Intervista: Marcelo Bielsa

Un libro che ci racconta del dettaglio il grande Marcelo Bielsa, attraverso analisi di grande competenza e la parole di chi lo conosce bene. Ne abbiamo parlato con Carlo Pizzigoni.

Come mai c’è voluto tanto tempo per dedicare un libro in italiano a Marcelo Bielsa? Per certi versi è un personaggio scomodo?

Io pensavo al libro di Bielsa ormai da 2/3 anni, non riuscivo a trovare la formula giusta, volevo fare solo questo dopo “Locos por el Futbol”, volevo concentrarmi su un lavoro di questo genere; inizialmente avevo pensato alla biografia, ma non avevo la capacità di scrivere una biografia di un personaggio così profondo, così alto, che secondo me meriterebbe il premio Pulitzer come Moehringer che ha scritto “Open” di Agassi, quindi ho detto troviamo un’altra forma per raccontare Bielsa e ho trovato lo spunto da Damian Giovino, che è l’altro autore del libro, con un lavoro che facesse parlare la gente che ha lavorato con Bielsa; trovo che sia una formula molto bella ed adatta, infatti l’editore ne vuole fare una collana sugli allenatori, con il primo nome appunto quello di Bielsa. E’ venuto fuori un libro in cui parlano quelli che lo hanno conosciuto, quelli che ci hanno lavorato e quelli che lo ammirano. Così siamo partiti, secondo me creando un bello spaccato del Loco, del suo calcio, di tutto quel tipo di mondo che credo sia molto interessante ed originale, esattamente quello che si cercava. Il personaggio Bielsa tante volte in Italia è stato un po’ non solo deriso, ma qualche volta trattato con molto superficialità, evidenziandone solo aspetti appunto superficiali, invece la profondità di Bielsa, che viene fuori anche dal libro, per esempio quando si parla di valori profondi, quando un personaggio come Jorge Valdano dice “l’unica sua pazzia che gli riconosco è la sua ossessione etica”, quindi parliamo di una figura con valori profondi e grande amore per questo gioco, a cui ha dedicato la vita. C’è un aspetto anche antisistema che certamente Bielsa porta con se, per esempio Almeyda lo sottolinea abbastanza nel libro, inerente alla sua diversità ed alla sua voglia di lasciare parlare l’uomo, che gli deriva sia dalla profonda concezione alta del calcio, ma anche dalla sua formazione come educatore, dalla sua formazione legata al calcio giovanile, ma che vuole mescolare e sperimentare, come è evidenziato nello spazio dove parla Guardiola, vuole attraversare nel mondo professionistico, perché ci si deve sporcare, quindi io credo che la volontà di porre questi suoi valori, riconosciuti da tutti, le sua capacità nel mondo del calcio, producono la costruzione di quello che io definisco un profeta, per questo gioco, ma di verità, giustizia e valori, che fa tanto bene al mondo del calcio e credo le testimonianza nel libro lo certifichino.

El Loco ha anche tanti detrattori: dipende anche dal suo essere senza mezze misure?

Di critiche ne trovo poche di spessore, sono tutte critiche che vanno all’interno del modo di vedere il calcio di un certo tipo. Le banalizzazioni che ne fa ad esempio certa stampa, non possono neanche essere etichettate come critiche; parliamo di banalità assortite che vengono buttate lì, tipo “non ha vinto tanto”, che non hanno senso, specialmente in Italia dove c’è una grande distanza tra il mondo del calcio e il mondo della comunicazione calcistica. Una distanza che purtroppo negli ultimi anni si è ancora più estesa, anche se rimangono delle aree in cui l’approfondimento rimane di qualità, però in generale credo che tanta critica sia superficiale e quindi ci sia poco da aggiungere, in quanto si qualifica da sola.

Dove si sono viste meglio applicate le sue teorie tattiche?

L’aspetto tattico è quell’aspetto che ha curato Filippo Lorenzon, che è l’attuale Match Analyst dell’Inter, però mi piace molto la definizione di Juric, sempre all’interno del libro, che evidenzia come nel calcio di Bielsa ci sia la purezza dell’uomo. E’ da questo continuo rimando, come evidenzia anche De Zerbi, questo continuo rimando all’uomo e al calcio e al calcio e all’uomo, alla vita e allo sport che viene fuori secondo me l’aspetto più interessante per noi trattiamo del calcio di Bielsa. Questo suo continuo riferimento perché ai valori della vita e il suo calcio di coraggio è proprio questo; rivela qual è il suo uomo, come dice Juric nel libro, una frase che ho messo anche in quarta di copertina, perché mi piaceva. Juric è uno di quelli che ho intervistato io ed è stato interessante, perchè non lo conoscevo e gli ho mandato un messaggio e lui mi ha subito richiamato, proprio perché voleva parlare di Bielsa, voleva raccontare il suo amore per Bielsa e questa è una delle tante cose che mi ha colpito, perché parlando Zanetti, con Milito, con Samuel, con Burdisso, con tutti questi grandi giocatori che lo hanno avuto, noti questa volontà di voler restituire la grandezza di Bielsa. E’ una grandezza soprattutto umana.​ Dal punto di vista tattico, sotto il profilo del gioco, le squadra di Bielsa hanno più o meno funzionato tutte, al di la dei risultati conseguiti, quindi è ovvio che tanti si focalizzano sulla uscita nella fase a gironi del Mondiale del 2002, ma lì secondo me c’è l’espressione più alta del calcio di Bielsa, proprio nella fase di qualificazione a quel Mondiale. Sì è vista un’Argentina come non aveva mai giocato e come non avrebbe mai giocato, un Argentina, che come raccontato Zanetti e Samuel era proprio dominatrice totale del campo. Ed è stata una parentesi che si è chiusa, sotto il punto di vista dei risultati, male, proprio perché quella continuità non c’è stata durante il Mondiale, dove l’Argentina è uscita subito. Però io valuto la situazione che c’era in Cile quando lui è arrivato, praticamente ha dato uno stile di gioco ad una nazionale che non ce l’aveva e da quelle profonde radici, che ha costruito quasi totalmente, sono arrivate le vittorie nelle successive edizioni della Copa America con Sampaoli e poi con Pizzi. Quindi ci sono tanti passaggi di Bielsa che io ritengo molto importanti, anche se poi ha lasciato il segno ovunque e lo testimonia, in termini di valori, come i tifosi hanno apprezzato e apprezzano ancora Bielsa. Io ho ricevuto giusto poco tempo fa da un amico che è andato per lavoro a Bilbao, la foto di una casa dove c’è ancora fuori, oltre alla bandiera dell’Atheltic, la bandiera con la foto di Bielsa.

Mi ha molto sorpreso una sua certa adattabilità tattica che pensavo non gli appartenesse: El Loco è meno intransigente di quello che si pensa?

Lui è sicuramente un allenatore che produce un calcio di un certo tipo, un calcio molto di applicazione, quasi, arrivo a dirti, di fede, dove i calciatori devono credere che dopo una certa corsa arrivi la palla senza neanche pensare, quindi viene legato ad un concetto di ripetitività del gesto. Cosa che da un certo punto di vista lo apparenta più a Gasperini che ad altri tecnici che lo ammirano come uomo, come Guardiola o De Zerbi, però nel corso degli anni ha messo molte varianti e molto più palleggio, in quanto mancava di queste pause che invece adesso ha. Poi dipende sempre molto dai giocatori che ha a disposizione; quest’anno ha fatto un miracolo assoluto con il Leeds, con giocatori non di categoria e quindi che necessitavano ovviamente di uno spartito calcistico che li potesse guidare. Per esempio ad Ayling non gli puoi chiedere la pausa e la giocata di qualità, gli devi chiedere la corsa e qualche lettura all’interno della corsa, gli devi dare opzioni di un certo tipo, la stessa cosa per Sturat Dallas. Il giocatore di qualità, l’unico che poteva scarabocchiare lo spartito, era Rafinha, che però era uno scarabocchio che poi diventava un’opera d’arte, ad azione compiuta, perché ha fatto benissimo. E’ mancato un po’Rodrigo, l’altro giocatore di qualità, poi dobbiamo evidenziare il grandissimo percorso che ha fatto Bielsa, facendo maturare giocatori, addirittura portando un giocatore a fare il titolare dell’Inghilterra, parlo di Kalvin Phillips, quando quest’ultimo era un giocatore che nel Leeds di tre anni fa, quando è arrivato Bielsa, era un discreto giocatore e niente di più. Tra l’altro gli ha cambiato il ruolo, lo ha impostato come palleggiatore, come uomo che dà il tempo alla squadra; nel giro di un paio d’anni Phillips ha debuttato con la maglia dell’Inghilterra prima ancora di debuttare in Premier League.

Secondo te esiste un prototipo del giocatore tipo per Bielsa?

Non c’è un prototipo del giocatore di Bielsa, il giocatore deve essere solo avere un cosa fondamentale, che rappresenta non una caratteristica tecnica, ma umana: quella di credere, di aver fiducia nel lavoro, nel suo allenatore, rendersi conto che si tratta di un allenatore, che, come dicono in tanti, può cambiarti la vita. Non mi riferisco solo a questa stagione, ma parlo di gente come JaviMartinex, Andre Herrera, Mendy, Payet, che hanno fatto nettamente il salto di qualità dopo aver incontrato il Loco; cosa che dicono loro, non è che me l’invento io. Parliamo di giocatori di altissimo livello, che se non avessero incrociato Bielsa probabilmente non avrebbero fatto quella carriera e tante volte quei trasferimenti milionari. Mi viene in mente anche la stagione di Gignac al Marsiglia, per il quale francamente dubito l’impatto che ha avuto, che gli ha permesso poi di andare il Messico, sarebbe stato ottenuto con un altro tecnico. Non credo quindi ad un prototipo; si dice sempre un giocatore di corsa, ma io non sono d’accordo, perché all’interno appunto di quelle situazioni meccanizzate da Bielsa c’è anche molto spazio a varianti. Non credo perciò che necessariamente il giocatore di corsa o il giocatore fisico sia il prototipo di Bielsa. Io credo, anzi, che all’interno del gioco di Bielsa siano previsti un po’ tutti, hanno fatto bene un po’tutti, da Ortega, che credo sia il massimo dal punto di vista delle qualità tecniche, fino all’Ayling della situazione o a giocatori di quel genera.

Come sarebbe stato accolto in Italia, nota per un certo bigottismo verso chi porta idee tattiche nuove?

Il mondo del calcio in generale è un mondo conservatore un po’ ovunque, però, ultimamente, si sono aperte molto brecce. Il calcio di Bielsa non è un calcio rivoluzionario in se tatticamente, è lo spirito del calcio di Bielsa ad essere rivoluzionario, che guida e che può essere un punto di riferimento anche per chi propone tatticamente e strategicamente cose differenti. Sono il coraggio, la voglia di essere protagonisti in ogni partita, la voglia di attaccare, in questi io racchiudo il concetto di spirito calcistico di Bielsa. Questo fa bene, ma farebbe bene non solo alla sua squadra, farebbe bene al movimento, farebbe bene ai tifosi. Credo che da un certo punto di vista Bielsa bisogna meritarselo, però evidentemente non si sono allineati certi pianeti e le cose non sono andate nel verso giusto e non ha potuto allenare in Italia. Credo però che avrebbe portato questa cosa che ha portato un po’ovunque, perché il suo calcio ha anche questo grande appeal, con l’attenzione del tifoso che immediatamente si aggancia a questi valori e questo è molto importante per il mondo del calcio.

In un calcio milionario la sua volontà di formare uomini e non solo calciatori rischia di essere anacronistica? Il Bielsismo rischia di passare di moda? 

Il calcio milionario ha gli stessi principi di base del calcio non milionario, quindi evidenzia sempre molto come Bielsa mantenga , anche all’interno di questo calcio, la spirito amateorismo del calcio dilettantistico. Questa è un’altra delle frasi classiche, storiche e conosciute del Loco, lo spirito di amore per quello che sta facendo che ha il dilettante che non viene pagato, anzi tante volte paga per giocare, oppure è pagato pochissimo, quindi che ci sia proprio la necessità di uomini come Bielsa, ma purtroppo è difficile trovare uomini come lui. Ma è necessario cercarli e dare loro un’opportunità; mi viene in mente in Italia un uomo di valore, un uomo di spirito profondo come Silvio Baldini ha allenato anche in serie A, quindi credo dovrebbero moltiplicarsi queste persone, che però come dicevi prima tu proprio perché non ordinari vengono un po’ etichettati in un certo modo, in quanto sono al di fuori del sistema e per tanti addirittura sono mine antisistema. Sai, la libertà fa paura, l’uomo libero fa paura nel mondo che conosciamo, anche al di la del terreno di gioco, quindi persone così sono da temere per chi è all’interno del sistema.

Dove vedete Bielsa dopo l’esperienza al Leeds? Lo vedete nei panni del “pensionato”? 

Questa è una bella domanda, io lo vedrei sempre in campo, ma alla fine gli anni passano per tutti. Credo che sarebbe molto interessante averlo come responsabile di qualche settore magari nazionale, lui a dare delle guide. Lui è innamorato del campo, quindi toccherà a lui decidere e so che la scelta sua sarà la più giusta. L’importante che lasci al calcio come ha lasciato agli innamorati del calcio quanto scritto nella  lettera d’addio, presente nel libro, di un tifoso dell’Athletic Bilbao, che sicuramente avrai letto; io vorrei leggertela, ma ogni volta non riesco perché mi ogni volta da piangere, perché non credo che nessuno allenatore abbia mai lasciato un’impronta così profonda. Non può un tifoso dire le stesse cose che dice di Bielsa per un altro allenatore, quindi questa percezione, questo legame che il tifoso e l’appassionato sente per Bielsa, anche se Bielsa non allena la sua squadra, se l’allena a maggior ragione, vuol dire che all’interno di questo uomo c’è qualcosa di veramente importante che fa bene al calcio. Soprattutto perché il calcio viene troppo svilito in altri ambiti, viene troppo trattato con superficialità, viene troppo introdotta gente che lo insozza. Come dice Diego “la pelota non se mancha”, quindi il calcio rimane pulito, il pallone rimane pulito e però c’è necessità di uomini come Marcelo Bielsa.

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