Intervista: L’Oro Del Sudamerica

Il bel libro di Francesco Domenghini ripercorre i vincitori della Pallone d’Oro Sudamericano, premio trascurato in Europa, ma ricco di fascino e vinto da grandi campioni e talenti assoluti. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come e quando è nata l’idea di dare risalto al Pallone d’Oro sudamericano?

L’idea del Pallone d’oro sudamericano mi è venuta in mente durante il perodo del lockdown, alcuni mesi tristemente noti che però mi hanno permesso di approfondire varie tematiche particolari e una di queste era proprio questo riconoscimento. La sua bellezza sta nell’associare leggende del passato a giocatori molto meno noti al pubblico europeo, ma comunque di estremo fascino per gli appassionati odierni del Sudamerica. È un libro che ha voluto venire incontro agli storici dei campionissimi, permettendo di conoscere nomi meno noti, e per quelli che amano l’attuale calcio sudamericano riscoprendone i miti del passato.

C’è un campione tra quelli da te raccontati al quale sei particolarmente legati?

Sarebbe scontato parlare dei grandissimi presenti all’interno del libro, quindi Pelé, Zico o Maradona, ma forse i due al quale sono più legato sono Chilavert e Cabañas. Il primo perché è l’unico portiere ed è un ruolo che ho sempre ammirato tantissimo e inoltre analizzando nel dettaglio la sua carriera ho ampiamente potuto sfatare la leggenda che fosse un portiere famoso solo per le punizioni, in realtà era un grandissimo numero uno tra i pali. Di Salvador Cabañas ho scoperto molto mentre scrivevo e la sua storia è davvero incredibile, diventando eroe in Messico a suon di gol quando è a un passo dal Manchester United e dal Mondiale in Sudafrica viene colpito in un bar da una pallottola che di fatto ne stronca la carriera. Quei due forse sono i capitoli che ho più a cuore.

Mi sembra che in Sudamerica si dia più risalto al talento ed alla classe rispetto al parametro del gol, sei d’accordo?

Come dico sempre si tratta di un calcio diverso da quello europeo e per certi versi sembra che il tempo si sia fermato. Non è un calcio senza tattica, soprattutto perché le ultime vittorie di Libertadores portano la firma di tecnici europei e prima ancora abbiamo avuto Gallardo che è un mago in quanto a strategie. È però un calcio che ha le sue dinamiche, dove ogni squadra ha un numero dieci dotato di grande classe, tecnica e spesso poca voglia di correre e in difesa si alternano una mente della retroguardia con un vero e proprio picchiatore. Spesso lo paragono al calcio anni ’60, dove i ruoli erano ben definiti per tutti, dove il calcio era più lento ma veniva lasciato spazio alla tecnica e alla qualità personale. È per questo secondo me che, nonostante i migliori sudamericani giochino in Europa, rimane ancora intatto il fascino verso certe squadre sudamericane.

In tal senso qual è la tua opinione su Juan Roman Riquelme e come lo collochi nel prestigioso novero dei “Diez” sudamericani?

Se dovessi limitarmi a parlare di Sudamerica Juan Román Riquelme è stato uno dei giocatori più decisivi di sempre. Il suo apporto alle vittorie del Boca Juniors in Copa Libertadores è stato davvero unico e incredibile e forse è stato questo suo legame con gli Xeneizes che lo ha limitato in Europa. Di Riquelme infatti si critica spesso il suo passato al Barcellona, ma si cita troppo spesso la straordinaria cavalcata con il Villarreal a dimostrazione che il giocatore non aveva problemi con il calcio europeo o con i suoi grandi palcoscenici, ma a Barcellona arrivò nel peggior momento dei catalani, giocando spesso esterno e dunque fuori ruolo e quella situazione lo marchiò eccessivamente. Tornando al suo amore per il Boca fu però anche il motivo per cui fece di tutto per rescindere con il Sottomarino Giallo e tornare a Buenos Aires nel 2007 per disputare quella che è stata una delle Copa Libertadores più dominanti di sempre per un singolo giocatore. Inoltre in quegli anni fu preziosissimo numero dieci dell’Argentina e già nel 2006 ci si ricorda sempre che Pékerman non inserì Messi nel quarto di finale contro la Germania, dimenticandosi troppo spesso che i tedeschi presero campo quando venne sostituito prorpio Román in favore di Cambiasso. Da incorniciare poi la Copa América dell’anno seguente, per questo ritengo Riquelme giustamente uno dei grandi numeri dieci della storia del calcio argentino e un limite di Bielsa nella disastrosa campagna del 2002 fu proprio quella di escluderlo dalla lista di convocati preferendogli gente come Claudio Caniggia, decisamente fuori tempo massimo nel 2002, e Ariel Ortega che aveva già ampiamente dimostrato pregi e soprattutto difetti. Riquelme nel 2002 era al vertice del calcio sudamericano e simbolo incontestato del Boca campione continentale nel 2000 e nel 2001, nonché Pallone d’oro sudamericano in carica.

È particolare notare come tanti potenziali “nuovi Maradona” sismo presenti nell’albo d’oro: c’è una certa sensibilità dei giurati verso gli enganche argentini?

Personalmente sono uno dei pochi italiani che in Sudamerica preferisce il Brasile all’Argentina, non che quest’ultima nazione non susciti in me fascino e ammirazione, però ho sempre visto più di buon occhio i Vereoro. La nomea “Nuovo Maradona” è stata purtroppo motivo di tanti flop e disastri, su tutti Saviola e D’Alessandro, con il primo che è stato una meteora splendida per pochi anni, anche se dalla sua ha un paio di buone stagioni a Barcellona che però non lo hanno consacrato definitivamente, mentre il secondo ha dovuto tornare in Sudamerica per rilanciarsi. Non sono mai stato un amante delle etichette e dei “Nuovi X”, penso che sia impossibile avere un nuovo Maradona, come un nuovo Pelé o un nuovo Zico. Ci saranno magari giocatori anche migliori di questi in futuro, la speranza è sempre quella di migliorare e di avere nuovi campioni superiori rispetto al passato, ma i paragoni non hanno senso. Il calcio degli anni ’60 era diverso rispetto a quello degli anni ’70 che a sua volta era diverso rispetto a quello degli anni ’80 e così via. Si creano così solamente false aspettative e spesso si danno etichette sbagliate a ragazzini che stanno dimostrando molto ma che hanno ancora un’intera carriera davanti, servirebbe molto più equilibrio da questo punto di vista.

Elias Figueroa è un autentica leggenda in Sudamerica, mentre in Europa non è molto considerato quando si parla di grandi difensori: gli è davvero mancata la consacrazione con un’esperienza nel Vecchio Continente?

Il problema delle valutazioni generaliste è lo scarso approfondimento dei fatti e della storia. Si parla spesso che Pelé non è un grandissimo perché ha sempre giocato in Brasile, dimenticandosi che la Seleçao del 1958 e del 1970, probabilmente le più grandi nazionali di sempre erano formate da calciatori che giocavano solo in Patria. Pensare che i campionati sudamericani fino agli anni ’80 inizio ’90 fossero come quelli di oggi è un’assurdità. I migliori calciatori giocavano in Sudamerica e per pochi anni stavano in Europa, escludendo rari casi. Jair da Costa in Italia è una leggenda per quanto fatto con la Grande Inter, ma in Brasile non è così ricordato, nonostante fosse la riserva di Garrincha ai Mondiali in Cile. Figueroa scelse l’Internacional di Porto Alegre al posto del Real Madrid perché negli anni ’70 il campionato brasiliano era superiore rispetto alla Liga, ma purtroppo non gode di tanta considerazione unicamente per pigrizia o superiorità europea. Lo stesso Kaiser Franz Beckenbauer disse di essere il “Figueroa europeo” e in un Mondiale come quello del 1974 venne messo proprio il cileno come libero della formazione ideale. Il gol illuminato è una rete storica nella storia dell’Internacional, del calcio brasiliano e del calcio mondiale in assoluto e spero veramente di aver dato la possibilità ai lettori del libro di conoscere questo favoloso personaggio.

A tuo parere esiste una correlazione tra le caratteristiche dei singoli vincitori e la nazione di appartenenza? Li possiamo considerare, quindi, espressione di una scuola calcistica? 

In molti casi mi viene da dire sì, anche quando siamo di fronte a giocatori non così epocali. Prendiamo per esempio i vincitori del 2017 e del 2018, Luan e Pity Martínez. Entrambi sono due giocatori molto bravi nel dribbling che hanno esaltato le tifoserie di Grêmio e River Plate, ma nel primo vi era quella classica cadenza brasiliana come se andasse al rallentatore, mentre nel secondo si vedeva chiaramente la fame tipica degli argentini, con l’abilità nel saltare l’uomo in corsa. Ovviamente ci sono le eccezioni, ma non è un caso che Andrés D’Alessandro sia stato in grado di riprendersi dopo gli anni europei proprio in Brasile all’Internacional. Nelle vittorie colombiane si nota anche in questo caso uno stile più brasiliano grazie ai Valderrama o Teo Gutiérrez, negli uruguaiani invece abbiamo una via di mezzo. Certo c’è lo stile molto argentino di Alzamendi, ma c’è anche l’eleganza assoluta di Enzo Francescoli e anche quando si vede giocare il Pato Sánchez ricorda molto di più lo stile brasiliano che argentino. Molto curiosi invece i casi paraguaiani dove si nota proprio la voglia incredibile di emergere e di riscattare anche la nomea di una nazione spesso definita come la meno sudamericana di tutte in ambito calcistico.

Con la continua diaspora di talenti verso l’Europa ha ancora prestigio il premio di miglior giocatore del Sudamerica?

Il premio ha sempre un grande fascino e un grande interesse anche se negli ultimi anni è forse troppo legato direttamente alla Copa Libertadores, facendolo così diventare un premio di miglior giocatore della competizione. Indubbiamente il trofeo più importante del Sudamerica sposta gli equilibri, ma penso che ci potrebbero essere altre valutazioni più approfondite sui vari campionati. In questo 2021 la finale è stata tra Flamengo e Palmeiras, ma non si potrà non tenere conto del fantastico anno di Hulk dell’Atlético Mineiro o di Julián Álvarez con il River Plate per citare due nomi. Comunque il premio è ancora oggi molto ambito e rimane un importante lascia passare per trasferimenti onerosi e ben pagati

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