Intervista: Campi Di Gioco E Di Battaglia

Davvero molto interessante il libro di Edoardo Gori, il quale ripercorre i tragici ed oscuri legami tra sport e politica nei contesti argentini e jugoslavi. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come nasce il tuo interesse per il contesto sociopolitico dell’Argentina e dell’ex Jugoslavia?

L’interesse è nato dalle tante ore di documentari e filmati che ho consumato lungo tutta la mia infanzia ed adolescenza. In particolare, per il contesto dell’Argentina, mi aveva da sempre affascinato il successo di Messico 1986 e da dove fosse iniziato: con i ricordi ancora vivi del controverso successo del 1978 e soprattutto della guerra per le Malvine. Fu determinante una VHS su Maradona che un mio parente mi aveva regalato quando avevo circa 10 anni. Mi
ricordo che quando il racconto giungeva alla partita con l’Inghilterra rimanevo folgorato da quanto fosse sentita dagli argentini e dal modo in cui si decise. Non credo siano state tante le partite, specialmente in un Mondiale, decise da un gol di mano e da una serpentina meravigliosa… Crescendo poi, dopo aver visto ed amato trasmissioni come “Sfide”, gli speciali di Federico Buffa su Sky e poi il film ufficiale di quei Mondiali (“Hero”) l’interesse è lievitato a tal punto da pensare che la vicenda sarebbe potuta essere una traccia per la tesi universitaria.
Quando poi ebbi l’idea di poterla legare ad una o più storie allora cominciai a stilare una lista e fra esse quella più vicina in linea cronologica era proprio lo scoppio della guerra nei Balcani che passò anche dallo sport. Per la vicenda della Jugoslavia mi avevano molto colpito “Once Brothers”, il film – documentario sulla storia dell’amicizia fra Divac e Petrović, e il libro “L’ultimo rigore di Faruk” di Gigi Riva, che narrava prevalentemente del percorso dell’ultima Jugoslavia unita ad un Mondiale di calcio, Italia ‘90. Forse erano i due filoni su cui mi sentivo più ispirato e non a caso, come ho raccontato nell’introduzione dell’opera, quando il mio relatore notò che potevo accostarle per la vicinanza cronologica gli risposi subito che c’erano due curiosità che sarebbero state il collante perfetto: il quarto di finale a Firenze di Italia ’90 e il Mondiale di basket organizzato dalla stessa Argentina. Fu davvero come se il lavoro fosse già pronto solo per essere stampato.

Nel complimentarmi per il minuzioso lavoro di ricerca ti chiedo come l’hai strutturato e quale ambito da te affrontato ti abbia maggiormente colpito o turbato.

Inizialmente ero tentato di far partire il racconto dal quarto di finale a Firenze, ma essendo un’indagine prettamente storica e sportiva mi sono poi detto di mantenere l’ordine cronologico. Per i retroscena sportivi ero abbastanza tranquillo con le fonti, visto che già sapevo dove e come cercare manoscritti o film documentari che venissero in mio aiuto. La difficoltà più ardua nella ricerca l’ho avuta solo con la guerra delle Falklands/Malvinas, poiché era una vicenda che già conoscevo, al liceo avevo fatto una ricerca su Margareth Thatcher, ma non minuziosamente. In mio aiuto ho trovato, presso la biblioteca universitaria di Scienze Sociali, un libro molto esaustivo che però era in inglese. Chiaramente non ho avuto una montagna da scalare, l’inglese lo studio da quando ero alle elementari, però rispetto ad
un’opera in lingua madre ho avuto bisogno di qualche ora in più per estrapolare il contenuto che mi serviva. Forse è proprio per quest’indagine che la guerra delle Falkland è stata la vicenda che più mi è rimasta impressa a lavoro terminato. Ovviamente non sul piano tragico (la dittatura militare in Argentina e la guerra civile nei Balcani furono molto più cruente) bensì sulle motivazioni e sugli eventuali benefici che sarebbero giunti dal conflitto. Basta l’azzeccata frase che formulò Borgues ad inizio conflitto per sintetizzare tutto ciò che mi è rimasto da quello studio: “Mi sembra di vedere due calvi che stanno litigando per un pettine”.

Molto interessanti sono anche la copertina e le immagini interne del libro: come le hai create ed integrate con il testo?

Fin dal primo incontro con la Geo Edizioni chiesi se fosse possibile aggiungere qualche lavoro artistico per aggiungere un tocco di originalità all’opera. Loro non solo apprezzarono l’idea, ma ne furono entusiasti e curiosi. Io per giunta chiesi poi se in copertina ci potesse essere collage di mia sorella Virginia, che ha studiato grafica al liceo artistico e tuttora frequenta il corso di beni artistici all’università di Firenze, e per fortuna ricevetti un altro sentito sì. Li
ringrazio ancora per questa loro condivisione d’intenti. Una volta intascati i due permessi non mi rimaneva che sentire i diretti interessati: mia sorella ovviamente ed il mio amico di lunga data Alessandro De Curtis che, laureatosi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, realizza qualsiasi opera d’arte immaginabile (da un disegno per una maglia con Bruce Willis in “Die Hard” ad una tela sul pugilato) ormai da una vita. Quando l’ho proposto temevo di creare un disturbo ad entrambi visti i loro impegni universitari e lavorativi, ed invece non solo hanno aderito volentieri, ma hanno arricchito ulteriormente tutte le idee che avevo in fase embrionale. Sono andati oltre le mie più rosee aspettative e non vedo assolutamente l’ora di poter avere un nuovo progetto in cui coinvolgerli.

Menotti ha subito molte critiche per non aver detto nulla circa la reale situazione politica e sociale durante il Mondiale: le condividi? 

Penso sia stata la classica situazione in cui entrambe le parti avessero ragione. Capisco benissimo le critiche che gli sono state rivolte, ma, come ho anche trattato nel libro, Menotti aveva le mani legate. Al capitano Lacoste in primis, il presidente del comitato organizzatore, sarebbe bastata una sua virgola fuori posto per proporre il suo licenziamento e in tal caso, molto probabilmente, nemmeno il favore della stampa sportiva l’avrebbe salvato. Credo comunque si sia fatto perdonare nel tempo quando, in alcune interviste, lui e i suoi giocatori, in particolare Luque che è recentemente scomparso, hanno usato epiteti poco lusinghieri verso i militari e i loro capi.

A tuo parere la pesante situazione economica attuale dell’Argentina è un retaggio delle scelte fatte dalla Giunta più di 40 anni fa?

Certamente penso sia stato un fattore, ma credo sia la classica situazione in cui da svariate palle di neve si crea una valanga di dimensioni estreme. Dispiace che un paese come l’Argentina sia ripiombato in una situazione delicata come avvenuto all’inizio di questo millennio.

Si parla spesso di accorpare i diversi tornei Balcani in un torneo, rinverdendo i fasti della Prva Liga: credi che socialmente e culturalmente i tempi siano maturi? 

Il progetto è senza dubbio affascinante e sarebbe utilissimo per riportare il calcio balcanico (ma anche altri sport come il basket se seguissero quest’esempio) ad un livello di competitività simile a quello che aveva ai tempi del successo in Champions League della Stella Rossa.
Tuttavia temo sia ancora troppo presto visti gli episodi recenti avvenuti nei match di qualificazione agli Europei (le svastiche sul prato prima di Croazia – Italia o il drone in Serbia – Albania) o le migliaia di reazioni che ha scaturito l’esultanza pro Kosovo di Xherdan Shaqiri dopo un gol a Russia 2018. Probabilmente dovremo attendere due o tre generazioni per pensare seriamente al progetto, però mi auguro vivamente di sbagliare del tutto la previsione.

Quanto la letteratura e la leggenda ha mitizzato gli errori di Faruk Hadzibegic e Vlade Divac? Oppure credi che possiamo considerarli davvero come l’inizio della fine?

I due episodi sono stati simbolicamente molto importanti, ma considerando gli sviluppi successivi dubito che sarebbe cambiato qualcosa se non ci fossero mai stati. Forse, facendo un piccolo sforzo con l’immaginazione, un’eventuale vittoria jugoslava ad Italia ’90 e una festa senza risvolti dopo il successo del basket in Argentina avrebbero rasserenato gli animi per qualche tempo, ma prima o poi il problema sarebbe tornato a galla.

Come ne esce il calcio da queste sue terribili storie? Come fenomeno di straordinaria importanza o mero mezzo in mano alla politica per guadagnare consenso e guidare le masse?

Non v’è dubbio che in contesti come quelli che si erano creati in Argentina e nei paesi balcanici lo sport in generale sia stato uno strumento propagandistici. Purtroppo, soprattutto quando vi è un tentativo di instaurare dei regimi fortemente polarizzanti, lo sport rischierà sempre di essere sfruttato per cercare di colpire le menti delle masse, come ad esempio era già accaduto ai Giochi Olimpici di Berlino 1936. Tuttavia, come ci ha insegnato anche la storia di Jesse Owens proprio in quelle Olimpiadi, lo sport non potrà mai essere controllato. Infatti spesso scaturiscono esempi che vanno oltre le volontà di coloro che vorrebbero sfruttare quegli eventi per i propri fini. Oltretutto lo sport a volte è stato pure in grado di sopperire alle mancanze politiche. Basta vedere la storia di Faruk Hadžibegić quando scoppiò l’inferno nella sua Bosnia: riuscì a mettere in salvo molti parenti ed amici grazie anche all’ausilio della società francese in cui giocava, il Sochaux. I messaggi e le ispirazioni che possono offrire il calcio e tutte le altre le altre discipline saranno sempre molteplici, basta che il singolo abbia i giusti mezzi per coglierli e sia privo di filtri che lo indirizzino.

Anche alle luce delle esperienze da te descritte credo che il calcio sia ancora “oppio per il popolo”?

Considerando anche le tante reazioni che ha suscitato recentemente il progetto della Super Lega direi di sì, anche se ritengo che l’espressione “oppio” sia molto forte, seppur in parte veritiera. Penso che ciò accada perché da piccoli ci avviciniamo allo sport senza che ci sia una vera e propria educazione. Spesso, quando sento l’espressione “Bar Sport”, mi vengono i brividi: va bene che deve essere alla portata di tutti, ma finché l’etica e la storia dello sport saranno a malapena materia per uno studio in ambito universitario o per un filone editoriale non stupiamoci se eventi come il Dinamo – Stella Rossa del 1990 finisca per diventare un’occasione per seminare tensioni sociali. Quando ero alle elementari, dopo che avevo letto un libro di storie sportive nella piccola biblioteca di classe, ricordo che mi scappò alla mia maestra d’italiano (che purtroppo se n’è andata una decina di anni fa) un «ma perché non esiste la materia “storia dello sport” a scuola? Prenderei sempre “bravissimo” se ci fosse!». Lei mi rispose: «Chissà, magari fra cinquant’anni qualche cosina la metteranno per davvero!». Forse sarebbe davvero questa la soluzione per evitare che si ripresentino vicende controverse come quelle che ho studiato in quest’opera.

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