Intervista: Le Leggende Del Milan

Antonio Carioti ci presenta 30 profili leggendari nella lunga e blasonata storia del Milan, fornendo per ognuno una descrizione precisa ed accattivante. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Con quale metro di giudizio e spirito ha selezionato i 30 profili proposti?

Il primo criterio è consistito nello scegliere figure legate ai successi del Milan: innanzitutto il fondatore Herbert Kilpin, capitano dei primi tre scudetti, e poi i protagonisti dei diversi cicli che hanno visto il Diavolo vincente, a cominciare dai grandi svedesi Gunnar Nordahl e Nils Liedholm. Ho puntato molto sulla lunga stagione berlusconiana, che ha lasciato ricordi indelebili in tutti i tifosi, ma ho cercato di non trascurare gli anni Cinquanta, ricchi di allori in Italia, e le imprese compiute con Nereo Rocco in panchina e Gianni Rivera in campo. Ho scelto di inserire anche gli allenatori, perché in un libro sulle leggende rossonere non potevano certo mancare il Paròn e Arrigo Sacchi, che non hanno mai giocato con la maglia del Milan. E poi, per mettere più nomi, ho scelto di inserire tre capitoli doppi, abbinando Giovanni Lodetti e Giovanni Trapattoni, Roberto Donadoni e Daniele Massaro, George Weah e Marcel Desailly. Così alla fine i ritratti sono 33. In chiusura del libro, il cui progetto è stato definito nel 2019, avevo pensato di collocare Zlatan Ibrahimovic già prima che tornasse in rossonero, in quanto massimo artefice dell’ultima vittoria importante nel campionato 2010-11. Ovviamente quello che è accaduto nel corso del 2020 ha confermato la validità della scelta.

Ho davvero apprezzato l’inserimento di un campione quale Juan Alberto Schiaffino: crede che in generale la figura dell’uruguagio sia un po’ sottovalutata? 


Tutto il calcio degli anni Cinquanta è un po’ trascurato, per via del passare del tempo che attenua i ricordi. Pepe Schiaffino arrivò al Milan non più giovanissimo, ma fu essenziale con la sua visione di gioco per dare equilibrio e imprevedibilità a centrocampo e in attacco, anche grazie all’arretramento di Liedholm. Il Diavolo svedese del Gre-No-Li, fortissimo ma un po’ sbilanciato in avanti, aveva vinto un solo titolo; con l’innesto di Schiaffino arrivarono tre scudetti in cinque anni. Il suo nome è una leggenda soprattutto in Uruguay, perché legato al titolo mondiale conquistato sconfiggendo il Brasile al Maracanà nel 1950: un’impresa storica. In Europa lo ricorderemmo di più se il Milan fosse riuscito a vincere la finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid a Bruxelles nel 1958. Ci mancò poco, perché finì 3-2 ai supplementari, con il risultato in bilico fino al termine. Comunque il Pepe è un gigante della storia rossonera, paragonabile per la sua classe a Gianni Rivera, Marco Van Basten, Dejan Savicevic, Kakà.

Parlando del Milan di Sacchi mi viene da chiederle se non è stato tentato dall’inserire tutta la squadra, quale perfetto ed esaltante collettivo?

Ho riservato molto spazio ai protagonisti di quella formidabile epopea, che ho avuto la fortuna di seguire con grande continuità allo stadio, perché allora ero giovane e avevo più tempo ed energie per le trasferte fuori casa. Per dare il senso del collettivo ho cercato di sfruttare il capitolo dedicato ad Arrigo Sacchi, che di quella perfetta organizzazione di gioco fu l’artefice: non a caso il Milan del trainer romagnolo è collocato nel suo insieme dagli esperti tra le squadre più forti di tutti i tempi. Ma ovviamente contavano anche le singole straordinarie individualità, alcune delle quali legate a stagioni precedenti o successive. Quindi i tre olandesi, Carlo Ancelotti, Donadoni, Massaro, ma anche ovviamente i due intramontabili Franco Baresi e Paolo Maldini.

La storia del Milan è fatta di grandi allenatori: ce n’è uno che per idee o metodi merita di essere maggiormente considerato? 


Personalmente sono molto affezionato al Milan di Rocco nella sua seconda gestione, perché allora ero bambino e cominciai a tifare per il Diavolo in quel periodo grazie alle imprese di Rivera e degli altri campioni schierati dal Paròn. Se ci riflettiamo un attimo dobbiamo concludere che quello fu il ciclo più glorioso nella storia del Milan, perché
all’epoca la società non aveva affatto la potenza economica garantita in precedenza dal presidente Andrea Rizzoli e in seguito da Silvio Berlusconi. I quattrini non bastano per vincere, ma se si vince spendendo quattro soldi allora il merito è maggiore. E la squadra messa insieme da Rocco nel 1967 sulla carta non sembrava certo irresistibile. Eppure nel giro di due anni vinse tutto: scudetto, Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni e Intercontinentale, con alcune partite davvero leggendarie contro il Bayern di Franz Beckenbauer, il Manchester United di George Best, l’Ajax di Johan Cruijff. Scusate se è poco. Il fatto è che il Paròn capiva non soltanto di calcio, ma anche e soprattutto di uomini, per cui sapeva trarre il massimo da quelli che aveva a disposizione, valorizzando i giovani e rilanciando i veterani.

Se fosse possibile aggiungere un’appendice con un altro paio di nomi chi aggiungerebbe?

Sicuramente come prima scelta Mauro Tassotti, terzino superlativo del Milan di Sacchi e capitano (per la squalifica di Baresi) nella meravigliosa finale vinta 4-0 sul Barcellona ad Atene nel 1994, sotto la guida di Fabio Capello. Mi è molto dispiaciuto escluderlo, ho avuto l’impressione di commettere un’ingiustizia. Per il secondo nome ci sarebbero molte opzioni in ballo: Pietro Paolo Virdis, che tenne a galla il Milan in momenti difficili e fu poi essenziale per lo scudetto strappato in rimonta al Napoli nell’annata 1987-88; Roberto Rosato, pilastro inamovibile della difesa ai tempi di Rocco; Lorenzo Buffon, portiere che vinse quattro titoli negli anni Cinquanta.

Come giudica le storiche critiche di Gianni Brera verso Gianni Rivera? Sono state in qualche modo un mezzo di sprono per il Golden Boy?


Brera era un maestro del giornalismo. Ineguagliabile. Al di là della scrittura estrosa, le sue cronache delle partite ti aiutavano a considerare aspetti del gioco che spesso sul momento ti erano sfuggiti. Aveva idee molto precise in fatto di calcio e forse era troppo affezionato al modulo difensivistico. Le critiche a Rivera secondo me (ma sono assai meno competente di Brera e decisamente di parte) erano un po’ ingiuste, sapevano di partito preso. Poi erano due personalità molto forti e quindi la polemica s’inasprì.
Rivera però aveva ed ha intelligenza da vendere, come ha dimostrato dopo aver lasciato il calcio con la sua notevole carriera politica. Credo che abbia saputo fare tesoro degli attacchi di Brera, dimostrando di potere essere utile al Milan fino alla conquista della stella nel 1979. Rocco lo disse a Brera, durante una bellissima chiacchierata abbondantemente annaffiata di buon vino e ripresa per la Rai da Gianni Minà: magari non corre tanto, ma la fantasia, l’estro, il colpo di genio me li può dare soltanto Rivera.

Trapattoni, Lodetti, Gattuso… la storia del calcio è fatta anche di corsa e grinta?

Certo. Io amo molto i giocatori che sul campo danno tutto, applicandosi in un lavoro poco appariscente ma preziosissimo. Nel Milan di adesso mi viene in mente Franck Kessié, che è stato essenziale per tenere in piedi una squadra spesso martoriata dagli infortuni. Tra i nomi che non ho citato, per esempio, un posto d’onore va assegnato a Romeo Benetti, che come grinta non era secondo a nessuno. E poi Demetrio Albertini e Chicco Evani, due combattenti che peraltro segnavano importantissimi gol su punizione. Angelo Colombo, polmone infaticabile nel Milan di Sacchi. La diga umana Desailly, fondamentale per l’accoppiata scudetto Coppa dei Campioni nella stagione 1993-94. Se gli assi di maggior talento possono mandare in visibilio le folle, è anche perché ci sono faticatori, cursori, incontristi che li affiancano. È la “vita da mediano” di cui canta il mio conterraneo reggiano Luciano Ligabue, purtroppo interista.

Nel Milan attuale c’è qualcuno che potrà diventare una leggenda per future pubblicazioni?

Sono stato tentato di inserire nel libro Gigio Donnarumma, perché ha tutte le qualità per diventare un fuoriclasse di prima grandezza, come dimostra l’enorme numero di presenze che ad appena 22 anni ha accumulato in Serie A. Con l’esperienza può davvero affermarsi come uno dei portieri più forti in assoluto. Mi ha trattenuto il timore che Gigio lasci il Milan ancora giovane e magari diventi una leggenda altrove, visto che ha davanti a sé come minimo altri quindici anni di carriera ad altissimo livello. Se la società rossonera fosse ancora quella di Berlusconi prima maniera, non avrei questa preoccupazione, ma il calcio è cambiato, c’è poco da fare. Per il resto (a parte Ibrahimovic, che nel libro c’è già con pienissimo merito) non vedo in questo Milan figure all’altezza dei grandi nomi del passato.
Forse Kessié, come ho già accennato, potrebbe collocarsi sulla scia di gladiatori quali Lodetti e Gattuso. Ma è ancora presto per dirlo, anche se è molto migliorato da un anno a questa parte e credo abbia margini per crescere ancora.

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