Intervista: Tango Calcistico

Con stile e ricercatezza Andrea Costantino Levote accompagna il lettore nell’atmosfera del Rio de la Plata, ricostruendola attraverso i tre protagonisti, icone e leggende di quel contesto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro così bello e particolare e come hai deciso di collegare i protagonisti delle stesso?

Intanto grazie per i complimenti. Tango Calcistico nasce dall’esigenza di unire i puntini della mia vita per creare l’immagine finale di ciò che sarei voluto diventare, uno storyteller o se vogliamo usare l’italiano meno inflazionato un cantastorie, per dirla alla Gianni Mura. Ho unito la grande passione di mio padre, cioè il tango, alla mia passione per lo sport, soprattutto il calcio. L’ho fatto nell’assoluta convinzione che lo sport e la musica sono linguaggi universali, capaci di trasmettere emozioni a qualsiasi longitudine e latitudine del mondo. I personaggi si sono presentati di conseguenza, in modo quasi biologico: Gardel è l’uomo che ha creato il tango che conosciamo oggi, che più che musica è un pensiero triste che si balla; Di Stefano è uno dei più grandi di sempre, dovrebbe stare nell’Olimpo del Futbol ma non sempre se ne parla e rappresenta una parte importante del calcio argentino; infine Victor Hugo Morales, che è il Borges della letteratura sportiva. Il suo relato del gol del secolo è un sonetto che dovrebbe essere studiato in tutte le scuole di narrazione. La vera liaison tra i tre personaggi principali è il talento, che va coltivato, allenato, rispettato anche in modo ossessivo, perchè è l’unico modo che conoscono di stare al mondo.

Nel libro ricostruisci e descrivi ottimamente gli ambienti: quanto è importante il connubio tra questi e le persone nel libro?

Direi fondamentale. Tango Calcistico è sicuramente un inno al talento, è sicuramente la narrazione di tre biografie, ma più di ogni altra cosa è una fotografia di un’Argentina che cambia nel tempo. Io sono uno di quelli che crede che nei sud del mondo, dove la povertà incontra la picardìa, cioè quel senso di guasconeria nei confronti della vita che ti permette di uscire dalle situazioni difficili, nascono le storie di accoglienza vera. Sono rimasti pochi luoghi come La Boca, dove si apprezza ciò che arriva dal mare e si considera una ricchezza. Gli argentini lo sanno e ancora lo ricordano, perchè dal mare è arrivato il pallone, portato dagli inglesi e anche il tango, che all’inizio era una musica allegra, molto simile alle tarantelle del sud Italia, proprio perché gli immigrati si erano portati pochi oggetti ma tanti ricordi. E se proprio vogliamo dirla tutta, Carlos Gardel e Victor Hugo Morales non sono neanche argentini, ma gli argentini sono stati capaci di fare del loro talento, un tratto identitario della loro terra. Per tornare ai luoghi però, posso dire che il complimento più bello che ricevo è quando mi dicono “mi hai portato in Argentina senza pagare il biglietto”. Per me è un onore perché credo che questo sia il vero compito di chi racconta storie.

Calcio e musica sono veicoli veritieri per meglio capire la società? Anche ai giorni nostri?

Quando ho intervistato Victor Hugo Morales (uno dei più grandi onori della mia vita!) ho fatto la stessa domanda. Lui mi ha risposto che il tango e il calcio argentino raccontavano una precisa popolazione e una società. Secondo lui oggi c’è sempre più lontananza tra il calcio, la musica e la vita “vera”, ma sperava che i giovani potessero sempre trovare il loro tango e il loro calcio. Io credo che la musica e lo sport oggi rappresentino una parte della società, ma non tutta. Entrambi sono diventati luoghi di difficile accesso e non sempre si riesce ad entrare in empatia con un mondo troppo lontano da quello che si vive. Sempre più giovani infatti hanno dichiarato di non guardare più intere partite ma solo i momenti salienti, così come nella musica non si ritrova più la propria condizione attuale ma l’aspirazione ad una vita che sembra essere di qualcun altro. Questa distanza dalla realtà è la parte che mi piace meno della modernità, anche per questo le storie di Tango Calcistico non sono contemporanee.

Sotto questo punto di vista quanto la spontaneità rappresenta un elemento di unione tra musica, calcio e modo di vivere?

Più che spontaneità io parlerei di agilità di pensiero. Credo che questo sia il vero punto d’unione tra la musica, lo sport e la manera de vivir degli argentini. L’agilità non è semplicemente una questione fisica, da vivere come la capacità di un corpo di muoversi velocemente. L’agilità è il moto di un’idea, la capacità di spostarsi velocemente tra i cassetti della memoria, quelli della cultura, quelli dell’esperienza e uscirne con dimestichezza, con un intreccio di fili che abbia in sé un ordine. Agilità è la parola di chi non resta incastrato nei propri pensieri o in quelli imposti dalla politica o dalla società. Il River Plate de la Maquina, che è la prima squadra ad aver giocato un calcio totale, prima ancora degli olandesi, è una squadra che vive di agilità mentale, che crede in una filosofia calcistica con convinzione. Allo stesso modo Gardel è il tanghero più agile della storia del tango argentino, insieme ad Astor Piazzola, perchè per cambiare devi essere agile.Il vero movimento di spontaneità che riconosco nella storia argentina è quello delle madri di Plaza de Mayo. In quel momento la spontaneità è l’unica arma delle madri che soffrono. In quella Argentina i guerrieri sono guerriere e l’arma della lotta è il silenzio, la marcia, il dolore.

Come spieghi che in Argentina ci sia musicalità in tanti aspetti, da una telecronaca di Morales ad un assolo in campo di Di Stefano o Maradona?

La musica è un moto dell’anima, che arde per le emozioni della vita.

Io credo che il tango più coinvolgente della storia sia Cronaca di una morte annunciata di Gabriel Garcia Marquez perchè è un libro dal quale esci sudato, con qualcosa che si è ancorato dentro alla gola e vivi insieme a Santiago Nasar, nell’attesa della sua morte o nella speranza (poca perché l’incipit è una sentenza) della sua salvezza. Il libro di Marquez è un tango di realismo magico, ma è musicale. Il gol del secolo di Maradona è un tango da assolo al violino, perché la sua forza è graffiante e penetrante come la corda di un violino accarezzata dall’archetto. Il relato di Morales è un tango al bandoneon, costruito sull’architettura della forza espressiva. Sulla credibilità di una climax narrativa ed emozionale. Tutti i sud del mondo si assomigliano un po’ e oltre al romanticismo, hanno l’empatia dell’emozione manifesta che li caratterizza. Quel modo di vivere intensamente le cose che poi consente l’immedesimazione per immersione e la musica in questo è un oceano di sogno, sofferenza e nostalgia, in cui immergersi. Poi c’è sempre da ricordarsi che è vero che il calcio lo hanno inventato gli inglesi, ma l’amore per il calcio lo hanno inventato gli argentini. Un popolo così non può non ballare o vivere senza musica. Sarebbe come dormire e non sognare, parafrasando Brera.

A proposito di Maradona molti ritengono che la sua prestazione contro l’Inghilterra del 1986 sia una metafora del contesto da lui rappresentato, dall’illecito alla genialità: sei d’accordo?

Sicuramente in quella partita c’è tutto Maradona: uomo, calciatore e simbolo. La mano de Dios è un gesto che racchiude non solo l’illecito, ma anche la volontà di riscatto. Chiaramente mi riferisco al conflitto delle Falkland o delle Malvinas, il nome cambia in base alla fazione per la quale si fa il tifo. In quel gol di mano c’è sicuramente il Diego che si carica anche una responsabilità sociale rispetto alla semplice partita di calcio. Io dico sempre che Maradona onora una maglia numero dieci solo quando c’è da essere Davide contro Golia, oppresso contro conquistatore. Infatti Maradona al Barcellona non è quello che fa la storia. La sua Diez è contro i potenti. Nel gol del secolo basta ascoltare le parole di Victor Hugo per capirne la grandezza. Quel relato che inizia con “Ahi, la tiene Maradona” ha qualcosa di religioso per gli argentini. Se riesci ad essere così presente nella vita di un popolo, al punto tale da scandire i tempi delle vite delle persone, perchè ogni argentino si ricorda dove si trovava mentre Maradona ballava calcio, vuol dire che hai fatto qualcosa di più importante di un gol.

A chi consiglierebbe il libro Andrea Costantino Levote?

Tango Calcistico non è un libro che parla soltanto di calcio. Sempre bene ricordarlo. Si parla di talento, di sogno, di gloria e fallimenti. C’è il calcio, c’è il tango, ma non è un libro tematico. Lo consiglio a tutti coloro che vorrebbero conoscere il sud America sicuramente, a coloro che credono che il calcio e la politica siano legati, a chi si ferma ad ascoltare un musicista di strada. A chi guardando un quadro si emoziona. A chi freme per andare a vedere uno spettacolo teatrale.

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