Intervista: Sulla Giostra Di Zdenek

Il bel libro di Mario Lorenzo Passiatore ripercorre nel dettagli e con tanti aneddoti l’esperienza di Zaman sulla panchina del Lecce. Ne abbiamo parlato con l’autore.

La stagione 2004/2005 è ancora nei ricordi dei tifosi salentini: Zdenek Zeman rappresenta davvero un unicum come allenatore e persona?

E’ un personaggio fuori dall’ordinario. Un movimento a sé, al pari di un  club o di un presidente. E’ quasi impossibile scindere Zeman personaggio da Zeman allenatore. Basti pensare che i veri zemaniani lo hanno seguito ovunque, a prescindere dalla squadra che allenasse. E’ accaduto anche a Lecce e Mario Zanotti, team manager del Lecce, lo spiega bene nel libro. C’era tanta gente in ritiro che curiosava: non erano tifosi del club salentino, erano seguaci del boemo

Credi che i suoi metodi di allenamento e la sua tattica offensiva siano davvero logoranti nell’arco di una stagione?

Lo raccontano i giocatori, una parte dello spogliatoio ha sofferto i suoi metodi. Soprattutto nella prima parte del ritiro. C’era una cultura esasperata del lavoro che si scontrava con le logiche dello staff medico. In quella stagione staff tecnico e staff medico hanno discusso parecchio. E’ interessante il punto di vista del dottor Palaia, a un certo punto ha chiesto dei carichi diversi per determinati giocatori che non potevano lavorare con i sacchi sulle spalle, perché avrebbero avuto delle ripercussioni negli anni successivi

Da appassionato di calcio sei più amante della spettacolarità del suo calcio o critico verso la sua scarsa attenzione all’assetto difensivo?

Zeman non è l’allenatore dei compromessi, è così: prendere o lasciare. Lui mette davanti a tutto lo spettacolo e la voglia di mostrare sempre un calcio propositivo. E’ un integralista convinto e porta avanti le sue idee in qualsiasi circostanza. Sicuramente, una maggiore attenzione alla fase difensiva avrebbe garantito un certo equilibrio, ma non sarebbe stato lui, si sarebbe snaturato. 

A Vucinic e Boijonv ha più giovato la sua avanguardia tattica o la sua personalità nel gestirli correttamente? 

Due giocatori che sono letteralmente esplosi con lui, valorizzati dai suoi schemi e dalla ricerca esasperata del gol. Due talenti purissimi, Vucinic era l’uomo più forte: genio, talento cristallino. Bojinov andò via a gennaio, il primo a mettersi in vetrina a suon di gol, un vero crack. Zeman è stato determinante sia dal punto di vista tattico che nella gestione. Entrambi avevano un carattere spigoloso ed era importante saper toccare i tasti giusti nel momento opportuno.

Credi che c’entri qualcosa il non averlo più incrociato in carriera nella parabola discendente della carriera di certi giocatori?

Vucinic ha dimostrato tutto il suo valore negli anni: sia alla Roma che alla Juve. Bojinov si è perso anche per colpa dei tanti infortuni. L’aspetto fisico nella sua carriera è stato determinante. Ha pagato un prezzo troppo alto ed è stato un vero peccato. Ha avuto diverse opportunità, spesso in momenti sbagliati: la Fiorentina che doveva rilanciarsi, la Juve in serie B, il City quando non era ancora quello che conosciamo. Tutte esperienza costellate da problemi fisici.

Molte volte si elogia la sua importanza per la crescita degli attaccanti, ma si sottovaluta quella dei centrocampisti: quanto è stato importante per un giocatore come Ledesma?

Nel libro, Giacomazzi racconta dettagliatamente cosa vuol dire lavorare con Zeman per un centrocampista. E’ un modo di ragionare diverso che ti proietta quasi in un’altra realtà. Occupare gli spazi nella metà campo offensiva, riempire l’area di rigore, la costante ricerca della verticalità. Anche la testimonianza di Sam Dalla Bona, aggiunge ulteriori dettagli del suo calcio. Ledesma era il  fulcro di quella squadra, il cervello che univa i reparti. Era già un giovane di talento che si è anche scontrato con le logiche del boemo. Non sempre si va d’accordo su tutto

Un tifoso come vive il suo essere di poche parole? Credi che all’esterno la sua ironia e la sua personalità vengano percepite?

Il tifoso l’ha amato perché allo stadio si divertiva. Ha vissuto sempre con l’adrenalina addosso, il concetto di giostra nasce da lì. Lui parlava poco e amava farsi seguire con i fatti. Il tifoso viveva il personaggio in maniera positiva perché apprezzava la sua proposta di calcio. Il suo essere e il suo modo di fare sì. La sua ironia era più apprezzata e capita all’interno del gruppo, meno fuori. Ci sono tanti episodi nel libro che raccontano bene il suo modo di relazionarsi con l’ambiente. All’esterno spesso è stato percepito come un personaggio ostile, pungente. Anche alla luce dell’esternazioni sul doping e le farmacie. 

Al termina della stagione credi che la società avrebbe potuto difendere Zeman ed il suo progetto?

No. Erano già separati in casa. Società e una fetta dello spogliatoio avevano già rotto con l’allenatore negli ultimi due mesi. Poi Lecce – Parma 3-3 e il conseguente gesto di andare dietro la panchina, ha logorato ulteriormente un rapporto che era ormai al capolinea. L’allora presidente Semeraro, ci ha raccontato bene tante dinamiche (dal suo punto di vista) che portarono poi all’inevitabile divorzio. I dettagli sono tutti nel libro ed è una parte che mi ha appassionato tanto.

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