sua travolgente bravura. La sua parabola tocca l’apogeo nella stagione 1997-1998, quando, stando ai podi redatti dagli addetti ai lavori, contende la palma di miglior giocatore del mondo a Ronaldo, il Fenomeno, il gioiello di Massimo Moratti, con il quale ingaggia un duello dai contorni omerici. Lì era osannato dai bianconeri e “offeso” dalle curve rivali: sarebbe disonesto e bugiardo disconoscerlo. Però il giudizio complessivo muta a poco a poco, lo sguardo collettivo posato sull’attaccante veneto cambia. Quando? Soprattutto dopo la scelta di scendere negli inferi della Serie B con le insegne da campione del Mondo e in animo il proposito di traghettare Madama ai vertici, guidando la riscossa. Decisione non affatto scontata, a valle di due anni di “cura Capello” e con il rifiuto reciso delle allettanti offerte provenienti da Alex Ferguson (disposto a ogni follia pur di assicurarsi le prestazioni del numero 10). Qui Del Piero è assurto al rango di bandiera al di là delle bandiere. Simbolo bianconero, cavaliere fedele alla Vecchia Signora, squadra che conta più tifosi in Italia, e insieme calciatore onorato del rispetto dei supporters delle compagini avversarie. Il giocatore di Conegliano Veneto travalica così le fedi calcistiche e le rivalità dei club: una medaglia da appuntarsi fieramente al petto. Certo, la standing ovation decollata dal Santiago Bernabeu, il tempio laico del calcio moderno, uno degli stadi più iconici del mondo, da un pubblico abituato per storia e tradizione ad applaudire fuoriclasse assoluti, al termine di una partita totale di Pinturicchio, è emblematica della reputazione guadagnata sul campo e sarà sempre ricordata come uno splendido attestato di stima rivolto a un campione “trasversale”, riconosciuto e acclamato tale a ogni latitudine europea.

É corretto ritenere la vittoria del Mondiale del 2006 come una sorta di rivincita personale verso la critica?

Sì, ha ragione. Qui, coglie nel segno. Nel calcio, sovente, i trionfi scacciano le sconfitte, leniscono le ferite, redimono i “peccati”. Il Mondiale tedesco ha il sapore della rivalsa per Alex. Iniziato in sordina, tra inesorabili panchine e gli ennesimi sacrifici tattici (quando schierato, viene esiliato da Lippi all’ala sinistra) mai ripagati, cioè senza nulla in cambio (una rete, un assist, una giocata memorabile), regala una coda epica, una conclusione esaltante. La vittoria a Berlino contro la Francia, ma soprattutto la semifinale, disputata al Westfalenstadium di Dortmund, contro i teutonici. Quarto nella batteria dei rigoristi, il 9 luglio regola il conto aperto con Barthez. Il 4 luglio, la notte di Germania-Italia, partita letteraria, Alessandro salda il debito contratto verso i tifosi italiani, tacitando critica, detrattori e scettici. La gloria di Dortmund lava il disonore di Rotterdam. Come dimenticare quella spettacolare segnatura, il capolavoro balistico che trafigge Lehmann? Grosso, l’eroe del mondiale, ha firmato l’1 a 0. Manca un giro di orologio al termine dei tempi supplementari. Disperando di qualsiasi possibilità di recupero, la Germania si riversa in avanti. Dalla difesa salgono le torri. Gli azzurri tutti retrocedono, raccolti “sotto” la linea del pallone, difendendo a pieno organico. L’ultimo assalto è affidato al lento e “citofonato” traversone dalla trequarti di Ballack. Cannavaro, presidio invalicabile al culmine di una prestazione maiuscola, libera la difesa. Si sgancia in avanti. Sullo slancio sbatte contro Totti che, benedetto da un lampo di genio, verticalizza di prima intenzione per Gilardino, avviando una letale ripartenza. Invece di “addormentare l’azione”, il centravanti di Biella vira verso la porta, punta l’uomo e lavora una palla stupenda, spalancando una prateria all’accorrente Del Piero. Il numero 7 spunta fuori all’improvviso dal basso dei teleschermi, sbuca dalla periferia dell’inquadratura. Irrompe nel territorio nemico. Rallenta la falcata, accorcia i passi, inclina impercettibilmente il corpo. Apre l’interno del piede, scocca un tiro di rara potenza e precisione, insaccando un destro sublime che tramonta sotto l’incrocio dei pali. Lehmann è battuto, la Germania sconfitta, l’Italia in finale a Berlino. Da brividi. Il destino è in agguato, avrà pensato fra sé e sé Del Piero quella sera, seduto in panchina. È giunto il momento di rispolverare quel tiro, un gesto sepolto nel passato, si sarà ripromesso, a fior di labbra, Pinturicchio quando Lippi decide di gettarlo in campo, giocandosi il tutto per tutto. Così accade e cambia la storia di Alex in azzurro. E la cambia per sempre.  Del Piero ritrova il suo tiro vincente non in un momento qualunque, non quando è facile farlo, piuttosto quando risulta più difficile: alla soglia dei trentatré anni, all’ultimo Mondiale, dentro il minuto conclusivo dei supplementari. Al termine di una partita tiratissima e sofferta contro i padroni di casa. Sul finale di una corsa, lunga 80 metri, tipica di un centometrista, da una posizione defilata, scomoda, proibitiva. Grazia sotto pressione, «Grace under pressure», chioserebbe Ernest Hemingway.

A tuo parere la dirigenza della Juve poteva comportarsi diversamente nella gestione dell’addio a Del Piero? 

Bisogna citare tre episodi per fornire una risposta razionale e basata su dati di realtà. Rimandando altrove la ricognizione su ricostruzioni, supposizioni e indiscrezioni. Nell’ordine: il monologo a cuore aperto di Alex, acme emotivo dell’inaugurazione dello Juventus Stadium, nuova, avveniristica casa del popolo bianconero, dove rivela di aver firmato in bianco l’ultimo contratto con Madama; l’annuncio franco e irreversibile di Andrea Agnelli con il quale il presidente, nell’ottobre del 2011, riunita l’assemblea dei soci, davanti a un Del Piero inavvisato, chiede un pubblico applauso per quello che sarà il suo ultimo anno di militanza bianconera; e infine la beffarda punizione “scudetto” di Pinturicchio pescata contro la Lazio che schianta i biancocelesti e ipoteca il tricolore. Occorre tenere a mente la traiettoria: la firma in bianco, l’annuncio di Agnelli e la rete dell’attaccante veneto che inverte il senso di una partita, risolve una gara inchiodata sul pareggio, devia il corso di una stagione intera. Del Piero glisserà lungo tutta la stagione sul suo futuro, dimostrandosi ancora un professionista a tutto tondo: emarginato dal progetto tecnico, preferito alla coppia Matri-Vucinic (sic!), le pochissime volte che viene chiamato in causa sarà decisivo. Sulla scorta di ciò, confortati da un buon grado di certezza, possiamo convenire che tra calciatore e dirigenza siano sorte delle frizioni. Tradotto: l’addio non è concordato né celebrato. Qui, però, irrompe lo scarto, ciò che rende diverso – eterno – il commiato di Del Piero. Sono i tifosi a regalare un sublime saluto al capitano, omaggiato di un meraviglioso tributo. La maggior parte di tifosi juventini ricorda quel giorno, le lacrime impastate ai sorrisi, il laccio di emozione annodato in gola. La potenza del calcio, talvolta metafora della vita, rende indimenticabile una partita “dimenticabile” alla vigilia. Ilarità della sorte: un addio divenuto “difficile” da gestire per società e calciatore, si trasforma in un inno allo sport, nel commuovente ultimo atto di un campione infinito. “Di più, niente”, commenterà, poi, Del Piero. Come dargli torto.

Come racconteresti a chi non l’ha vissuto il fenomeno (in tutti i sensi) Del Piero?

Seguendo la trama del libro e dando voce ai sentimenti che lo solcano. Del Piero detiene un posto di riguardo nella storia del calcio, di diritto siede nella cerchia dei grandissimi. Ha saputo tramutare le reti in record, i numeri in traguardi, la cronaca in storia, assommando riconoscimenti e medaglie, ma soprattutto ha saputo stringere un legame speciale con i suoi supporter. Merito, quest’ultimo, che vale più della vincita di coppe e campionati; procede oltre la conquista di titoli e trofei. Direi questo a un ragazzo, un giovane calciatore: Del Piero è stato un simbolo per una generazione, che ha potuto riconoscersi se non in tutta quanta la sua storia, almeno in una delle innumerevoli sequenze; che, in un certo senso, ha scandito le tappe della propria esistenza con i tornanti della vicenda calcistica del numero 10 bianconero. Alessandro ha avuto la cifra del campione: cioè di colui che è capace di ispirare le persone, fino a immaginare la vita, propria e altrui, come migliore. Come scrive mirabilmente Bruno Pizzul nella prefazione del libro, Alex è stato capace di promuovere i fondamentali valori educativi dello sport, troppo spesso disattesi nel mondo confuso e discutibile del calcio moderno. Da inguaribile idealista, penso che ogni tifoso, ogni appassionato, ogni persona che senta di appartenere alla generazione Del Piero abbia questo sfidante dovere da ottemperare: tramandare ai posteri la storia di Alessandro Del Piero. Capitano per sempre, calciatore infinito.

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