Intervista a Diego Mariottini, uno degli autori del Collettivo Banfield

Un saluto a Diego Mariottini, benvenuto su Bibliocalcio. Tu sei uno dei membri del Collettivo Banfield e oggi parliamo con te della vostra ultima fatica letteraria, è da poco uscito in libreria “È successo. Storie di sportivi che hanno realizzato l’impossibile”. Prima però di parlare del libro vorrei che ci parlassi della vostra formazione. Cos’è il Collettivo Banfield e perché di questo nome?

Mi sembra giusto spiegare innanzitutto chi siamo. Il Collettivo Banfield è un gruppo di scrittori di sport nato a Roma nel 2016. Persone diverse, provenienti da esperienze di vario genere. Per alcuni è stata una prima volta in assoluto. L’idea è stata chiara fin da subito: raccontare lo sport nei suoi aspetti meno esplorati, con tracimazioni nel sociale e spesso nel politico. È stato così fin dalla nostra prima pubblicazione. Per quanto riguarda il nome, “Collettivo” perché siamo un gruppo, “Banfield” perché ci piace pensare a noi stessi come a una buona squadra che può e deve migliorare sempre. Come gli argentini dell’Atletico Banfield, tanto per dire.

Come è nata l’idea di questo libro? Raccontare tra gli altri di Goolagong e di Akii-Bua significa andare per sentieri inesplorati e per questo impervi o sbaglio?

“È successo” nasce da una prima constatazione: il successo, nello sport come in altri campi, è spesso banalizzato, ridotto a gesto eroico o addirittura a predestinazione individuale. Concetto quest’ultimo che non esiste: senza costanza, applicazione quotidiana e buona sorte il talento conta poco. I campioni veri rappresentano l’armonia fra le parti. Quelli che abbiamo scelto hanno una caratteristica: erano del tutto inattesi e venivano da situazioni piuttosto svantaggiate. Per tanti diversi motivi. E invece hanno dimostrato che l’impossibile è solo per chi non crede.

Sette storie diverse ma sono sei gli sport in ballo, al calcio infatti avete dedicato ben due racconti. Scelta doverosa o mera casualità?

Il calcio è lo sport che attrae di più i lettori, inutile girarci intorno. Proprio per questo il calcio può essere un tramite ottimale verso campioni e verso storie di altre discipline, che non sono meno interessanti ma che forse sarebbero passate maggiormente inosservate senza il potere di trascinamento del calcio.

In antologie del genere come si scelgono i racconti? Si lavora tutti insieme oppure è data libertà agli autori di scegliersi e occuparsi di un personaggio a piacere?

Se ne è sempre discusso insieme. Il criterio era quello di unire sport diversi trovando personaggi esemplari. Non soltanto storie belle ma storie che stessero bene insieme. Qualche grande outsider dello sport lo abbiamo dovuto sacrificare, è stato inevitabile.

Nella vostra antologia ci sono sia sport individuali che sport di squadra. In quest’ultimo caso avete raccontato non una singola partita ma sempre una intera stagione. A tuo parere nel raccontare l’inatteso, l’impossibile c’è differenza tra le diverse discipline sportive? Una corsa a tappe o un campionato di calcio a livello narrativo sono più o meno emozionanti di una finale di Wimbledon o di un incontro di boxe?

La differenza in effetti c’è. L’exploit di una singola volta può apparire il classico colpo di fortuna, ma se vinci il campionato di calcio, il Tour De France, la Coppa dei Campioni di basket…beh, è il frutto di una programmazione giusta. La fortuna può avere aiutato ma ridurre una stagione alla buona sorte sarebbe un insulto a chi ha vinto. I “nostri” campioni sembrano dire proprio questo: ben venga la fortuna ma poi serve anche tutto il resto.

Sette sono le storie raccontate, avete dovuto fare una scelta? Ne è rimasta fuori qualcuna?

Come ti dicevo, qualche rinuncia è stata inevitabile. Ma ne valeva la pana.

A tuo parere c’è ancora spazio oggi per l’aspetto romantico dello sport oppure il business ha trasformato i protagonisti e in generale gli eventi, sottraendo o forse dovrei dire eliminando del tutto quella zona grigia dalla quale potevano emergere protagonisti inattesi?

Devo confessare una cosa: la parola “romantico” non mi è mai piaciuta. Può dare un’idea di artificioso, di retorico. Nelle imprese che raccontiamo ci sono sensazioni, sentimenti, ma niente romanticismo. C’è il duro realismo di chi sa di dover tirare fuori il meglio di sé per emergere. Ben cosciente che potrebbe anche non bastare. A nostro avviso, il confronto fra individuo e ambiente di provenienza è una chiave per restituire umanità alle persone, importanza al gesto. Valore alla vittoria e, perché no, anche all’eventuale sconfitta.

Nel 2015 hai dato alle stampe “Outsider. Otto imprese leggendarie per sperare in un calcio migliore”. Sembra evidente che il tema dei cosiddetti “underdogs” ti stia particolarmente a cuore. Che differenza c’è tra il tuo libro e quello del Collettivo Banfield? Quest’ultimo potrebbe essere la sua naturale evoluzione?

C’è una differenza essenziale: quasi tutti gli outsider del mio libro alla fine non hanno vinto. Ma hanno perlomeno dimostrato che si può. Gli underdogs di “E’ successo” sembrano dire altro: se si può, allora si deve. In barba ai pronostici, in barba al potere che ci vuole perdenti e rassegnati. Il potere è uno stato mentale e le medaglie non sono solo quelle che ci consegnano gli altri. Anche gli outsider del 2015 in fondo hanno vinto, solo che non lo sapevano.

Nel libro ti sei occupato del corridore ugandese John Akii-Bua. Come mai questa scelta? C’era la voglia di far emergere anche i risvolti sociali della sua storia e parlare così di temi che vanno oltre lo sport?

La storia di John Akii-Bua è la più tragica del libro, la più toccante a mio avviso. Lui è un atleta ugandese che vince la medaglia d’oro sui 400 ostacoli alle Olimpiadi del 1972. Torna in patria accolto da eroe ma presto diventa un personaggio scomodo: troppa gloria, troppa popolarità. Al dittatore Amin tutto questo dà ombra. Inizia per John un vero calvario, sullo sfondo di una repressione etnica che va molto oltre i singoli individui ma che un intero Paese, Akii-Bua compreso, dovrà scontare. Lo sport deve raccontare anche cose così, altrimenti è solo sport.

Chiudo con una domanda difficile. Avete raccontato storie di successi impronosticabili, tante volte però Golia ha avuto la meglio su Davide. Quale è stata la vittoria che avresti voluto raccontare se fosse avvenuta?

Mi sarebbe piaciuto poter raccontare un’Italia vincitrice della Coppa Davis nel 1979, se solo fosse accaduto. Non eravamo solo sfavoriti, eravamo battuti in partenza. Il capitano non-giocatore Bitti Bergamo era morto da poco in un incidente stradale, il morale di Panatta & co. era a pezzi. Gli Stati Uniti schieravano una formazione fortissima. Nemmeno un pizzico di fortuna: Barazzutti costretto al ritiro contro Gerulaitis, McEnroe troppo forte per chiunque. Un 5-0 umiliante ma anche ingiusto per quello che la squadra aveva fatto vedere durante tutto il 1979. Un risultato di segno opposto: quanto sarebbe stato bello poterlo raccontare!

Grazie per il tuo tempo Diego, sei stato portavoce del Collettivo Banfield al quale vanno i nostri migliori auguri. Alla prossima!

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