Intervista: George Best. Il Migliore

Paolo Marcacci ripercorre la vita e la carriera di George Best in un libro denso di passione e di contenuti di grande interesse, utili a meglio conoscere il giocatore nordirlandese, ma anche il personaggio. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quando nasce la tua passione per George Best?

Devo usare più d’una chiave, per questa risposta: direi che, al di là e oltre tutta la mitologia che ancora lo circonda, nasce quando dalla sua autobiografia apprendo che non ha mai dato la colpa a nessun altro per non aver saputo gestire i propri demoni. Poi, nasce quando scopro nei versi dei poeti maledetti elementi di purezza inarrivabile. Come certi suoi dribbling dopo un venerdì trascorso a bere fino all’alba.

C’era turbamento in lui a causa della disputa tra cristiani e protestanti? L’ha segnato in qualche modo?

Noi non potremo mai capire del tutto cosa voglia dire nascere e crescere a Belfast, dove ci sono sempre stati più muri che a Berlino e, a differenza del Muro più celebre, non sono mai caduti, in nessun senso. Nel libro racconto che lui doveva attraversare di corsa certe strade cattoliche, per andare a scuola. Chi di noi non sarebbe segnato da ciò? 

“Pelé good, Maradona better, George Best”: ha fondamenti reali?

Forse no; certamente no, anzi. Ma è altrettanto sicuro che mai ci sogneremmo di contraddirlo, per la purezza che c’è in questa sua “sentenza”. Non lo dice come lo direbbe un arrogante, lo pronuncia con la naturalezza che ci metterebbe un bambino.

Il suo impatto sul calcio europeo è stato fortissimo: ha davvero rappresentato un punto di rottura in un periodo di catenaccio ed esasperato tatticismo?

In questo caso dovremmo parlare di tutto quel Manchester United e della sua guida tecnica; il talento di Best è stato, poi, una di quelle gemme che avrebbero brillato in qualsiasi epoca fossero state incastonate. Era in atto un’evoluzine tattica, è vero, ma non certo in terra britannica. Non ancora, negli anni più fulgidi di Best.

Il Manchester United di fine anni’60 era la squadra più forte del periodo? Oppure era proprio Best a fare la differenza?

Negli episodi che hanno meritato l’immortalità calcistica, la differenza a beneficio dello United l’ha fatta quasi sempre lui. È un dato di fatto. La risposta alla domanda mi piace lasciarla sfumata, per il resto, perché nessuna delle due tesi è totalmente confutabile

La fama l’ha fatto diventare schiavo del suo personaggio, decisamente nella negatività di questa accezione: è stata più questione di fragilità o di ingenuità?

Entrambe. Io punterei più sul secondo termine, se dovessi scegliere: l’uomo, con tutte le sue zone d’ombra, è sempre rimasto autentico, mentre il calciatore, con relativo personaggio, cresceva a dismisura, fagocitandolo

Nel 1982 si era ipotizzata una sua convocazione per il Mondiale: l’avresti vista come un premio oppure come un inutile cameo?

Già a quell’epoca, avrebbe rischiato di essere una malinconica passerella, anche se non avremo mai la prova di questo.

Che ricordo ci lascia il Best calciatore? 

Un’immagine dionisiaca per l’intensità; per il modo di amare il pubblico e farsi amare da esso. Apollinea per la purezza che c’era in certe sue giocate

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