Intervista: Il Genio E La Tigre

Il libro di Matteo Fornara è una bellissimo viaggio nei Balcani e nelle tante pieghe sociali, politiche e calcistiche che condizionano un territorio unico. Ne abbiamo parlato con l’autore.

“Il Genio e la Tigre”, come spiegheresti ad un neofita dei Balcani questo titolo?

Sono sempre stato affascinato da alcune caratteristiche che ho riscontrato nell’approccio “balcanico” alle vicende che caratterizzano la storia, la società, la cultura, e anche lo sport in quella regione. Questo carattere balcanico assume forme molto diverse tra di loro, ma tutte hanno una caratteristica comune, quella di essere molto marcate, molto forti. Nel titolo ho ripreso due di questi caratteri. Da una parte c’è la genialità che emerge molto evidente in alcuni personaggi, soprattutto nello sport, ed è rappresentata nel libro dal “Genio” del calcio balcanico per antonomasia, Dejan Savicevic, e all’altro estremo dello spettro di “valori” balcanici c’è l’aggressività che viene rappresentata dalla tigre. In questo senso il personaggio di riferimento è il famigerato Comandante Arkan, il criminale che creò le milizie serbo-bosniache responsabili di alcuni dei delitti più efferati durante la guerra in Bosnia. Arkan aveva un tigrotto in giardino e chiamò “Tigri” le sue truppe.

Il calcio è stato più mezzo per indirizzarle o causa delle tensioni politiche e sociali?

Il calcio è stato certamente un mezzo utilizzato, a diverse riprese e da molti attori sul palcoscenico delle guerre in Jugoslavia, per indirizzare le tensioni politiche e sociali. Personaggi come Tudjman, il leader nazionalista che ha portato la Croazia all’indipendenza, o Karadzic, il Presidente della Repubblica serba di Bosnia, hanno avuto incarichi in società calcistiche durante la loro carriera. Il famigerato Comandante Arkan venne identificato dal nazionalismo serbo del Presidente Milosevic come il personaggio ideale per trasformare gli ultras della curva della Stella Rossa da tifosi a combattenti, e le sue Tigri si resero protagonisti dei peggiori crimini in Bosnia. Arkan diventò la figura di riferimento per tutti gli ultras serbi, compresi quelli del Partizan, riuscì persino ad annullare la storica rivalità tra i due club di Belgrado in nome dell’ideale nazionalista serbo. Ancora oggi la politica è molto presente negli stadi della ex Jugoslavia.

Churchill diceva che “I Balcani produco più storia di quanta ne possono digerire”: quanto è veritiera tale affermazione e quanto pesa nell’ avvicendarsi degli avvenimenti?

Trovo questa frase talmente rilevante che l’ho citata nella parte conclusiva del mio libro, parlando della Bosnia, aggiungendo che “la produzione di storia della Bosnia Erzegovina è sette volte sette più grande, e sette volte sette più grande è la sua incapacità di consumarla”. La trovo perfetta soprattutto per il caso bosniaco che è il più rappresentativo della complessità balcanica, come hanno dimostrato le vicende belliche degli anni Novanta, dall’assedio di Sarajevo che durò 4 anni, al massacro di Srebrenica del luglio 1995, quando l’esercito serbo-bosniaco del General Mladic uccise 8.000 persone, cioè tutta la popolazione maschile adulta bosgnacca di religione musulmana della città. Nemmeno gli accordi di pace sono riusciti ad eliminare questa complessità, e ancora oggi il futuro del Paese resta estremamente incerto.

In base alla tua grande conoscenza credi che Tito avesse previsto la triste e tragica deriva cominciata con la sua morte?

Non so se l’avesse prevista, ma sono piuttosto certo che non abbia fatto abbastanza per assicurare che il passaggio di potere successivo alla sua morte avvenisse nel miglior modo possibile per il Paese che lui aveva creato e dominato. Quando era in vita la Jugoslavia veniva definita con una filastrocca molto significativa: “Sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”. Il problema che lo assillò durante tutta la sua permanenza al potere, dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte nel 1980, fu quello di tenere a bada le diverse nazionalità all’interno del Paese. La soluzione che venne proposta alcuni anni prima, nel 1974, per gestire la Federazione jugoslava era basata su un complesso sistema di rotazione di potere tra le diverse repubbliche, escludendo una leadership chiara. Era piuttosto evidente che non avrebbe potuto funzionare, a causa delle tensioni tra le diverse nazionalità, e infatti non funzionò.
Probabilmente anche il noto narcisismo di Tito fu una delle ragioni alla base della scelta di non proporre una leadership chiara e forte, che lui stesso sapeva essere l’unica maniera per tenere insieme le forze centrifughe dentro al Paese.

Com’era l’atteggiamento delle diverse etnie verso la nazionale Jugoslava? Un eventuale successo nel 1990 avrebbe davvero lenito le tensioni o almeno procrastinato la dissoluzione?

Tutte le etnie diedero un contributo molto importante alla nazionale di calcio della Jugoslavia durante la sua storia, a cominciare dalla prima partecipazione ai Mondiali in Uruguay nel lontano 1930, che fu molto avventurosa e positiva, con il raggiungimento della semifinale che rimase il miglior risultato nella storia e fu ripetuto soltanto nel 1962 in Cile. L’avventura nel Mondiale italiano del 1990 fu appassionante, era una squadra fortissima, piena di “genii” come Stojkovic, Susic, Prosinecki, oltre a Savicevic, e di calciatori provenienti da tutte le repubbliche, dallo sloveno Katanec perno del centrocampo al centravanti Pancev, che faceva gol soltanto con gli assist di tutti quei fuoriclasse. L’allenatore era il bosniaco giramondo Ivica Osim, che rappresentava bene la multietnicità della sua città, Sarajevo. Fu eliminata nei quarti ai rigori dall’Argentina di Maradona, dopo averla dominata durante tutta la partita. La leggenda dice che se la Jugoslavia avesse vinto quel Mondiale forse il Paese, che era da tempo in crisi, si sarebbe ricompattato. Invece non è così: si tratta di una leggenda, un mito e il mito è – da sempre – un aspetto fondamentale della storia dei Balcani. Il processo di dissoluzione era già troppo avviato in quell’estate del 1990.

Trovi giusto l’appellativo di “brasiliani d’Europa” per i giocatori jugoslavi?

Sì e no, nel senso che la genialità calcistica balcanica ha caratteristiche molto peculiari. Non c’è dubbio che dal punto di vista tecnico i calciatori della ex Jugoslavia possono essere assimilati ai brasiliani, io credo che l’ultima nazionale jugoslava, quella del 1990, avesse un contenuto di talento paragonabile forse soltanto al famoso Brasile di Pelé e dei cinque numeri dieci del 1970. Infatti Pelé per la sua partita d’addio alla nazionale nel 1971 scelse come avversaria la Jugoslavia che andò al Maracanà di Rio e pareggiò dominando la partita. D’altra parte il talento calcistico di molti calciatori jugoslavi era spesso bilanciato – in negativo – da atteggiamenti lunatici legati alla loro imprevedibilità caratteriale. Nel libro dedico la mia conclusione a uno dei miei calciatori balcanici preferiti, Blaz “Baka” Sliskovic che venne in Italia a giocare nel Pescara di Galeone. Il suo calcio era uno spettacolo per gli occhi, un repertorio infinito di finte, dribbling, tiri da 40 metri o dalla bandierina del corner che finivano regolarmente all’incrocio. Poi lunghe pause, caffè e sigarette a raffica, e un fisico non molto atletico che lo rendeva una persona ancora più vicina a tutti noi.

Si dice che il pubblico jugoslavo pretendesse di essere rimborsato del biglietto se in campo non ci fossero giocatori di qualità: tale mentalità è stata positiva o negativa per il relativo calcio?

Forse sono la persona sbagliata cui porre questa domanda. Io pago il biglietto per le partite per vedere i giocatori di qualità e sono innamorato di questo calcio, di certo questa è una delle ragioni sentimentali che mi hanno spinto a scrivere il libro. Sono stato recentemente in Montenegro, invitato da Savicevic che dopo avermi concesso l’intervista che è nel libro mi ha chiesto di portargli il mio libro e invitato a vedere il derby di Nations League tra il suo Montenegro – attualmente è presidente della Federazione calcistica nazionale – e la Bosnia Erzegovina, e mi sono divertito come un bambino. Quindi davvero non riesco più a vedere alcun aspetto negativo nella tendenza balcanica verso il gioco di qualità, forse è una questione di età – con il passare degli anni voglio godere soltanto delle cose belle -, di certo è una questione di cuore.

A tuo parere quello che c’è ora nelle ex Jugoslavia é un equilibrio permanente o temporaneo?

È sicuramente un equilibrio temporaneo, in alcuni casi questo è assolutamente evidente, ad esempio nel caso della Bosnia Erezegovina. L’equilibrio in questo Paese è molto precario, e si basa sull’accordo che nel 1995 mise fine al sanguinoso conflitto tra le diverse nazionalità al suo interno, senza purtroppo riuscire a garantire una struttura dello Stato forte, efficiente e realmente condivisa da tutti, bosgnacchi, croati e serbi. Soltanto la presenza delle forze di controllo internazionali garantiscono al momento l’equilibrio apparente che evita un possibile riemergere dei conflitti.
Recentemente il leader dei serbo bosniaci Milorad Dodik ha addirittura annunciato di voler ricreare l’esercito della sua parte, separandolo da quello del resto del Paese, riportando così in superficie i drammi provocati dalle milizie del Generale Mladic durante il conflitto. In questa situazione di
tensione latente, però, io vedo una luce infondo al tunnel che occorre perseguire: è l’accesso di tutti i Paesi della regione dei Balcani occidentali, Albania compresa, nell’Unione europea. Attualmente, soltanto Slovenia e Croazia vi fanno parte, ora è tempo di lavorare seriamente in questa prospettiva, anche in considerazione delle vicende legate all’aggressione russa in Ucraina.

Il calcio balcanico ti affascina ancora al netto della diaspora di talenti?

Nel libro metto in evidenza i due cammini paralleli del calcio di club e quello delle nazionali, che sono molto diversi. I club dei Balcani soffrono dell’evoluzione del calcio in generale che li ha messi ai margini del grande calcio, soprattutto per ragioni economiche. Nessun club della regione, e nessun campionato, è in grado di competere con i più grandi tornei europei, e penso che i risultati ottenuti dai principali club come la Stella Rossa o la Dinamo Zagabria nelle coppe europee siano obiettivamente il massimo possibile nel contesto attuale. Certo, nei miei sogni un po’ ingenui c’è sempre la speranza di veder rinascere un campionato solo nei Paesi della ex Jugoslavia che aumenterebbe la competitività dei club, ma oggi questa prospettiva è, appunto, soltanto un sogno.
Di certo un giorno andrò a vedere il derby in Kosovo tra Ballkani e Feronikeli, che sono le due squadre nel sottotitolo del mio libro, per il fascino dei loro nomi più che per il loro livello calcistico.
Resto un grande supporter di tutte le selezioni nazionali della regione, che secondo me ottengono risultati migliori rispetto a quelli di altri Paesi di dimensioni simili, si pensi alla Croazia che ha 4 milioni di abitanti e arriva in finale ai Mondiali, o alla Macedonia del Nord che (purtroppo) ha eliminato l’Italia. In questo senso la diaspora di talenti che possono giocare in campionati di livello più alto giova alle loro nazionali. Certo, come dice anche Savicevic nel mio libro, esistesse oggi ancora la nazionale di Jugoslavia sarebbe assolutamente tra le più forti del mondo e in grado di lottare regolarmente per la vittoria ai Mondiale e agli Europei.

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