Intervista: Il Gol Lo Dedico A Bush

Nel complimentarmi per un libro davvero molto bello vi chiedo cosa vi abbia spinto a scrivere dell’Iraq a 14 anni da quella storica Coppa d’Asia?

Grazie tante per i complimenti. In effetti è paradossale che questa storia sia scomparsa dai radar per così lungo tempo. Facciamo parte di una formazione letteraria, il Collettivo Banfield e un paio di anni fa, nel corso di una riunione editoriale, Max ha raccontato di aver assistito come giornalista all’impresa dell’Iraq nella Coppa d’Asia del 2007. A Diego la storia dei Leoni di Mesopotamia è piaciuta e così abbiamo deciso di unire le penne per concepirla. Tre settimane dopo eravamo a Porto, a casa di Jorvan Vieira, per registrare un’intervista. Diciamo che la nostra amicizia/collaborazione ha fatto da trigger alla stesura del libro.

A cosa è dovuta scelta, apprezzabile e azzeccata, di romanzare in modo verosimile parte della narrazione? 

Molti libri che hanno a che fare con avvenimenti sportivi sono delle cronache zeppe di dati in cui la personalità dei protagonisti viene soffocata.Jorvan Vieira, il medico sportivo Abdulkareem Alsaffar, l’assistente allenatore Raheem Hameed, il fisioterapista Abdulrahman Jaber :abbiamo avuto la possibilità di raccogliere le testimonianze dirette di diversi membri di quella spedizione messa insieme alla meglio e particolari dettagliati sulle dinamiche del gruppo. La scelta di romanzare parte della narrazione ha l’obiettivo di avvicinare il lettore alla storia, di provare a fargli sentire il disagio e la preoccupazione con cui i protagonisti affrontano il torneo. Il nostro è un romanzo privo di leggerezza, non c’è un attimo di tregua per la nazionale irachena. La guerra è sempre sullo sfondo e i dialoghi hanno non solo lo scopo di non farlo mai dimenticare al lettore ma anche quello di alleggerire la lettura.

Ritenete che Jordan Viera sia stato più importante come valido tattico o come fino psicologo all’interno dello spogliatoio iracheno?

Vieira è un leader “rumoroso”, una figura ingombrante per quelli della federazione. Il tecnico ha spesso dissidi con i dirigenti delle squadre che lo assoldano.Nel 2007 è stato l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto.Il suo contributo è stato importante soprattutto a livello psicologico, perché i giocatori iracheni avevano bisogno di un motivatore, di qualcuno che li facesse credere in una causa comune, di una figura credibile dopo anni di divisioni e malagestione.

C’è voluto il calcio per far cooperare sunniti, sciiti ed un curdo: il calcio ha davvero il potere di far dimenticare tensioni e guerre?

Il calcio parla un linguaggio universale – lo sappiamo bene – ma di per sé non risolve mai nulla, non è nelle sue prerogative. Senza dubbio però, rappresenta una spinta alla reciproca conoscenza grazie a un terreno comune sul quale incontrarsi. Ma ciò che avviene dal momento in cui le parti si incontrano non ha più a che vedere con il calcio. Più che il calcio, per assemblare la squadra superando i conflitti interni c’è voluto un allenatore come Jorvan Vieira, con i suoi metodi.

Al tempo stesso vi chiedo se non rischi però addirittura di diventare un specchietto per le allodole, quasi una mera illusione.

Il rischio esiste, è chiaro. Tuttavia non dipende dal calcio ma dagli uomini. Consideriamo per un attimo il calcio come fosse un telecomando: utilizzato per cambiare canale TV è uno strumento eccellente, ma lanciato con forza addosso alle persone un telecomando si può trasformare in un corpo contundente capace di ferire o addirittura di uccidere. Come tutte le cose, il motivo calcistico va usato bene.

A vostro parere quella del 2007 è stata la nazionale irachena più forte di sempre?

Difficile dire. Probabilmente prima di quel momento l’Iraq non aveva avuto un problema di capacità tecniche o di forza caratteriale ma di unità del gruppo, aspetto che nei momenti fondamentali è spesso mancato a più di una squadra mediorientale. Nel 2007 la coesione è stata l’uomo in più in campo, il vero fuoriclasse in grado di risolvere partite e situazioni molto complicate. E non è un caso se durante quell’Asian Cup il senso di unità interna viene introdotto da un allenatore straniero, Jorvan Vieira per l’appunto, estraneo a logiche di natura etnico-religiosa molto irachene.

Che idea vi siete fatti di Hussein Saeed e delle sue scelte come presidente della Federazione Calcistica Irachena? 

Hussain Saeed è il trait d’union politico con l’Iraq di Saddam. È riuscito a restare alla guida della federazione calcistica malgrado l’epurazione e la presa di potere nel Paese da parte degli sciiti.Ottimo calciatore in gioventù, è stato  successivamente dirigente dalle grandi capacità che, crediamo noi, non ha potuto fare altra scelta che schierarsi con la dittatura quando a capo dello sport c’era il figlio di Saddam, Uday. Scelta che gli ha portato enormi benefici personali. Nei giorni della preparazione all’Asian Cup ha avuto il merito di resistere alle pressioni dei dirigenti federali che volevano licenziare Vieira. Lo ha perfino richiamato due anni dopo la finale di Giakarta. Ma la magia era finita.

Qual è la vostra opinione sull’attuale situazione irachena?

L’Iraq versa in condizioni estremamente delicate, 18 anni dopo l’invasione anglo-americana. La crisi socio-economica che affligge il Paese è ormai cronica: corruzione diffusa, crescente disoccupazione, ritardi nella distribuzione degli stipendi pubblici e delle pensioni, crollo dei prezzi del petrolio causati dalla pandemia, il tutto condito da un’insoddisfazione generale che sfocia in proteste di piazza spessoviolente: l’Iraq del dopo-Saddam è una polveriera e molti temono un nuovo conflitto civile. In merito alle elezioni politiche cresce la tensione nel Paese con il leader del principale partito, quello sadrista, che chiedeva di boicottarle, dopo aver annunicato inzialmente di volerlo fare. Il rischio che l’Iraq ripiombi nel caos totale è altissimo

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