Intervista: Oltre La Corea

Tiziano Zaccaria ripercorre la vita e la carriera di Edmondo Fabbri, facendo luce su tanti aspetti ed andando oltre i soliti luoghi comuni, in un libro davvero interessante. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quando e come nasce l’idea del libro?

L’idea è nata due anni fa, con lo scopo di riportare alla luce un personaggio dimenticato. O meglio, per cercare di riabilitarlo. Perché di Fabbri si tende a ricordare solo la sconfitta contro la Corea del Nord ai Mondiali del 1966. Eppure, è stato uno dei migliori allenatori italiani degli anni Sessanta e Settanta.

Al Mondiale del 1966 è stato troppo testardo nelle sue scelte/convinzioni o era davvero in confusione?

Nel selezionare i giocatori da portare in Inghilterra, Fabbri fece le scelte che fino ad allora gli avevano dato pienamente ragione. Era arrivato al Mondiale dopo una brillante serie di vittorie, convincendo anche sotto il profilo del gioco. Ma dietro il giustificato entusiasmo che accompagnava la sua nazionale, si nascondeva altro. La stampa a lui ostile, soprattutto quella filo-interista, era pronta a destabilizzarlo, perché Edmondo si era rifiutato di adottare in nazionale il blocco nerazzurro, preferendo puntare sui singoli giocatori dai piedi buoni, come Rivera e Bulgarelli. Così, il vittorioso esordio contro il Cile per 2-0, anziché essere accolto come un risultato incoraggiante, venne descritto come una prestazione deludente e negativa.
La stampa si scagliò soprattutto contro Rivera, uno dei suoi pupilli, forse per colpirlo proprio al cuore delle sue scelte. Fu allora che Fabbri andò in confusione. Nella successiva partita contro l’Urss lasciò in tribuna il Golden Boy, dando l’impressione di iniziare a vacillare nelle sue convinzioni. E forse fu proprio così.

A tal proposito, quanto ha pagato il rifiuto di non arruffianarsi la stampa?

L’ha pagato tantissimo. Dopo la successiva sconfitta contro l’Unione Sovietica, le polemiche si inasprirono e la nazionale arrivò alla partita decisiva contro la Corea del Nord in un clima di grande tensione. Credo che l’ambiente si fosse anche un po’ disgregato. E per metterlo in maggiore difficoltà, per alzare ancora di più l’asticella, i giornali scrissero che soltanto una goleada contro la Corea avrebbe potuto riscattare gli azzurri, anche se per passare il turno bastava il pari. Ci si mise pure Valcareggi: l’osservatore di Fabbri descrisse i coreani come “dei Ridolini che sanno solo correre”, portando inevitabilmente a sottovalutarli. Il gol di Pak Doo Ik fece il resto.

Nel libro racconti il drammatico ritorno in Italia della Nazionale, dopo l’eliminazione dal mondiale.

Quando, alle tre di notte, l’aereo con gli azzurri atterrò all’aeroporto di Genova, una folla di tifosi li stava aspettando per contestarli duramente. Fabbri fu il più bersagliato. Un filmato di quella notte, ormai sbiadito dal tempo, lo riprende con uno sguardo impaurito, mentre si reca verso l’auto di un parente scortato dalle forze dell’ordine. Un carabiniere gli disse di nascondere la testa sotto il cruscotto dell’auto, per evitare di essere riconosciuto. Credo che Edmondo non abbia più dimenticato quel momento di paura, di umiliazione, di perdita di quella dignità personale alle quale era molto attento.

Nel libro scrivi che la violenta contestazione di Genova segnò un passaggio epocale nel calcio italiano. Quella notte, per la prima volta, il pallone smise di essere svago e divertimento, per diventare rabbia ed esasperazione. Perché?

Occorre contestualizzare. Si era nell’estate 1966. Il boom economico era ormai esaurito. E stava emergendo un certo malcontento giovanile. Pochi mesi prima c’erano state le prime contestazioni studentesche che sfociarono poi nel movimento di protesta del Sessantotto.

La deludente nazionale “milionaria” divenne un facile bersaglio per scaricare una crescente tensione sociale?

Per i tanti ragazzi che andarono a contestare la nazionale all’aeroporto di Genova, Fabbri rappresentava il “potere costituito”. In realtà, in quel momento era soltanto un uomo abbandonato a sé stesso, solo contro tutti. Costretto lui stesso a difendersi contro i poteri forti: la Federcalcio, i giornali… L’unico in Figc che cercò in qualche modo di tutelarlo fu il presidente Pasquale, ma solo perché così avrebbe salvato anche sé stesso, visto che la scelta di Fabbri alla guida della nazionale quattro anni prima era stata la sua. Ovviamente Pasquale non ci riuscì. E anche lui, l’anno dopo, venne dimissionato.

Contro Fabbri, in quell’agosto del 1966, si scatenò quasi una caccia all’uomo.

Rientrato dall’Inghilterra, Edmondo si trasferì sulla riviera adriatica, a Milano Marittima, dove sua moglie ed i tre figli erano in vacanza. Ma si accorse subito che tirava aria pesante. Subì perfino minacce di morte, tanto che il Prefetto di Ravenna dispose per la sua famiglia una scorta, anche in spiaggia, sotto l’ombrellone. Edmondo provò a resistere, poi si rese conto che era meglio sparire per qualche tempo. E per due settimane andò a nascondersi in un eremo di monaci benedettini sugli Appennini tosco-romagnoli.

I due successivi successi in Coppa Italia con Torino e Bologna sono due grandi imprese, ma sono quasi totalmente dimenticati: era diventato davvero un personaggio scomodo e mediaticamente trascurabile?

Parlerei più che altro di personaggio “mediaticamente maltrattabile”. Dopo i due successi in Coppa Italia, qualche giornale non mancò di menzionarlo come “quello della Corea”, come a voler buttare polvere su ogni sua importante vittoria, a volerne ridurre sistematicamente i meriti. E immagino che lui ne abbia sofferto tanto.

Era davvero impossibile per lui continuare ad allenare il Torino nel 1975? Quanto c’è di Fabbri nello scudetto granata dell’anno successivo?

Vale la pena ricordare cosa accadde in quell’estate del 1975 al Torino. Una parte della tifoseria granata contestava Fabbri, non tanto per le sue scelte, quanto perché era rimasta affezionata a Giagnoni e ne chiedeva il ritorno. Un giorno il presidente Pianelli, che voleva confermare Fabbri e perciò era divenuto il principale bersaglio delle contestazioni, si dimise, minacciando la vendita della società. A quel punto Fabbri, per scongiurare quest’ultima ipotesi, decise di farsi da parte. Sacrificò sé stesso per salvare il Torino. I tifosi granata dovrebbero essergli grati se non altro di questo. In ogni caso, lo scudetto conquistato l’anno dopo da Gigi Radice fu in parte merito anche del suo lavoro. Nei due anni precedenti aveva dato un’impostazione moderna e robusta alla squadra, valorizzando uomini come Pulici, Graziani e Claudio Sala.

È corretto definirlo un innovatore dal punto di vista tattico? Forse troppo per l’Italia tradizionalista degli anni ’60?

Fabbri è stato certamente un innovatore. In un periodo in cui nel campionato italiano vigeva la difesa a uomo e il catenaccio, lui adottò un modulo tattico precursore della zona. Credo di non esagerare nel definirlo un “Sacchi anti-litteram”.

A tuo parere, oltre al peso della Corea, ha dovuto sopportare anche quello dei rimpianti per scelte o opportunità non concretizzate?

Oltre alla partita contro la Corea, il destino di Fabbri è stato segnato da un’altra “Sliding doors”, risalente all’estate 1962. Dopo aver chiuso la splendida esperienza con il Mantova, Edmondo fu messo sotto contratto dall’Inter. Il direttore generale nerazzurro Italo Allodi, suo vecchio amico, per evitare che si accasasse al Milan o al Bologna, gli assicurò un contratto da osservatore, in attesa che il presidente Moratti decidesse di rinunciare ad Helenio Herrera, come sembrava molto probabile. Ma alla fine Moratti confermò il tecnico argentino. E a quel punto la carriera di Edmondo prese un’altra strada, che lo portò tre mesi dopo in nazionale.
Cosa avrebbe potuto fare Fabbri sulla panchina della grande Inter? E cosa sarebbe successo se ai mondiali inglesi non avesse perso la Corea? Beh, sono due domande destinate a restare senza risposte.

Come vorresti che venga ricordato Fabbri ai nostri giorni?

Devo dire che in questi ultimi mesi sono stato contattato da tante persone, non più giovani, che mi hanno manifestato la loro stima per Edmondo, immutata da almeno mezzo secolo.
Sotto le ceneri della Corea, quindi, c’era un fuoco che ancora ardeva a suo favore. Bastava solo riattizzarlo. Alle nuove generazioni credo si debba lasciare il ricordo di un bravo professionista, magari caratterialmente difficile, che ha pagato oltremisura per tutta la vita il risultato di una sola partita. Tendiamo a ricordare solo le gioie, come le vittorie ai mondiali del 1982 o del 2006. Dimenticando che dietro il pallone può nascondersi anche tanto dolore.


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