Intervista: Questo E’ Il Nostro Calcio

Abbiamo avuto la possibiltà di parlare con Remo Gandolfi in merito al suo libro, che davvero ci ha riportati ai veri valori del calcio che sentiamo davvero nostro.

Ciao Remo e bentornato su Bibliocalcio. L’anno scorso “Mavericks& Cult Hero” ha vinto il contest “Libro dell’anno” 2019 secondo Bibliocalcio. Prima ancora avevi dato alle stampe “Storie Maledette”. Come mai questa passione per la narrativa romantica?

Alla base c’è innanzitutto tanta curiosità personale. Quella di sapere di più su calciatori che magari avevo amato e ammirato da ragazzino e dei quali avevo perso le tracce. Ho iniziato a scrivere di loro in quello che era una sorta di diario personale ovvero il mio primo piccolo Blog.

Poi sono arrivati Gianluca Iuorio della Urbone e Stefano Agresti di Calciomercato che mi hanno convinto a raccontarle anche ad altri !

Possiamo definire questo libro come un evoluzione delle tue precedenti opere?  

Se è un’evoluzione sinceramente non lo so. Diciamo che cresce sempre di più la voglia di “scavare” all’interno della “persona” più che raccontare dell’atleta. Storie come quella di Di Bartolomei, di Stig Tofting, di Abdelhak Nouri, di Piermario Morosini o di Eneas de Camargo hanno un valore relativo se raccontate solo dal punto di vista calcistico. Diverso e assai più coinvolgente l’aspetto umano. Ecco, in questo libro ho sentito proprio la necessità di andare più a fondo sotto questo aspetto. Aggiungo che ci sono tante storie all’interno del libro che meriterebbero un racconto molto più ampio e alle quali dedicare più spazio. E questo è un piccolo rimpianto perché ammiro molto ad esempio il lavoro di Danilo Crepaldi e di come sa raccontare un personaggio a 360° nelle sue biografie.

Quali finalità ti sei prefissato con questo libro e verso il “nostro calcio” provi più nostalgia o rabbia per quello che è diventato?

Guarda Giovanni, lo hai scritto alla perfezione tu nella recensione su Bibliocalcio. La volontà era quella di raccontare, attraverso storie di calciatori con vissuti personali particolari, di un calcio che certi valori purtroppo li sta perdendo. L’etica, il senso di appartenenza, la passione … tutti quei nobili valori che accompagnano tante storie dei protagonisti del libro. La fedeltà di Gigi Riva, di David Kipiani o di Julen Guerrero ai propri colori, la pericolosa fuga di Miodrag Belodedici pur di giocare con la squadra del cuore, la delusione cocente provata da Roberto Boninsegna, Barry Hulshoff, Pierino Prati e dello stesso Agostino Di Bartolomei al momento di lasciare i loro amati club … tutti esempi significativi di quei valori di cui parlavi tu nella recensione.

Rabbia no. Non è un sentimento che mi appartiene. Diciamo che il dispiacere per tante cose che si sono perse per strada c’è e ci sarà sempre. Vedo però tanto interesse anche di ragazzi verso questo tipo di storie e tanta curiosità verso il calcio dei loro genitori. E questo mi conforta.

Nella tua ultima fatica si nota l’assenza di una premessa o prefazione tant’è che hai potuto dire la tua solo nella quarta di copertina. Ci spieghi quindi se quello che racconti tu è il “nostro calcio”, quello che vediamo in tv tutte le domeniche di chi è?

Lo abbiamo deciso insieme Gianluca Iuorio della Urbone e il sottoscritto. Dovevano “parlare” le storie prima di tutto il resto. Al centro ci sono loro, ci sono gli uomini che le hanno vissute e abbiamo ritenuto che fosse superfluo “prepararle” prima. E poi con quasi 300 pagine di parole ce ne sono abbastanza !

Il “nostro calcio” (da qualche mese abbiamo anche un sito www.ilnostrocalcio.it) è proprio tutto quello che esula dai 90 minuti di gioco, dalle polemiche, dalle moviole, dai pettegolezzi, dalle illazioni e dai “calciomercati”. È quello che prova ad andare oltre, a tentare di scavare un pochino più in profondità nelle vite dei protagonisti di quei 90 minuti. È quello che racconta di “uomini che hanno giocato a calcio”.

Secondo alcuni ogni epoca calcistica ha il suo strascico di nostalgia. Dagli anni ’70 in poi ogni generazione cresce con nuovi idoli e si ritrova quindi invecchiata a raccontare i bei tempi che furono. Ci dai il tuo parere sulle periodiche ventate di nostalgia raccontate soprattutto sui social?

Io sono un grande appassionato di storia e se ami la storia non ne sai mai abbastanza ma devi focalizzarti su un determinato periodo e chiuso quello spostarti su un altro. Nel calcio è lo stesso. Non è semplice “nostalgia”. È il bisogno di sapere qualcosa di più di quel poco che ti viene raccontato sui mezzi di informazione classici. Oggi, grazie al Web, è possibile andare a scavare in profondità e riportare a galla storie dimenticate, nascoste o mai raccontate.

Nel libro si leggono aneddoti e curiosità anche personali. Ne hai qualcuna a cui si legato particolarmente?

Mi ricollego con questo alla domanda precedente e ti faccio un esempio importante e per me molto significativo. Consideravo Stig Tofting, per quello che vedevo di lui in campo, come un piccolo bulletto violento e arrogante. Non lo sopportavo. Ho voluto sapere di più su di lui e dopo aver letto quello che gli era capitato in adolescenza ho completamente cambiato la mia opinione. Era una storia che “dovevo” raccontare perché probabilmente c’erano altri con la stessa sbagliata impressione che avevo io del centrocampista danese. Ecco, se c’è un motivo per cui amo scoprire e raccontare queste storie è proprio questo: farmi un’opinione sul “calciatore” che non si fermi in superficie.

Nel libro racconti trentotto storie di trentotto calciatori diversi. Come fai a scegliere i tuoi protagonisti?

Questo è semplicissimo. Scrivo di quelli che in qualche modo mi “toccano” dentro. Scopro le loro storie, anche grazie ad amici un po’ dappertutto che me le segnalano. Leggo di loro avidamente, mi informo su tutto quello che trovo. Poi “chiudo” e scrivo lasciando uscire quello che di loro mi ha colpito di più.

Nonostante nel complesso il libro volge lo sguardo al passato, alcuni protagonisti come Eduardo, Morosini, Nouri, Tofting e Alvarez Lopez sono calciatori della nuova era. Cosa ci fanno nel tuo libro?

Esattamente per il motivo di prima ! Non guardo al “periodo storico” ma a quelli che secondo il mio parere valgono la pena di essere raccontati. Yeray Alvarez gioca titolare oggi nell’Athletic, ha solo 27 anni ma la sua storia è bellissima quanto toccante e sono felice se grazie al libro c’è qualcuno in più che la conosce.

Dal libro si evince la tua predilezione per i giocatori con visione di gioco superiore e tecnica sopraffina: la maggior velocitá del calcio odierno ha reso tali aspetti secondari? 

Domanda che meriterebbe due pagine di valutazioni ! Da dove cominciamo ? Eleganza e bellezza nel calcio sono impagabili. Una finta di Riquelme o un colpo di tacco di Socrates valgono da soli più di 20 diagonali difensive, di 15 sovrapposizioni o di 30 passaggi consecutivi nella propria trequarti. Detto questo aggiungo solo che se due maestri come Liedholm (“Non correre tu. Fai correre il pallone che lui non suda”) o Cesar Menotti (“da quando in qua per giocare bene a calcio bisogna per forza correre ?”) hanno detto frasi del genere io posso solo adeguarmi e togliermi il cappello davanti a loro. Peccato che la tecnica ora sia intesa quasi esclusivamente come stoppare un pallone e giocarlo con il secondo tocco, facendolo “girare” fino a quando non si trova un pertugio nella difesa avversaria … mentre saltare l’uomo in dribbling, prendersi un rischio sulla propria trequarti o partire palla al piede dalla difesa siano considerate poco meno che follie.

Oggi ad esempio è rarissimo vedere sbagliare un passaggio di quindici-venti metri … ma giocatori che sappiano fare cross dal fondo decenti sono pochissimi !

Il calcio deve tornare ad essere creatività, improvvisazione e anche un po’ di sana anarchia. Ora sono “piccoli robot” precisi nei fondamentali ma che di fantasia ne hanno mediamente pochina …

Molti dei protagonisti di questo ma anche degli altri tuoi libri hanno avuto l’onore di essere protagonisti di libri dedicati esclusivamente a loro. Non ti è mai venuta voglia di concentrati su un solo giocatore? Spiegaci chi e perché.

Questa è LA DOMANDA ! Ti giuro che ci penso spessissimo a questa cosa! Ma poi mi rispondo molto onestamente che: 1) non sono bravo come il mio amico Danilo Crepaldi che scrive biografie monografiche splendide 2) che se avessi ancora trent’anni probabilmente qualcuna la farei … ma avendone 57 non ho tutto quel tempo e di “storie” ce ne sono ancora davvero tante da raccontare !

Quanto una storia come quella di Julen Guerrero divenne servire da lezione ai giocatori “viziati” di oggi?

“Senso di appartenenza” è un concetto che non appartiene più al calcio di oggi … e non solo al calcio. Determinati valori sono completamente spariti. E non solo perché i calciatori non hanno praticamente più voce in capitolo, manovrati come sono da procuratori interessati solo alle percentuali da mettersi in tasca ad ogni nuovo contratto o ad ogni trasferimento. Julen è stato e rimane un simbolo. Non l’unico nella storia di questo club che di questa filosofia ne ha fatto una cultura e un orgoglio. … Anche se il finale della carriera di Julen Guerrero probabilmente ha fatto sorgere qualche dubbio su questo amore purtroppo non totalmente ricambiato dalla Società. (suo figlio Jon Julen, diciassettenne talento, gioca infatti nelle giovanili del Real Madrid …)

Cosa sarebbe stata la Polonia senza l’infortunio capitato a Wlodek Lubanski?

Lubanski è stato, insieme a Deyna, il più forte calciatore polacco della storia. Intelligente, tecnicamente mostruoso, abile nel concludere a rete quanto nel creare spazi muovendosi da centravanti di manovra. Dovette saltare i Mondiali del 1974 dove la Polonia stupì il mondo classificandosi al terzo posto. Cosa sarebbe successo con lui invece di Szarmach al centro dell’attacco ? Impossibile stabilirlo anche perché Szarmach, centravanti classico e finalizzatore, giocò un mondiale fantastico.

A me ricorda un po’ la storia degli azzurri ai Mondiali del 1982 quando andammo in Spagna senza uno dei calciatori più forti del Paese, Roberto Bettega. Il grande Bearzot attese il suo recupero fino all’ultimo e la sua assenza fu considerata da tutti un’autentica sciagura. … poi andò a finire come sappiamo !

Di certo c’è che Lubansky era un giocatore straordinario.

Sono a conoscenza della tua adorazione per Marcelo Bielsa: possiamo ritenere El Loco uno degli ultimi depositari del “nostro calcio”?

Marcelo Bielsa è una mosca bianca nel mondo del calcio. Non solo per la sua cultura e il suo incredibile senso etico. Uno dei valori più importanti in ogni disciplina (nella vita come nello sport) è la ricerca continua e appassionata verso il miglioramento, verso lo sperimentare nuovi stili e nuove metodologie per arrivare al massimo. Bielsa lo fa da sempre, convinto com’è che ci si possa migliorare all’infinito grazie a studio, disciplina e applicazione. Lui sa trasformare calciatori “normali” in grandi calciatori e “grandi calciatori” in fenomeni. Molti sanno di quello che ha fatto in Argentina al Newell’s, con la Nazionale cilena, all’Athletic e ora al Leeds ma pochi sanno che in Messico ad esempio c’è stato un momento in cui la Nazionale messicana era formata per più della metà dei suoi elementi da ragazzi scoperti da Bielsa quando lavorava per il settore giovanile dell’Atlas.

“Cinque Bielsa” per ognuno dei campionati principali e ci riconcilieremmo tutti con il gioco del calcio.

Tra venti o trent’anni ci saranno ancora storie da raccontare oppure il grande fratello sviscera tutto in presa diretta?

Credo che la cronaca, da sempre, sia superficiale e incompleta. La cronaca è sempre condizionata dall’emozione e dall’umore del momento. La storia si prende il tempo necessario per approfondire, per sviscerare, per conoscere e per poi raccontare con più equilibrio e cognizione di causa. Ti faccio un esempio. Recentemente ho scritto un pezzo sulla finale “Germania vs Ungheria” del 1954 con Puskas e compagni “sotterrati” nella ripresa dai tedeschi “molto probabilmente aiutati chimicamente”. Questo è ciò che ci hanno raccontato le cronache e che ci portiamo più o meno dentro tutti come conoscenza. Beh, niente di più falso. L’Ungheria dominò il match anche nel secondo tempo, si vide annullato un gol probabilmente regolare, prese un palo e una traversa ed ebbe un rigore clamorosamente negato nei secondi finali. Proprio per questo credo che le storie da raccontare non finiranno mai … soprattutto per chi ha voglia di non fermarsi come ti dicevo “in superficie”.

Hai raccontato tante storie, molte delle quali non hanno il lieto fine. Potessi scegliere a chi e come daresti un finale alternativo?

A tutti coloro a cui la sfortuna ha tolto anni di carriera. Un conto è un destino avverso in là negli anni un altro è quando il fato interviene nel pieno dell’attività. Non sapremo mai che giocatori sarebbero diventati Dragan Mance, Abdelak Nouri, Alvise Zago, Andrea Fortunato o anche Francesco Rocca o Wlodek Lubanski che seppure in maniera meno drammatica dei primi quattro hanno visto togliersi gli anni migliori per colpa di gravissimi infortuni. Ecco per tutti loro avrei davvero voluto una sorte meno spietata.

A tuo parere quanto influiscono sul carattere di un giocatore, anzi di un uomo, le vicende calcistiche che lo vedono protagonista? È possibile ipotizzare che i giocatori non sarebbero ciò che sono, nel bene e nel male, senza quanto il calcio gli ha dato e magari gli ha tolto?

Influiscono tantissimo. Ed è un equilibrio difficile da trovare quello tra ciò che si è in campo e quello che si è fuori da un rettangolo di gioco. Ma penso che ancora di più sia vero il contrario ovvero quanto le vicende della vita finiscano per influenzare il modo di giocare o il semplice approccio al calcio. La vicenda del povero Piermario Morosini è emblematica. Nella vita ne aveva già viste davvero di tutti i colori e la sofferenza e la “perdita” lo hanno accompagnato fin dall’adolescenza. Se c’era qualcuno che non meritava una fine del genere era proprio lui.

Siamo all’ultima tradizionale domanda: che progetti hai per il futuro? Vuoi continuare a coltivare questo tuo filone narrativo oppure stai pensando ad una monografia a tema come hai già fatto in passato con “Leeds campione”?

Siamo in pista con entrambi i progetti ! Con Gianluca abbiamo previsto una nuova uscita in autunno con tante nuove storie biografiche (stavolta si va in un altro continente …) e a seguire ci sarà un “romanzo calcistico” che racconta di un giocatore e di una stagione davvero “unica” nella storia di un grande club un po’ sullo stile di “Leeds Campione”. E anche  in questo caso si torna aldilà della Manica …

Grazie di cuore!

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