Intervista: Le Cose Perdute Del Calcio

Il libro di Nicola Calzaretta è un magnifico tuffo nel calcio di una volta, quello vero ed espressione di quei valori, di quei riti e di quella caratteristiche che l’hanno reso immortale nelle memoria di chi l’ha vissuto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nel complimentarmi per il libro ti chiedo quando è nata l’esigenza di ricordare cosa era il calcio qualche decennio fa.

Scrivo da sempre del calcio che fu, la storia grande e le piccole storie. I campioni e i gregari. Lo
sguardo laterale è fondamentale. Il libro, per cui ringrazio dei complimenti, si inserisce in questo
mio percorso che, nel tempo, si è arricchito delle testimonianze e delle confidenze di tantissimi ex
che ho potuto intervistare.

Cosa può provare un millennial nel leggere il tuo libro? Credi possa pensare che si tratti di un altro sport?

Il libro è pensato anche per loro. Sia per raccontare dell’evoluzione di questo magnifico sport, sia
per trasmettere le emozioni che ci sapeva regalare e che ancora oggi ci fanno tremare. Il calcio è
sempre lo stesso da questo punto di vista. Manca il senso delle misura, oggi. Basta ascoltare una
qualunque telecronaca.

In termini di presupposti e dinamiche è giusto definire il calcio da te raccontato come un rito laico?

Il calcio è rito, rituali, cerimonie. Dai calciatori ai tifosi, ce ne siamo accorti in maniera particolare
con gli stadi vuoti. Negli anni ’80 il rito laico aveva stessi orari e stesse dimensioni. Con le
celebrazioni tutte nel giorno del Signore.

Numeri di maglia dall’1 all’11, marcatore a uomo, poche sostituzioni permesse ..il calcio di uno volta era più semplice, più interpretabile?

Il calcio è semplice anche oggi. Ce lo raccontano come qualcosa di complesso e cervellotico. Io non
lo vedo così. Si è evoluto, come è giusto che sia per tutte le cose del mondo. Oggi, per me, c’è meno
poesia, quello sì. I numeri fissi hanno tolto immagini, fantasie, legami. il 22 di Chiesa mi fa tristezza,
se penso che per noi bambini degli anni ’70, quello era il numero del terzo portiere ai mondiali.

Quanto la maglia nera del portiere ha contribuito ad alimentare il muro della figura e del ruolo? 

Il nero dei portieri era un fatto naturale. Il soprannome Ragno Nero identificava Lev Yascin. Il
portiere vestito così era fascinoso, misterioso, un eroe. Era Zorro, Paperinik, Batman.

C’è un aspetto tra quello da te analizzati che ti manca in modo particolare?

Mi manca la signorilità di Nando Martellini, lo stile asciutto di Bruno Pizzul, la purezza e la bonomia
di Paolo Valenti , la sobrietà di Gianfranco De Laurentiis, l’intelligente ironia di Beppe Viola.

La grande fruibilità odierna del calcio è a tuo parere un vantaggio o rappresenta solamente un bombardamento di informazioni?

Un millenial è tempestato da informazioni. Una pioggia torrenziale di numeri, dati e immagini, con il
rischio di affogare e di rendere impossibile il sedimentare delle notizie e di alimentare il ricordo.

Il calcio dei giorni nostri ti emoziona ancora? Lo segui ancora con spontaneo trasporto?

Mi emoziona la partita, il gesto tecnico, la parata decisiva, il gol spettacolare. La grinta del
difensore, la tenacia del centrocampista, lo strappo dell’ala, il colpo di testa dell’attaccante. Il lancio
di prima intenzione di Locatelli che poi va a chiudere con il tiro-gol agli ultimi Europei.

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