Intervista: Un Calcio Alla Guerra

Un libro davvero interessante quello di Davide Grassi e Mauro Raimondi, composto da storie di uomini e sportivi segnate dalla Guerra e dalle angherie che la stessa ha prodotto, tra persecuzioni,agonia e morte. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Quale finalità vi siete posti nello scrivere questo significativo libro?

Davide Grassi : Abbiamo deciso di scrivere questo libro con l’obiettivo di recuperare storie lontane, spesso dimenticate, e riportare alla memoria il sacrificio di tanti sportivi che si sono opposti alla barbarie nazifascista e sono stati perseguitati, spesso a costo della vita. È stato un lavoro lungo, ma al tempo stesso appassionante perché più cercavamo e più emergevano storie incredibili, drammatiche e coraggiose, che meritavano di essere ricordate. Si spazia dai calciatori partigiani alla partita Milan-Juventus del 1944 all’Arena di Milano, al termine della quale ci fu un rastrellamento di persone deportate in Germania come mano d’opera, fino ad arrivare agli sportivi di diverse discipline perseguitati perché ebrei od oppositori del nazifascismo. Il risultato è un libro di impegno civile, che restituisce la memoria a tanti uomini e donne a lungo dimenticati.

Come avete impostato e come vi siete divisi il copioso lavoro di ricerca?


Davide Grassi : Siamo partiti dall’idea di scrivere un libro sui calciatori italiani a vario titolo coinvolti nella follia della guerra e abbiamo via via ampliato il raggio d’azione a quelli esteri, dividendoci le storie in base a quelle che più ci interessava raccontare. Negli ultimi due capitoli la suddivisione è stata ancora più naturale: Mauro ci teneva molto a ricostruire
il più possibile la vicenda del rastrellamento all’Arena, che veniva raccontata quasi come una leggenda metropolitana, mentre purtroppo è davvero accaduta. Io, invece, volevo raccontare le storie drammatiche che hanno coinvolto sportivi di tutte le discipline: dal pugilato al ciclismo, dalla scherma all’atletica leggera. A tratti ci siamo sentiti come degli “archeologi” che scavavano alla ricerca di frammenti da cui ricostruire un mosaico,con pochi elementi a disposizione. Ora siamo soddisfatti del risultato perché il libro, a differenza di altri, non si focalizza solo su una storia, ma ne mette insieme tante, come una sorta di “enciclopedia” di coloro che hanno lottato, e spesso di sono sacrificati, per riconquistare la libertà.

Credete che certe storie siano rimaste nell’oblio per una sorta di vergogna che si prova verso il nostro passato?


Davide Grassi : In parte sì, basti solo pensare alle vergognose leggi razziali, che fecero molte vittime anche in ambito sportivo. Uno dei casi più noti è quello di Arpad Weisz, allenatore campione d’Italia con Bologna e Inter, che fu costretto a lasciare il nostro Paese e morì con tutta la famiglia ad Auschwitz. Per molti anni nessuno ha più parlato di lui, fu colpevolmente rimosso nonostante sia stato uno dei più importanti allenatori al mondo della sua epoca. A ricostruire la sua storia ci pensò il giornalista Matteo Marani, che gli dedicò un libro. Da allora sono stati fatti molti passi avanti, ma spesso il problema è ancora una certa superficialità di fondo e la tendenza a guardare sempre all’oggi e al domani senza soffermarsi a guardare indietro, da cui si può invece imparare molto.

Essere penalizzati o addirittura vessati per la razza è ancora un abominio attuale: in qualche modo ci vedete tratti che possano degenerare?


Davide Grassi : Purtroppo,negli ultimi tempi si assiste a una recrudescenza degli impulsi razzisti, alimentati anche da chi soffia in modo colpevole e strumentale sull’intolleranza. Lo sport, e in particolare il calcio, non è certo immune al fenomeno. Basti pensare a certi slogan inquietanti che si sentono in alcune curve infiltrate da ambienti di estrema destra. Sono fenomeni in pericoloso aumento che vanno contrastati con gli esempi positivi di chi ha più visibilità e togliendo l’acqua a chi si muove in questi contesti torbidi. La cultura e la conoscenza della storia sono fondamentali e anche noi, nel nostro piccolo, con questo libro pensiamo di avere dato un contributo in questa direzione.

A vostro parere un giovane dei nostri giorni che insegnamento può trarre dalle storie da voi condivise?

Mauro Raimondi: Il nostro, in pratica, è un libro di Storia. Parliamo dell’8 settembre, di Resistenza, di campi di concentramento, di rastrellamenti. Il saggio su Milan-Juve del 1944 non solo ricostruisce l’avvenimento ma spiega come si viveva in città durante quei giorni. Quindi un giovane può veramente farsi un’idea su cos’erano le dittature nazifasciste e i loro metodi, capire chi era nel giusto e chi no, scegliere. E questo è particolarmente importante, visto che negli ultimi anni il revisionismo ha cercato di minimizzare alcuni aspetti del fascismo e ha mischiato le carte, accomunando i morti che combattevano per un’Italia libera a chi combatteva per delle ideologie criminali.

Durante e negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale il calcio è stato più valvola di sfogo per una stremata popolazione o mezzo in mano alla classe politica per ottenere consenso o modulare i comportamenti?

Mauro Raimondi: Direi che entrambi gli aspetti sono presenti. La Coppa Federale giocata fino al gennaio 1916 ottenne, secondo le cronache del tempo, un grande successo perché, per un paio d’ore, in qualche modo distraeva la popolazione dal massacro della guerra e dalla miseria. Del resto, l’importanza dello sport come controllo sociale e mezzo di propaganda venne subito capita da fascismo che, non appena preso il potere, pretese immediatamente
dai prefetti l’elenco delle associazioni per poterle controllare. Come ha scritto Gianni Brera, lo stesso Mussolini volle assistere al Mondiale italiano del 1934, non perché fosse appassionato di football ma per farsi “vedere” dalla gente. Non parliamo poi di come Hitler ha usato le Olimpiadi del 1936 a Berlino, trasformandole nella celebrazione della Germania nazista. Lo sport è spesso stato usato come “panem et circenses”, e non è detto che questo aspetto, adesso, sia del tutto scomparso.

Se doveste isolare una storia che meglio possa sintetizzare i concetti di lotta, orgoglio e sport quale scegliereste?

Mauro Raimondi: È molto difficile rispondere a questa domanda perché, cercando informazioni sui protagonisti delle nostre storie, scavando nelle loro vite, ci siamo veramente “affezionati” a ognuno di loro. Mi vengono in mente i fratelli Incerti, Walter e Riccardo, due giovani promesse del La Spezia. Abbandonato il calcio per la Marina, il primo torna in Liguria dopo l’8 settembre e decide di salire sull’Appennino Reggiano per entrare nella Resistenza. Da lì, scrive al fratello delle lettere appassionate affinché lo raggiunga, e alla fine Riccardo diserta e parte. Dopo la Liberazione, i due non rientrano a casa. La famiglia è disperata e le viene comunicato che i ragazzi sono morti ma non si sa di preciso dove. Al che, il padre e un cognato inforcano la bicicletta e vanno a cercarli. Puoi immaginare lo strazio. Troveranno il corpo del solo Walter a Sparavalle, mentre di Riccardo non se ne è saputo più nulla. Però, a Fabiano Basso, la zona di La Spezia dove vivevano, una Scuola Media è stata dedicata a loro ed è bello pensare che qualcuno prenderà il diploma con sopra il loro nome.

Continuerete ad analizzare il periodo considerato alla ricerca di storie dimenticate o ancora ignote?

Mauro Raimondi: Al momento, dopo anni di ricerche, siamo ancora stremati… A parte gli scherzi, non abbiamo ancora pensato al prossimo libro. La nostra priorità, ora, è fare conoscere Un calcio alla guerra, presentarlo ovunque. E non è facile perché l’argomento non è “leggero” e il nostro non è un libro da grande distribuzione. Ma lo sentiamo come un dovere civico, un impegno che vogliamo assolutamente onorare a ricordo di tutti gli sportivi di cui abbiamo raccontato la storia.

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