Intervista: Napoli: Sfumature D’Azzurro

Nel bel libro di Davide Morgera e Francesco Iodice si ripercorrono tutti i tornei disputati dalla squadra partenopea, riportando alla mente partite leggendarie e tornei di minor rilevanza. Ne abbiamo parlato con Davide Morgera.

Come hai organizzato il lavoro di ricerca e quali fini ti sei posto nella realizzazione del libro?

Per le ricerche ho attinto al mio vasto archivio personale che risale agli anni ’10 del secolo scorso e poi sono state consultate varie Emeroteche di Napoli. Spesso si sapeva la notizia ma la curiosità e la voglia di non fare brutte figure scrivendo cose inesatte, ci ha fatto andare a verificare. Questa è una cosa fondamentale per chi scrive libri di stampo ‘storico’ perchè in un trafiletto del ‘Calcio Illustrato’ o in una foto della ‘Stampa Sportiva’ ci puoi trovare sempre qualcosa di interessante che conferma o meno quello che si è scritto. Ad esempio la Coppa Pirandello non sapevamo come fosse fatta fino a quando non abbiamo trovato una foto in cui il capitano del Napoli di allora, Paulo Innocenti, la mostra raggiante dopo la vittoria. E’ uno dei tanti episodi, ne potremmo elencare tanti altri. Lo scopo di questo volume è chiaro, voler mettere ordine nei trofei ai quali il Napoli ha partecipato o ha vinto. Per questo abbiamo seguito un ordine cronologico partendo dalla Coppa Salsi fino alle recenti affermazioni in Supercoppa o Coppa Italia. Il libro è una sorta di almanacco, sempre consultabile, dove non manca alcun tipo di trofeo, con relativa immagine. E’ chiaro che se il Napoli fece un’amichevole in Giappone e la chiamarono “Xerox Cup” o ha partecipato al Trofeo “Gamper” questo non rientra nelle cose trattate nel libro perchè si tratta di amichevoli.

Spesso si trascura la storia calcistica di una squadra e si lasciano sbiadire allori o tornei fondamentali per l’evoluzione del calcio stesso: come mai in Italia abbiamo questa tendenza?

Credo che questa tendenza possa essere spiegata in vari modi tenendo bene in considerazione che chi è un vero tifoso di una squadra dovrebbe conoscerne un pò la Storia. Ebbene in Italia, a differenza di altri paesi (uno per tutti, l’Inghilterra ), non c’è questa mentalità e ci ricordiamo solo degli scudetti, della Coppa Italia o al massimo delle Coppe dei Campioni. Invece da altre parti anche il trofeo più piccolo viene omaggiato ed osannato. E’ sempre una vittoria e, non dimentichiamolo, si gioca soprattutto per vincere. Questo è legato anche allo spirito del nostro testo dove si dà importanza anche a manifestazioni quali la Coppa delle Alpi o la Coppa delle Fiere. Chiudo dicendo che quando si visita un museo di una squadra, per chi ce l’ha, si dovrebbe sapere in anticipo cosa si va a vedere e non scoprirlo nel momento in cui ci metti piede.

A tal proposito ti chiedo se Attilia Sallustro non sia un po’ trascurato quando si parla del calcio degli anni’30? Credi abbia pagato il fatto di aver giocato pochissimo in Nazionale nonostante il suo indiscusso valore?

Certamente Sallustro è stato un campione sottovalutato ma chi lo ha visto giocare ha sempre detto che era almeno a livello di Meazza. In campo era una furia, un’ira di Dio e con la palla ci sapeva fare meglio di
tanti altri. Su questo argomento feci un intervento in un testo della Bradipo edizioni spiegando come già allora i commissari tecnici della Nazionale avessero preferenze per i giocatori dei grandi squadroni del Nord. Sallustro ha pagato questo, il voler giocare a Napoli, non tradire la sua città per la quale, lo ricordiamo, non prendeva soldi.

Qual è il tuo giudizio sul Napoli allenato da Vinicio e sulla sua innovativa proposta tattica? Avrebbe meritato di essere impreziosita da un successo?

Qui sfondi una porta aperta. Sono cresciuto col Napoli di Vinicio, la mia prima volta allo stadio è stata un Napoli Juve nel 1973 con le reti di due brasiliani, Canè e Clerici. Chi ha visto giocare quella squadra,
armonica, veloce, con verticalizzazioni, facendo la zona tipica dell’Olanda di Crujiff, attuando il fuorigioco per prima in Italia, ha detto che si è divertito più e quanto il Napoli di Sarri.Andammo vicinissimi allo scudetto e nel 1975 arrivammo a due punti dalla Juventus dopo aver perso la
famosa partita di Torino dove Altafini segnò ad un minuto dalla fine.
Quell’anno perdemmo anche in casa ed i conti sono subito fatti. Sarebbero bastati due pareggi per terminare il campionato a pari punti. Doveva esserespareggio. Per me ancora oggi il primo scudetto del Napoli è quello.

Cosa provi a distanza di decenni quando pensi a Anderlecht-Napoli del 1977? La squadra di Bruno Pesaola avrebbe potuto giocarsela con l’Amburgo in finale?

Certo che il Napoli meritava la finale, lo sanno tutti. Quella è una partita maledetta, di cui trattiamo anche nel libro nella sezione delle “Partite della Storia”. Gol annullato a Speggiorin, un palo di Esposito, fuorigioco inesistenti, azioni fermate dal direttore di gara, rappresentante di Birra che era in affari col Presidente dell’Anderlecht. Dopo lo speranzoso 1 a 0 dell’andata ci credevamo, soprattutto dopo aver visto come il Napoli aveva iniziato la partita in Belgio. Poi Matthewson fu una specie di Moreno ante-
litteram ed il giocò terminò lì.

Qual è il tuo giudizio sul lavoro di Rafa Benitez a Napoli, soprattutto in virtù delle bellissime prestazioni offerte dal Napoli in Europa sotto la sua guida?ù

Dei 18 anni di presidenza di De Laurentiis personalmente ricordo, oltre al Napoli di Sarri, quello di Benitez. Con lui la squadra ha iniziato ad avere una mentalità internazionale ed infatti sono arrivati gli spagnoli Callejon, Albiol, Reina, Koulibaly, Mertens, Higuain, gente che ha dato tantissimo alla causa azzurra. Abbiamo visto anche un calcio spettacolare e bello, per carità, ma si ha come l’impressione che poi il suo carisma sia calato col tempo. Credevo che almeno un trofeo internazionale, sotto la sua guida, lo avremmo portato a casa. Non è stato così, peccato.

Prima dell’avvento di Diego Armando Maradona credi abbia avuto più significato la Coppa Italia del 1962 o quella del 1976?

La risposta è quasi scontata nel senso che quella del 1962 è stato il primo trofeo vinto dal Napoli, la prima cosa messa in bacheca. Una squadra che all’epoca militava in Serie B, un record. Anche nel 1976 c’è un ‘perchè’. Quella era una squadra che si compattò proprio per vincere la Coppa e per dare soddisfazioni al dimissionario Vinicio, a cui tutti i giocatori erano legati. In panchina, infatti, c’erano Delfrati e Rivellino che avevano sostituito il mister brasiliano in rotta con la società. Basti pensare che già prima delle finale Ferlaino aveva annunciato Pesaola come nuovo allenatore.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai ad occuparti della storia del calcio e di quella del Napoli in particolare?

A me piace la Storia del calcio in generale e in particolar modo quella della mia squadra del cuore. Sì, sempre con Franco, faremo un altro libro su tutti gli stadi e le magliette indossate dal Napoli, dalle origini ai giorni nostri. Restate in contatto!

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