Intervista: Roberto Mancini, senza mezze misure

Marco Gaetani ripercorre la carriera di Roberto Mancini, regalandoci un libro di grande interesse, sia per la competenza che per la piacevolezza della narrazione. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come quando nasce la tua passione per Roberto Mancini e quale aspetto tecnico e caratteriale lo rendono a tuo parere unico?

Per motivi meramente anagrafici ho potuto vivere solamente la parte finale del Mancini calciatore ed era estremamente affascinante vedere l’impatto che riusciva ad avere su una Lazio che iniziava a essere una squadra piena di campioni. Era palesemente il “prolungamento” di Eriksson in campo, adattava la sua posizione in base a quello che gli veniva proposto dalle difese avversarie, aveva già una grande esperienza che gli consentiva di leggere le partite come un allenatore, pur trovandosi in campo. A livello tecnico, era impressionante il suo senso del tempo, che si trattasse di una conclusione da prendere in prima persona o dell’attimo giusto per un assist a un compagno. Un conto è saper tirare in porta, un altro è farlo nel momento che ti consente di evitare il rientro di un difensore o il riflesso di un portiere.

Nel libro lo definisci anche una seconda punta “associativa”: è questo il ruolo dove rendeva di più?

Mancini ha scelto di diventare un numero 10 nonostante alcuni suoi allenatori lo ritenessero perfetto per essere una prima punta. Interpretava il ruolo di fantasista a modo suo, perché da un lato aveva nella sua memoria fisica i movimenti senza palla tipici del centravanti, dall’altro amava cucire il gioco, agire anche da centrocampista aggiunto. Non possiamo sapere che tipo di numero 9 sarebbe diventato, di sicuro è stato un dieci straordinario

Credi che il suo carattere “senza mezze misure” lo avrebbe ostacolato nel caso di trasferimento in una delle cosiddette grandi squadre?

Bella domanda, è possibile. Mancini a Genova è stato un re incontrastato, coccolato, amato. Sentiva addosso la fiducia di tutte le componenti che lo circondavano. Finire, soprattutto nella prima metà degli anni ’90, in una grande come Milan e Juventus, con pressioni enormi e rose sterminate (quest’ultimo aspetto riguardava soprattutto il Milan), forse lo avrebbe messo in una situazione difficile. Il discorso sarebbe stato diverso se Mancini avesse accettato una grande tradizionale nella primissima fase della carriera: avrebbe avuto una fase formativa diversa. A fine carriera si è calato perfettamente nella realtà laziale, ma ci è arrivato con uno status particolare.

A tuo parere gli pesa di più non essersi imposto in nazionale o la sconfitta di Wembley del 1992?

Sono due dolori diversi, ma sono abbastanza convinto che farebbe di tutto per rigiocare, e vincere, quella finale di Wembley. Sarebbe stata la chiusura di un cerchio e avrebbe regalato a Paolo Mantovani una gioia incalcolabile. 

Come giudichi l’atteggiamento della stampa nei suoi confronti? È stata, specie da calciatore, troppo critica o pretenziosa?

Molto critica nei momenti neri di Mancini, molto accondiscendente durante quelli positivi, ma è un po’ una tendenza tipica della stampa di tutto il mondo. Mi ha un po’ stupito, nella sua parte finale del percorso alla Sampdoria, leggere le critiche nei confronti di un Mancini che non voleva mettersi in gioco altrove, ma forse soltanto perchè ora siamo abituati a discorsi un po’ nostalgici sul calcio delle bandiere e via dicendo. 

Nella sua proposta di gioco come allenatore ci vedi tracce del suo genio calcistico?

Nelle sue esperienze più riuscite vedo sicuramente l’abilità di gestire uno spogliatoio che avevano i suoi due principali maestri, Boskov ed Eriksson. Il calcio di Mancini – ammesso che si possa usare una definizione del genere, che credo valga al massimo per due-tre allenatori negli ultimi trent’anni – è cambiato moltissimo rispetto ai suoi primi passi da allenatore, mi sembra sicuramente molto bravo ad adattarsi al materiale umano a disposizione. Si è passati dal ritenere Mancini un allenatore che prediligeva un calcio di grande fisicità – Inter, Manchester City – a una Nazionale fortemente improntata sulla tecnica.

Come verrebbe gestito il Mancini calciatore dal Mancini allenatore? 

Come sarebbe piaciuto al Mancini calciatore, ma con l’esperienza del Mancini allenatore. Preservandone ed esaltandone il talento, assecondandone gli istinti, ma cercando di non renderlo un’eccezione all’interno di un gruppo

Come ti immagini Mancini tra una decina d’anni?

Sappiamo che l’orizzonte di Mancini nel breve-medio termine è in Nazionale, è di queste ore la notizia di un imminente accordo fino al 2026. Arrivati a quel punto, Mancini avrà scollinato i 60 anni. Credo vorrà concedersi un nuovo assalto alla Champions League da allenatore, poi si vedrà.

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