Intervista: Loco A Marsiglia

Fabio Fava ricostruisce al megli l’esperienza di Marcelo Bielsa a Marisglia, mettendone in luce la personalità e le idee tattiche. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come nasce l’idea del libro e come spieghi che la letteratura sportiva italiana abbia finora ignorato quasi totalmente Marcelo Bielsa?

Quello che mi ha spinto a voler raccontare questa storia è la sua capacità di resistere al tempo, nonostante mancasse il carburante ideale in questi casi, ossia la vittoria. Il ricordo di un trofeo, di un successo, spesso cementa una squadra nella mente di chi l’ha seguita, aiuta un giocatore o un allenatore a rimanere impresso nella memoria del tifoso. Il fatto che Bielsa, a distanza di anni, sia ancora rimpianto e che il suo lascito sia ancora vivo in una città che vive di calcio com’è Marsiglia, mi ha fatto pensare. Le tempeste perfette, a parer mio, esistono e quella tra l’OM e Bielsa fa parte di questa categoria: da una parte la più argentina delle città europee, per vocazione e anima non solamente calcistica, dall’altra un maestro di calcio in cerca, dopo Rosario, il Cile e Bilbao, del posto perfetto per far germogliare le proprie idee.

Cosa rispondi a chi sostiene che il suo obiettivo di restituire l’amore del calcio sia una mera utopia?

Che non è mai il raggiungimento dell’obiettivo a determinare la bellezza di un percorso o a definirne l’importanza. Per fortuna, mi verrebbe da dire.

Tra la sua incredibile perorazione tattica e la sua coinvolgente personalità quale credi sia la sua più importante virtù?

Sono due facce della stessa medaglia e non possono, secondo me, essere differenziate se si vuole arrivare ad un’analisi completa. Il Bielsa tecnico, maniaco dei dettagli, che inventa e fa provare centinaia di schemi allo sfinimento trova le sue radici nell’uomo Bielsa, prima che nel personaggio. Dalla sua credibilità, come persona prima che come tecnico, bisogna partire per comprendere il quadro del Loco, senza la fiducia in quello che propone non esisterebbero nulla di quello che invece è reale. Marcelo Bielsa è una persona credibile, tutto quello che si può dire su di lui come allenatore o come individuo, trae origine da quest’affermazione.

In certe partite, soprattutto nel finale di stagione, Bielsa ha schierato Gignac e Batshuayi insieme: possiamo leggerci una variazione nel suo 3-3-3-1?

L’evoluzione tattica è, per natura, fluida. Di quella stagione ricordo spesso, oltre alla contemporanea presenza in campo di due punte vere per definizione, anche i movimenti richiesti agli attaccanti, forse più importanti di una serie di numeri che hanno sempre fatto fatica ad inquadrare una disposizione meno ortodossa. L’occupazione del campo è più importante del numero di attaccanti, proprio perchè dalla fase offensiva e dal suo equilibrio dipende la qualità del gioco di tutta la squadra e, in questo senso, l’intera sostenibilità del progetto tattico. Sono idee e concetti che siamo ormai abituati a conoscere, il movimento a fisarmonica delle linee di gioco, allargare per occupare il campo, il 3-3-3-1 non è un vero dogma, tanto che cambia più volte nel corso di una partita, ridefinendosi e declinandosi in altre formule, su tutte il 4-2-3-1. Ma sono temi che avevano accompagnato Bielsa già prima dell’arrivo a Marsiglia e che sono stati sviluppati ulteriormente in seguito, come dimostra l’attualità di Leeds.

Possiamo ritenere le migliori partite del suo OM come il massimo spettacolo mai offerto da Bielsa?

L’apice dell’OM versione Bielsa ha regalato perle di assoluta bellezza e non mi limito soltanto alle vittorie della prima parte di stagione. Quello che ha reso unica quell’esperienza è stata la totale comunione con l’ambiente, qualcosa che è ancora oggi tangibile. Una sconfitta come quella contro il Paris Saint-Germain nel girone di ritorno, per esempio, pur all’interno di un risultato negativo, ha regalato una prestazione emotivamente di spessore assoluto, alcune giocate come il gol di Gignac in quel primo tempo restano ancora nella memoria collettiva di chi il Marsiglia ce l’ha nel cuore. Fare paragoni è complicato – basti pensare alla straordinaria cavalcata che portò l’Argentina ai Mondiali nippocoreani o all’avventura in Europa League con l’Athletic – ma nel pieno di quell’annata completamente fuori dall’ordinario, Bielsa riuscì a racchiudere in un unico filone tutte le componenti necessarie per rendere indimenticabile uno spettacolo.

A tuo parere la sua intransigenza tattica e la dispendiosità del suo calcio sono limiti o dettagli fondamentali del suo mito?

Non credo che si possa etichettare Bielsa come un integralista dal punto di vista tattico, esiste di certo un canovaccio preferito, che possiamo definire di partenza, ma sempre e soltanto nel presentare una squadra di calcio attraverso un modulo. L’unica intransigenza che io vedo in Bielsa è quella di natura morale, etica e comportamentale, su quello non sono previsti sconti, su certi comportamenti non si scende a patti. Dal punto di vista delle energie, sì, la mole di lavoro richiesta alla squadra spesso porta ad un elevato dispendio nell’arco di una stagione, è stato questo il principale deterrente nella stagione intera vissuta a Marsiglia, il calo nella seconda parte di campionato di un gruppo che probabilmente aveva sovraperformato fino al giro di boa.

Hai qualche rimpianto per non averlo visto sulla panchina della Lazio? Come lo avrebbe accolto e giudicato il calcio italiano?

Ho più di un rimpianto, in assoluto perché avrei chiaramente voluto vedere Bielsa alle prese con la gestione, anche mediatica, di una settimana in Serie A e soprattutto perché, da studioso prima ancora che da innovatore del calcio, sarebbe stato utile per tutti confrontarsi con un allenatore come lui. Sull’accoglienza, abbiamo avuto qualche indizio, ricordo entusiasmo nei giorni che hanno preceduto e poi vissuto la sua brevissima parentesi laziale, di certo il calcio italiano avrebbe avuto modo di dividersi, per l’ennesima volta, su una proposta di gioco non banale e su un personaggio decisamente poco incline alla conformità”.

Come giudichi la sua esperienza al Leeds in Premier League? Ci vedi un’evoluzione delle sue idee?

Ci vedo un Bielsa 3.0, conscio del proprio bagaglio, migliorato dalle esperienze vissute in differenti realtà e in diversi campionati a livello europeo, dalla Liga di Bilbao alla Ligue 1 con l’OM. A Elland Road ha trovato probabilmente il terreno ideale per riuscire a ritrovare le motivazioni, con l’obiettivo di risvegliare uno sleeping giant come il Leeds e riportarlo dove merita di stare, ovvero in Premier League. Il modo in cui si è concretizzata la risalita dalla Championship, l’affetto con cui ha coinvolto una tifoseria che in Inghilterra è viva, unica e passionale, mi ha ricordato l’amore che il Loco aveva seminato a Marsiglia. Alla fine, è tutta una questione di semina, non necessariamente di raccolto. La carriera di Bielsa è stata un seminare, ma è da qui che partono i i risultati, giusto?.

Tra molti anni Marcelo Bielsa sarà ricordato come……

Un insegnante, uno straordinario insegnante di calcio. E non solo.

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