Intervista: Felice Di Essere Preso A Calci

Il Pallone è il grande protagonista del libro di Mauro De Cesare, analizzato nelle sue sfacettature più interessanti e curiose. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come nasce l’idea di scrivere un libro con il pallone protagonista in prima persona?

Un po’ per gioco, un po’ facendo ricorso a un antico paradosso: “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”. A quale bambino non hanno fatto questa domanda, o lui l’ha girata, ai genitori, oppure a un amico? Impossibile
rispondere. Ecco, io mi sono chiesto: “E’ nato prima il calcio o il pallone?”. E qui ho scardinato ogni paradosso: è nato prima il pallone! E io (che comequasi tutti noi, non ricordiamo neppure chi ci abbia regalato per primo quell’inseparabile “compagno”), ho deciso di andare alla scoperta dei suoi primi vagiti. Anche perché non andavo solo a fare una scoperta “storica”, ma andavo a conoscere le origini del mio più grande amico con il quale, durante l’infanzia soprattutto, ho trascorso notti insonni. Per non svegliare mamma, quando non riuscivo a dormire, lo prendevo tra le braccia e il conforto e la fantasia non avevano limiti.

Meglio il pallone artigianale di una volta o quello moderno e particolare dei nostri giorni?


Meglio nonna e nonno o mamma e papà? Potrebbe essere un gioco che alla fine stanchi, ma apre orizzonti affascinanti e fantastici. Io, con il pallone di cuoio con lo spago che chiudeva la camera d’aria, ho giocato e oggi lo ricordo con tanta nostalgia. Perché è il simbolo di un calcio diverso, più puro e a dimensione d’uomo, anzi di nonni. Ruvido come le loro mani che hanno lavorato duramente, saggio perché spesso ti consigliava di non prenderlo di testa, perché rischiava di ferirti: in una parola, un vecchio sapiente con tantestorie da ricordare, ascoltare. Il pallone dei giorni nostri lo paragono alle tecnologie, ai computer, a twitter e instagram e messaggi vocali. Tutto rapido, tutto immediato, come il rapporto delle nuove generazioni con i genitori. Ma stop alle piccole o grandi parabole. Come lo stesso, inimitabile Gianni Rivera ha detto, ai suoi tempi battere una punizione cercando di imprimere il “giro” al pallone era quasi impossibile, tanto era pesante quando pioveva. Oggi sono i portiere a maledire i palloni tecnologicamente all’avanguardia, impermeabili e quindi sempre leggeri. Arrivano “cannonate” bel oltre i 100 chilometri orari, o velenosi tiri a giro che “Pinturicchio” Del Piero faceva per la gioia dell’Avvocato.

Nel tuo libro ricordi tutti i vincitori del Pallone d’Oro: ce n’è uno al quale sei particolarmente legato?

Johann Cruyff, il “Profeta del gol” secondo Sandro Ciotti, o “Il Pelè bianco” secondo Gianni Brera. Il calcio totale, Rinus Miichels, l’Olanda, l’Ajax, Anni Settanta: autentica filosofia, una rivoluzione, un modo inarrivabile di pensare il gioco del calcio. Lui meraviglioso in tutto: movenze, tecnica, corsa, tattica e quel modo di danzare in campo che a molti ha ricordato Rudolf Nureyev. Ne ho visti pochi come Johann.

Quanto mancano personaggi come Nils Liedholm e Vujadin Boškov al calcio attuale?

Oltre a mancare la loro bravura, manca una cosa soprattutto: la leggerezza (e al tempo stesso la professionalità) di intendere il calcio, come loro erano capaci di fare. Del primo ricordo una battuta su Sebino Nela. Il celebre “Hulk” si lamentava di non giocare a sinistra, lui mancino di piede. Quando Nils seppe la cosa, in una intervista disse: “Nela è molto forte, gioca bene a destra, gioca bene a sinistra. Gioca bene anche in tribuna”. E una volta lo mandò proprio in tribuna spiegando la decisione: “Nela? E’ troppo in forma, corre più veloce dei compagni, rischia di non far giocare bene la squadra”.
Boskov? Sarò breve. Un santone, un grandissimo intenditore di calcio che è riuscito a far convivere due fenomeni come Vialli e Mancini. Quando in una compagnia teatrale ci sono tante primedonne, le polemiche sono facili. La Samp dei “gemelli” era stupenda, allegra e fortissima.

A tal proposito ti chiedo se il calcio di oggi non sia troppo serioso? Manca un po’ la capacità di sdrammatizzare?

Sì, torno a Liedholm e Boskov. Ma il vero dramma sai quale è? Dico una cosa banale: troppi soldi. Sono d’accordo che la giostra gira, diverte e va pagata. L’industria calcio rende: ma una parte molto consistente dei proventi dovrebbe essere dedicata allo sport giovanile e dilettantistico. Ho tre figli adolescenti: se vogliono fare sport io devo pagare come minimo duemila euro l’anno, in circoli e strutture private. Lo sport è cultura, questo è regresso
culturale”.

Borges diceva che “ ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lí ricomincia la storia del calcio”, è ancora così? Oppuredi è persa un po’ di spontaneità?

Il business ci strangola. Basta un pennellata di colore per cambiare palloni da una stagione all’altra. Io l’ho scritto: l’80 per cento dei palloni vengono dal Pakistan, costano meno di 10 euro, vengono venduti a 150 euro nel mondo dei ricchi. Quei palloni sono opera di bambini, di uno sfruttamento che non ha parole. Loro con i palloni non ci giocano, li cuciono! Vergognosa schiavitù.

Molto scrittori hanno scritto meravigliosamente bene del calcio: ne hai uno preferito?

Ci sono centinaia di grandi scrittori, impossibile fare anche una classifica dei primi dieci. Rischierei di dimenticare troppi Grandi e di fare brutta figura.


Come ti immagini il futuro nel nostro amato pallone?

Difficile la risposta. Credo ai corsi e ricorsi storici, l’orizzonte è vasto e vario.
Proviamo a chiederlo alla palla di vetro….


Ci puoi anticipare qualcosa circa i tuoi futuri progetti letterari?


“Se te li dico mi rubano le idee! Scherzi a parte, sto pensando a un qualcosache coinvolga i giovani a partire dai sei anni. Se riuscirò a farne un libro ti farò leggere il manoscritto per primo”.

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