Intervista: L’Anno Del Flaminio

Daniele Santilli ripercorre nel suo libro la stagione 1989/1990 giocata dalla Roma allo stadio Flaminio, mettendo in luce aspetti di sicuro interesse e raccontando una squadra coesa e caldamente supportata dal suo pubblico. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Quando e come nasce l’idea del libro? 

Io non sono uno scrittore di professione. Ho avuto sin da piccolo la passione per il giornalismo sportivo, ma nella vita mi occupo di altro. In un periodo di forte nostalgia per il calcio degli anni 80 e 90, ho iniziato a rivedere dei filmati relativi alla stagione in cui la Roma giocò al Flaminio, della quale avevo diversi ricordi. Contemporaneamente ho buttato giù qualche pensiero e mentre proseguivo la ricerca di articoli e video, ho pensato che fra i tanti libri che parlano della Roma, non ne era mai stato pubblicato uno sull’anno del Flaminio, stagione rimasta nel cuore di tutti noi tifosi. Ho iniziato così a scriverlo io e più approfondivo la ricerca, più la cosa mi è entusiasmava e i ricordi riaffioravano costantemente. Devo dire che ho trovato una forte collaborazione da parte dei protagonisti di quella stagione che ho interpellato, che con i loro racconti hanno dato lustro al testo.

La squadra di Radice “giocava con cuore”, credi che senso di appartenenza e carattere siano virtù dimenticate ai nostri giorni? È corretto fare paragoni tra epoche calcistiche diverse?  

Purtroppo l’attaccamento ai colori dimostrato dai calciatori dell’epoca non esiste più. Non possiamo di certo dare la colpa ai giocatori di oggi, il mondo è cambiato completamente, figuriamoci il calcio. Ciò che non sopporto è l’ipocrisia. A volte attraverso i social, i calciatori moderni assumono comportamenti palesemente forzati, con l’obiettivo di accaparrarsi le simpatie dei tifosi della squadra con cui giocano. Ma chi è cresciuto con il calcio del romanticismo e della spontaneità non può lasciarsi attrarre da queste situazioni. Perciò credo che proporre dei paragoni diventi impossibile sia da un punto di vista tecnico, sia da un punto di vista caratteriale.

Credi che con un terzo straniero di livello la Roma avrebbe potuto fare un ulteriore salto di qualità?

Il campionato italiano 1989-90 è stato probabilmente quello con il livello più alto di sempre. Io, nel libro lo definisco un ” mondiale per club”, perchè i migliori calciatori del mondo erano da noi. In quella stagione tre squadre italiane si aggiudicarono le tre competizioni europee e ciò rende l’idea della qualità del nostro calcio. L’innesto di un terzo straniero di valore, avrebbe certamente rafforzato la rosa della Roma, ma ritengo che, in ogni caso, non si sarebbe potuto ambire allo scudetto. Il sesto posto conquistato al termine di quel campionato e la relativa qualificazione alla Coppa Uefa dell’anno successivo rappresentarono un’impresa, visto il tenore delle avversarie. Tralasciando il Napoli di Maradona, il Milan degli olandesi e l’Inter dei tedeschi, c’è da sottolineare che la Roma ottenne solo tre punti in meno delle terze in classifica, in un campionato in cui la Fiorentina di Baggio rischiò seriamente di retrocedere e l’Udinese con gli argentini Balbo e Sensini e lo spagnolo Gallego, titolare fino a pochi mesi prima nel Real Madrid, scese in serie B. 

I meriti di Gigi Radici vanno ricercati più a livello tattico o a livello di gestione dello spogliatoio?

Quando ho iniziato a scrivere il libro ero convinto che il lavoro di Radice fosse stato soprattutto ” mentale “. Tutti i calciatori con cui ho parlato, mi hanno però descritto un tecnico non solo esperto, ma anche preparatissimo dal punto di vista tattico. Ritengo perciò che i meriti di Radice in quella stagione furono totali. 

Questa nostalgia provi per il calcio anni’80 e 90 e per squadre formate da tanti romani e romanisti? La nostalgia che provo per quegli anni e per quel calcio non si può misurare. A volte mi chiedo se sto invecchiando o se davvero trent’anni fa era tutto così magico. Come ho scritto nel libro, la squadra formata da soli romani e romanisti, stile Athletic Bilbao, resterà per sempre una fantastica utopia. Però possiamo pretendere che i calciatori che indossando la nostra maglia, siano a conoscenza, almeno in parte, della nostra storia.

Personalmente credo che Giuseppe Giannini abbia espresso solo una parte del suo talento, sei d’accordo?

Parlare di Giannini in maniera imparziale mi crea delle difficoltà, perchè nella mia giovinezza ho avuto diversi idoli, ma non ho mai adorato nessuno di loro, quanto lui. Nel periodo in cui giocava, ero molto giovane, perciò per giudicare un calciatore mi basavo solo sul gesto tecnico. Vedendo la partita dalla curva, ero più concentrato sul tifo, era quindi impossibile per me cogliere gli aspetti tattici.  Giannini era il Capitano ed era il più forte di tutti. Punto. Ricordo però che spesso veniva criticato e noi lo difendevamo a prescindere. Durante il lockdown ho avuto modo di rivedere su Raisport tutte le gare della nazionale a Italia 90 e mi sono reso conto di che giocatore era davvero il Principe. In quella squadra fortissima era il leader del centrocampo, con una personalità che gli consentiva di far passare tutto il gioco attraverso i suoi piedi. Io ricordavo solo i suoi gol e i suoi assist, ma non quelle capacità tattiche che le rendevano un campione. La sua carriera è stata penalizzata dal livello della Roma in cui ha giocato. Quando era giovane era circondato da campioni, non a caso ha sfiorato da protagonista lo scudetto dell’86 ed ha conquistato per due volte la coppa italia. Negli anni della sua maturazione, la squadra si era palesemente indebolita ed è stato un peccato non averlo potuto osservare al fianco di calciatori forti come lui. Restano comunque dei ricordi indelebili, come naturalmente l’anno del Flaminio, la stagione successiva delle due finali e gli anni di Mazzone che seppure furono travagliati, regalarono delle emozioni. Sono tremendamente rammaricato per il suo post carriera. Le cose a mio avviso per lui non sono andate per il verso giusto e qualche responsabilità credo ce l’abbia, oltre a una dose di sfortuna che si è portato dietro dall’esperienza da calciatore. 

Nell’estate del 1989 quali erano le aspettative sulla squadra del giovane Daniele Santilli? 

Quelle di vedere più partite possibili allo stadio. Mi bastava questo per essere felice. Dell’estate del 1989 ricordo i miei occhi che s’illuminano di gioia e d’incredulità, quando ,in spiaggia, mio padre mi mostra il corriere dello sport che titola “Vanenburg è della Roma “. Come sappiamo non andò così, ma anche in quell’occasione valse la pena sognare… 

Credi che il piano della Juventus con uno stadio più piccolo, ma più passionale, possa essere scelto anche altre società? Non mancheranno le corse dei giocatori sulla pista sotto la Sud?

Credo che lo stadio da 100.000 spettatori sia ormai anacronistico, per tutta una serie di motivi. Ben venga uno stadio come quella della Juventus, in cui il pubblico può tornare ad essere protagonista. Se le corse sotto la curva venissero sostituite da esultanze, come quella di Desideri in Roma-Juve nel’anno del Flaminio, sarebbe comunque bellissimo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Scriverai ancora della Roma?

Come ho sottolineato all’inizio dell’intervista, per me la scrittura è un hobby e una passione. ” L’anno del Flaminio ” ha avuto dei riscontri positivi e non nego che ciò mi abbia inorgoglito, perchè è stata un’iniziativa nata dal cuore. La casa editrice Absolutely free, che colgo l’occasione di ringraziare, mi ha proposto un nuovo progetto che sto portando avanti con entusiasmo. Il libro uscirà nella prossima estate, ma per ora non anticipiamo nulla…

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