Intervista: Calcio Liquido

Emiliano Battazzi analizza con competenza l’evoluzione tattica del nostro campionato, focalizzandosi su quelle strategie e quei principi di gioco che hanno portato cambiamenti o vere e proprie rivoluzioni. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quando e come è nata l’esigenza di considerare, ottimamente, l’evoluzione tattica italiana degli ultimi anni?

L’idea risale a qualche anno fa ormai, quando per L’Ultimo Uomo scrissi un longform intitolato “La rivoluzione tattica della Serie A”. Alcuni temi erano già ben presenti e sono poi stati ampliati nel libro.
L’esigenza di scrivere Calcio liquido nasce anche dall’ammirazione per la narrativa tattica in lingua inglese (da “La piramide rovesciata” di Jonathan Wilson fino ai recenti libri di Michael Cox) e dalla mancanza di testi analoghi in Italia. C’era uno strano vuoto da riempire, non tanto a livello numerico ma proprio di approccio: scrivere di tattica in modo analitico ma senza tecnicismi, all’interno di un quadro narrativo. Secondo lo scrittore americano Jonathan Franzen, uno dei motivi alla base di un saggio è una sorta di senso di rivalsa: alla base di Calcio liquido invece c’è la volontà di offrire una visione sull’evoluzione del nostro calcio, ovviamente soggettiva, e di consolidare un certo modo di scrivere di calcio che ormai è sempre più diffuso.

A tuo parere la maggior attenzione mediatica all’aspetto tattico del calcio ha cambiato il modo di seguirlo da parte degli appassionati?

La tua domanda pone l’accento giustamente sull’attenzione mediatica, e penso che la risposta sia in parte legata a questo aspetto, ma da un altro punto di vista. La quantità di partite disponibili in tv o su internet è aumentata in modo smisurato negli ultimi 20-30 anni: non ce lo ricordiamo quasi più, ma fino alla metà degli anni ’90 gran parte delle partite si immaginavano, si ascoltavano in radio o si leggevano sui giornali del giorno successivo. Penso sia cambiata la prospettiva: gli appassionati oggi vogliono saperne di più di ciò che vedono, non essere solo passivi davanti a uno spettacolo che ormai è quasi ininterrotto. Anche così si può spiegare questa grande attenzione all’aspetto tattico: gli appassionati, i tifosi, possono vedere tutto il calcio possibile, quindi forse vogliono anche capirne di più.

Nel libro bilanci perfettamente termini specifici ad una delucidazione assolutamente comprensibile: c’è da parte tua la volontà di diffondere la lettura tattica del calcio?

Si tratta di un lungo percorso: come recita il proverbio portoghese citato nel libro, l’acqua arriva da lontano al mulino. Ho avuto la fortuna e l’onore di far parte dell’Ultimo Uomo praticamente dalla sua nascita, e di contribuire a un certo modo di scrivere di calcio, in particolare per quanto riguarda le analisi tattiche. Senza l’esperienza dell’Ultimo Uomo, e l’incredibile mole di lavoro svolta nel corso degli anni, un libro come Calcio liquido sarebbe stato quasi impossibile da scrivere. La diffusione e la popolarità di quella che chiami lettura tattica del calcio è dovuta appunto al successo di esperienze come quella dell’Ultimo Uomo, o di Rivista Undici: spero che anche nel libro sia evidente il tentativo di seguire quel metodo di lavoro. Proprio grazie a questi casi di successo, ormai sappiamo che un pubblico di appassionati c’è già, e non è neppure così ridotto: spero che Calcio liquido possa dare un contributo per raggiungere anche nuovi lettori.

La teoria di Cruijff per la quale è difficile giocare un calcio semplice è valida in termini tattici?

Cruijff era un genio tattico a livello individuale, con un carisma enorme e una grande capacità comunicativa. Il paradosso del calcio semplice ne è una sintesi: è vero che in fondo si tratta solo di segnare un gol in più dell’avversario, ma il problema è come. Cruyff sapeva bene, già per la sua esperienza da giocatore nel grande Ajax, che per giocare in modo semplice, e cioè fluente, armonioso, serve una grande organizzazione. Per il suo Barça giocare semplice significava ottenere il dominio del pallone (lo strumento del mestiere), far partecipare al gioco tutti i giocatori con passaggi ravvicinati, occupare il campo in ampiezza e in lunghezza: insomma non c’era niente di semplice. Ma per altri giocare semplice può significare qualcosa di diverso. L’evoluzione del calcio degli ultimi decenni ha aumentato la complessità del gioco e il bagaglio di conoscenze tattiche richieste agli allenatori e anche ai giocatori: Cruyff ad esempio non preparava strategie specifiche per difendere sui calci piazzati avversari – adesso sarebbe quasi impossibile. Questo è anche uno dei temi del libro: quanto la maggiore complessità tattica stia spingendo i grandi allenatori ad affinare continuamente i propri principi e i propri metodi.

Sempre il seminale Johan poneva l’attenzione a quanto fatto dai giocatori quando non hanno il pallone durante il possesso: quanto sono e saranno importanti i movimenti senza palla nel calcio liquido?

Già quasi dagli albori, l’evoluzione calcistica si è concentrata molto sui movimenti dei giocatori senza il pallone. Michels si mise a calcolare quanto tempo in media un giocatore passava senza toccare palla…La rivoluzione del Grande Ajax sta proprio nell’aver superato l’impostazione delle fasi di gioco separate, e di aver iniziato a considerarle come momenti diversi di un flusso unico. Ormai questo è un dato di fatto nel calcio contemporaneo: non ha vita lunga chi pensa di poter curare in modo specifico una fase (difensiva, ad esempio) rispetto ad un’altra – oppure non ha squadre molto equilibrate. Questo processo evolutivo ha portato a concentrarsi ancora di più sulle fasi di transizione, quando cioè si perde e si recupera il pallone. Per alcuni, questi brevi momenti (5 secondi più o meno) diventeranno tra i più importanti di una partita – e già adesso ci siamo vicini.

Cosa pensi della teoria che vuole il centrale di una difesa a 3 paragonabile al libero di una volta?

i sono due livelli diversi da considerare: il primo, sul ruolo in quanto tale. Libero sì, ma da che cosa? Era un difensore libero da marcature, in un calcio in cui dominavano le marcature a uomo, e che fungeva quindi da ultimo baluardo, pronto a chiudere sugli avversari o a pulire l’area. Questi compiti nel calcio contemporaneo spettano sempre più ai portieri: non a caso si parla di sweeper-keeper. Il grande ricorso alla trappola del fuorigioco e l’affermazione della marcatura a zona hanno quindi portato all’estinzione del libero, per come lo conoscevamo in chiave difensiva. Con il pallone, il centrale di una difesa a tre ha sicuramente compiti sempre più simili a quelli del libero: in particolare, di portare il pallone fuori dalla difesa in conduzione, o di diventare il perno della costruzione di gioco dal basso.
L’altro livello riguarda l’evoluzione delle squadre: è chiaro che la difesa a tre attuale non nasce dal nulla (nel calcio, come nella moda o in tanti altri campi, c’è un’economia circolare delle idee, che ritornano sempre, anche se in forma diversa). Per qualcuno è l’erede della zona mista, e si può dire ad esempio che la difesa a tre del Parma di Nevio Scala a inizio anni ’90 era già molto moderna, con un libero/centrocampista come Grün e i due esterni offensivi e di costruzione.
Il libero di una volta quindi non tornerà, ma esistono ormai già da anni giocatori che reinterpretano i suoi compiti, soprattutto in fase di possesso: dal portiere al difensore centrale, e persino a un centrocampista (come De Jong nella scorsa stagione).

La Juve di Allegri è spesso valutata per la sua capacità di difendere strenuamente anche molto bassa: tale atteggiamento è un ritorno al passato e quindi un passo indietro in termini di evoluzione tattica?

Allegri è un grande cuoco dell’improvvisazione: ogni volta entra in questo grande magazzino pieno di ingredienti e ne sceglie alcuni fondamentali. Su quelli costruisce poi una grande varietà di piatti, da usare nel corso della stagione. Gli ingredienti migliori nella rosa della Juve sono indubitabilmente i difensori centrali (come dimostrato, per l’ennesima volta, anche in Nazionale), che però rendono al massimo nella difesa posizionale bassa – mentre De Ligt, anche per questo, rende meno. In questa stagione Allegri non ha ancora trovato un equilibrio, sta procedendo per tentativi, com’è suo solito: al momento è una squadra in difficoltà, ma che punta a ricostruire un’organizzazione basandosi ancora una volta sui suoi punti di forza difensivi.
La Juve di Allegri del primo grande ciclo è stata però molte cose diverse, com’è spiegato nel libro. Nel corso di quel ciclo la Juve era una delle poche squadre a saper maneggiare tutti gli strumenti tattici possibili, era una squadra molto liquida da questo punto di vista: e infatti Allegri ha vinto contro Klopp, Luis Enrique, Ancelotti, Zidane, Mourinho, Simeone, Conte e chi più ne ha più ne metta (gli manca solo Guardiola). Se il suo fosse un calcio del passato, i grandi risultati europei del suo primo ciclo non sarebbero mai arrivati. Il calcio però cambia, e la capacità dei grandi allenatori è quella di spingere, intercettare o almeno adeguarsi al cambiamento: dopo due stagioni senza allenare, è questo che andrà valutato anche per Allegri.

C’è più Sarrismo nell’Empoli o nel Napoli allenati dal tecnico toscano?

In primis bisognerebbe definire il Sarrismo, e non credo sia un’impresa facile. Dal punto di vista tattico, forse l’Empoli era una vera macchina sarriana: un compendio di tutta l’esperienza di Sarri nel corso degli anni di gavetta. Era una squadra molto sacchiana, che si muoveva davvero come un’orchestra, in cui tutti eseguivano movimenti prestabiliti – persino i due attaccanti si sfiancavano in movimenti congeniali all’esecuzione delle giocate, ritrovandosi poco lucidi poi in zona gol. Le linee erano sempre strettissime, c’era grande aggressività nella zona della palla. Il Napoli invece è stato più Sarrista da un punto di vista culturale: Sarri sembrava aver trovato la sua dimensione ideale anche a livello umano – ma la squadra era meno meccanica dell’Empoli, e molto più imbevuta di principi del gioco di posizione. In comune avevano quell’idea di giocare quasi solo in verticale, e la capacità di mandare a memoria alcuni movimenti e di eseguirli sempre in modo perfetto.

Nel libro segnali, a mio viso correttamente, come i principi di gioco di Mourinho siano sottovalutati o addirittura ignorati. Al di là delle reazioni mediatiche legate al personaggio, come mai è privilegiata  la spettacolarità rispetto all’acume strategico?

Come ha sottolineato recentemente anche Spalletti, la questione è che Mourinho ha illustrato agli allenatori italiani l’esistenza di un’altra dimensione calcistica, quella mediatica – cioè come utilizzare i media per far rendere al massimo la propria squadra. Si è trattata di una novità talmente grande che ci si è concentrati solo su quella, senza vedere che Mourinho aveva portato anche delle novità a livello metodologico. Penso però che questa sottovalutazione di Mou durante il periodo interista fosse dovuta anche al modo in cui si parlava e scriveva di calcio: mancavano appunto delle voci in grado di ristabilire un’analisi veritiera dell’Inter del triplete. Praticamente solo Sandro Modeo nel suo libro “L’alieno Mourinho” ci è riuscito.

Come ti poni nei confronti di proposte di gioco intransigenti come quelle di Zdenek Zeman o Roberto De Zerbi? Saresti curioso nel vedere un loro adattamento alla prudenza o adori il loro coraggio?

Non si può chiedere a uno scorpione di non pungere, sarebbe inutile. E così non possiamo chiedere a questi allenatori di essere diversi, è il loro fascino. Paradossalmente, la Serie A avrebbe bisogno di più allenatori di questo tipo, con idee forti, anche molto controculturali, in alcuni casi anche poco funzionali. Altrimenti il nostro campionato si riduce a una lega molto piatta, perdendo in qualità di gioco – e quindi attrattività – e anche a livello di evoluzione tattica. Forse non è un caso che il miglior Zeman si sia visto anche durante il miglior periodo della Serie A: personaggi così, con principi di gioco così diversi, fanno bene al movimento (basta dare un’occhiata alla Premier, sembra un catalogo delle diverse scuole calcistiche). Significa anche che i club vogliono rischiare e che puntano a costruire squadre, non instant team: e forse anche per questo De Zerbi è dovuto andare allo Shakhtar – come già si sta vedendo, ha bisogno di molto tempo prima di trasmettere e consolidare le sue metodologie alla squadra. Il percorso tattico evolutivo della Serie A degli ultimi anni mi sembra chiaro: manca ancora un po’ di volontà di prendersi dei rischi, anche con allenatori controcorrente.

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