Intervista: Wembley 1992

Simone Galdi ripercorre la grande cavalcata della Sampdoria in Coppa dei Campioni, con un’analisi dettagliata e passionale che coinvolge anche i protagonisti. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Il tuo é un progetto che si è sviluppato nel tempo, quando è nato e quali sono state le sue tappe fondamentali?

E’ un progetto nato nel 2016, a ridosso delle celebrazioni per il 25° anniversario dello scudetto della Samp. Durante i festeggiamenti ho pensato che sarebbe stato bello proseguire, dallo scudetto a Wembley. Così ho rispolverato una vecchia frase sentita da Gianluca Vialli, con il quale ho collaborato durante i Giochi Olimpici di Londra, quattro anni prima. Si giocava la finale del torneo olimpico maschile di calcio, tra Brasile e Messico, proprio nel rinnovato stadio di Wembley. “Perché non andiamo insieme? Due sampdoriani a Wembley, vent’anni dopo la finale” – fu la proposta di Vialli nel 2012. Unendo quella proposta e la spinta dei festeggiamenti per il 25° dello scudetto, ho preso coraggio e stilato un calendario di trasferte. Dalla prima, in Norvegia – agosto 2016 – è iniziato il viaggio vero e proprio per scrivere il libro.

Dal libro emerge un grande orgoglio per la cavalcata più che il dispiacere per lo sfortunato epilogo, come lo spigheresti a chi non è tifoso blucerchiato?

Ottima domanda. Wembley rappresenta una sconfitta, è difficile celebrarla come qualcosa di differente. Tuttavia, per una società come la Samp – che prima dell’era Mantovani non aveva vinto nulla – già solo l’idea di giocare la Coppa dei Campioni era qualcosa di fantascientifico, solo pochi anni prima. Anche se sono nato e cresciuto nell’epoca dei trionfi blucerchiati, ho imparato presto come il nostro club fosse un outsider, nel panorama del grande calcio europeo. Se la sconfitta di Wembley ha fatto male al piccolo tifoso che ero (avevo 7 anni, la sera della finale), è servita a restituire quell’orgoglio e quella dignità che solo lo sport sanno regalare a chi è sincero appassionato. Vista così, Wembley è stato il coronamento di uno splendido percorso.

Da dove derivava l’attitudine europea di quella Samp, viste le 3 finali in 4 anni? 

Quell’attitudine nasceva da una precisa volontà di Paolo Mantovani, cercare lustro sui palcoscenici più prestigiosi. Si cita spesso un aneddoto, a proposito. Poco dopo essere diventato presidente della Sampdoria, Mantovani criticò lo stato delle strutture di allenamento della società che aveva appena rilevato. Disse che voleva strutture adeguate ad una società che avrebbe vinto – di lì a pochi anni – scudetto e Coppa Campioni. Lo presero per pazzo, la Sampdoria era in serie B in quel momento! Eppure il suo obiettivo era chiaro: sfidare lo status quo, prendersi l’Italia e l’Europa attraverso il merito, lo stile e il bel gioco.

In merito alla sconfitta quanto ha pesato secondo te il fatto di trovarsi alla fine di un ciclo? I giocatori ne sono stati condizionati?

Assolutamente sì, tutto l’ambiente Sampdoria era condizionato dalle circostanze in cui si era arrivati a Wembley. Un campionato deludente, dopo anni di piazzamenti tra le prime quattro era arrivato solo un sesto posto. Tanti giocatori in partenza, voci insistenti e poi confermate sulla cessione di Vialli alla Juventus, lo stesso Vujadin Boskov arrivato al passo d’addio, dopo sei stagioni meravigliose. La differente attitudine tra Samp e Barcellona fu la chiave di quella finale. Per noi l’occasione irripetibile, per loro l’appuntamento con la storia che sarebbe comunque arrivato, prima o poi.

A mio parere l’aver battuto due volte la Stella Rossa nel 1992 è stata una vera impresa, credo sia un pò sottovalutata o trascurata quando si parla della Sampdoria di Mantovani?

Concordo, battere quella Stella Rossa era un’impresa pazzesca. Per referenze, chiedere a Sir Alex Ferguson, che riuscì a conquistare con lo United una immeritata Supercoppa Europea, proprio nel 1991 contro gli slavi. Spesso si cita la deflagrazione della Jugoslavia e le partite in campo neutro come un punto a favore della Samp nel confronto con la Stella. La verità è che i campioni d’Europa in carica avrebbero battuto chiunque, in quel torneo, tranne Samp e probabilmente Barcellona – le uniche in grado di disporre di sufficienti talento ed esperienza per imporsi come regine d’Europa.

Quella Samp era un gruppo coeso con a capo l’allenatore ideale, ma riusciresti a citare un solo giocatore simbolo o imprescindibile?

Dico Pietro Vierchowod, lo Zar, il difensore più forte della sua generazione e tra i più grandi della storia del calcio italiano. Giganteggiava per le prestazioni, ma anche per il carisma. Famoso è un altro aneddoto, il suo riscaldamento pre gara nella bolgia di Sofia, sotto la curva dei tifosi della Stella Rossa. Un riscaldamento fatto in canottiera, in solitaria, a sfidare i temibili ultrà serbi. Quella fu la partita decisiva, lo Zar trascinò i suoi compagni con quel gesto. E infatti, pur sotto di un gol in trasferta, la Samp ribalta la partita e vince nettamente 3-1, portandosi ad un passo dalla finale che poi raggiungerà. 

Relativamente alla finale nutri piú rammarico per il gol preso o per le occasioni sprecate?

Il rammarico più grande è per le occasioni sprecate, perché è molto raro che una squadra che passa in vantaggio nei tempi regolarmentari poi si faccia rimontare prima del 90°. Tutti abbiamo in mente i due gol dello United al Bayern Monaco, in una finale che sembrava ormai decisa. La verità è che quella è stata un’eccezione nella lunga storia della Coppa dei Campioni/Champions League. La Samp avrebbe potuto benissimo segnare uno o due gol, quella sera a Wembley: portandosi in vantaggio, avrebbe potuto reggere in modo ottimale l’urto del Barcellona. Il gol preso fu una fatalità, una catena di errori iniziata – è bene dirlo – dall’arbitro tedesco Aron Schmidhuber, che invertì il fischio per sanzionare un contrasto tra Eusebio e Invernizzi. Da lì nacque la punizione maledetta, il tiro di Koeman, la barriera che si apre malamente e il ritardo di Pagliuca nel tuffo. Una concatenazione perfetta e, per noi doriani, davvero sfortunata.

Provi nostalgia per le vecchia Coppa dei Campioni e la sua formula con scontri diretti anche con avversari poco conosciuti? 

Provo una certa nostalgia, se non altro perché la Coppa dei Campioni selezionava il meglio senza chiudere le porte del grande calcio a nessuno. Oggi si parla tanto di Superlega come del male assoluto, ma la Champions League non è così diversa da questo male assoluto. Le nazioni partecipanti al tabellone principale sono poche, quasi sempre le stesse – è ovvio – e i club sono sempre gli stessi. Le piccole realtà campioni nazionali vanno tenute alla larga dal vero business. A riprova di ciò, è stata creata la Conference League, rispettabilissima e anche affascinante, ma che limitando gli ingressi dai grandi campionati apre le porte a tante piccole realtà periferiche. Realtà che altrimenti non giocherebbero mai la fase finale di un torneo UEFA e che – in ogni caso – non hanno alcuna chance concreta di arrivare fino in fondo.

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