Intervista: Nel Nome Di Diego

Franco Esposito e Dario Torromeo ci regalano un ricordo particolare e sentito del grande Diego Armando Maradona, sfruttando la loro vicinanza con Napoli e con il Napoli. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Quando e come è nata l’idea del libro?

Franco Esposito: “Pochi giorni dopo la scomparsa di Diego Maradona. Due le spinte che hanno dato corpo all’idea. L’esigenza di raccontare, in presa diretta, il vissuto da inviato del Mattino e del Corriere dello sport-Stadio nell’orbita più vicina a Maradona, e il desiderio-necessità di rendere omaggio alla sua grandezza di calciatore, da quando Diego ancora non aveva diciotto anni fino al momento in cui ha lasciato Napoli nel ’91”. 


Durante la lunga trattativa quale era il vostro stato d’animo? Prevaleva l’eccitazione per il potenziale grande acquisto o il dubbio sulla fattibilità dello stesso?

Franco Esposito: “L’una e l’altra cosa in uguale misura. L’euforia nei momenti in cui l’acquisto sembrava vicino; disperazione e scoramento quando tutto sembrava sfumato. Sentimenti che si sono rincorsi e sovrapposti nei 28 giorni trascorsi a Barcellona. Infine, l’eccitazione conclusiva a ripagare ampiamente l’immane fatica, nervosa soprattutto ma anche fisica. Un’esperienza unica a garantire il personale forte accrescimento professionale”.

Le due reti di Maradona contro l’Inghilterra possono essere viste come una metafora della
sua vita?

Dario Torromeo: “Quei due gol rappresentano una storia a incastri. Potrebbero essere da soli protagonisti di un racconto di successo, messi assieme sono il film di una vita. Non necessariamente di Maradona, sicuramente di chi ha avuto la fortuna di muoversi su palcoscenici importanti.
Il primo è un furto con destrezza, dunque maggiormente punibile. Recita così il Codice Penale. Per potersi configurare l’aggravante della destrezza nel reato di furto occorre che il comportamento del reo sia accompagnato o preceduto da accorgimenti tali da rilevare particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idonei a sorprendere la normale sorveglianza della persona offesa sull’oggetto materiale del furto. Ed è quello che Maradona fa dopo avere sostituito la mano alla testa e beffato Shilton, che mai gli ha perdonato quella scorrettezza. Proprio perché al danno è stata aggiunta la beffa di un’esultanza solitaria, con i compagni argentini che aspettavano solo che l’arbitro fischiasse il fallo, mentre Diego li invitava a celebrare con lui. E in questo gesto c’è il sorriso dello scippatore, incurante del dolore dato al derubato. La vita di Maradona si rispecchia in quel gol. È lo sberleffo davanti al mondo. Soddisfatto per il risultato, incurante delle conseguenze.
Il secondo gol è fantastico non tanto per il modo in cui è stato realizzato, quanto per essere riuscito a riassumere in undici secondi e sessanta metri di corsa un’intera vita. Veloce a scartare gli agguati dei calciatori inglesi, abile nel non lasciare mai la palla, furbo nell’accorgersi dei tranelli posti lungo il cammino. Eccolo qui il gol del secolo. Fosse stato altrettanto genio nella vita, non se ne sarebbe già andato via per sempre da questo mondo. Perché solo un genio del calcio poteva, non dico realizzare, ma anche solo pensare quello che Diego Armando Maradona ha fatto quel giorno.
Ha scritto Jorge Valdano. “Certi geni si buttano in mezzo a terzini carnivori e solo allora iniziano a pensare dov’è la via d’uscita. Confidano che l’abilità e la fantasia si occuperanno di tirarli fuori dai problemi in cui si sono appena cacciati”.
E allora sì, a vederla con un po’ di fantasia, in quei due gol c’è la metafora della vita di Diego Armando Maradona”.

Regge il paragone che a volte viene fatto con Muhammad Ali? 

Dario Torromeo: “Ci sono punti in comune, ci sono differenze profonde. Estro, genio, fantasia, gioia nel deliziare la platea, coraggio nello sfidare l’impossibile. Questi sono gli elementi a favore del parallelo. Ma ci sono punti altrettanto importanti che tengono lontani i due fenomeni. Muhammad Ali ha fatto politica pagando di persona. In tanti dimenticano quanto gli sia costato rimanere tre anni fermo quando era al massimo della popolarità, quanto gli sia costato sul piano economico e di promozione il rifiuto di partire per il Vietnam. Ali ha poi esternato il suo progetto in difesa del popolo nero, la ribellione davanti agli schemi di un’organizzazione sportiva che voleva ingabbiarlo.
Anche Diego ha fatto qualcosa di simile, vero. Ma il suo muoversi in questo campo è stato più personale che universale. Quando era da Fidel Castro, in quella stanza c’erano solo lui e il Lider Màximo. Quando Ali era a colloquio con Nelson Mandela c’era il mondo accanto a loro. Ali è stato portavoce, di sé stesso e degli uomini come lui. Diego ha rivendicato le sue ragioni senza mai trasformare quel gesto in politica.
Due grandi, due fuoriclasse. Non era necessario che fossero uguali per essere protagonisti assoluti del proprio tempo”.

Spesso si dice che in altri contesti Maradona sarebbe stato maggiormente controllato e limitato nei suoi vizi: siete d’accordo? Napoli come società è stata effettivamente troppo lasciva?

Franco Esposito: “Penso proprio di no. Anzi dico no in maniera decisa. Diego Maradona è stato il re dell’anarchia, una persona ingestibile che ha deciso di vivere a modo suo, ben oltre qualsiasi regola al di là del terreno di gioco. Sublime artista del calcio, genio autentico. Ovunque non avrebbe accettato limitazioni al suo modo di essere ribelle. È andato sempre contro tutto e tutti e contro sè stesso. Impossibile da controllare”. 

C’è un suo gol al quale siete particolarmente legati?

Dario Torromeo: “Per quel che mi riguarda è quello che ho visto solo in un vecchio filmato, pellicola sgranata e sonoro rovinato.
Deportivo Pereira-Argentinos Juniors 4-4. È il 19 febbraio del 1980. Ne farà tre in quella partita, ma quello che accade al 25’ del secondo tempo è l’annuncio di un futuro che è appena diventato presente.
Parte dal centro di centrocampo. Salta Percy e Diàfara. Sosa cerca inutilmente di fermarlo. Munòz è l’ultimo ostacolo. Via anche lui. Il portiere Vasco esce alla disperata. Diego finta e
tocca sul palo corto. Gol. È l’anticipazione a distanza di quello che accadrà per una platea decisamente più vasta sei anni dopo, è la sirena che suona per svegliare le coscienze del calcio. Il fenomeno è tra noi. Il suo nome è Diego Armando Maradona.
Victor Hugo Morales, il telecronista che, con il suo rap ispirato ha raccontato in diretta il gol del secolo il 22 giugno 1986, faceva una domanda retorica. “Barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste?” Aquilone cosmico, da che pianeta sei venuto? Dal nostro, per fortuna”.

Domanda difficile: nella semifinale contro l’Italia del 1990 il pubblico napoletano per chi tifava? Le dichiarazioni di Maradona in tal senso condizionarono il tifo?


Franco Esposito: “Italia al settanta per cento. Il sentimento nazionale comunque prevalse sull’amore per il fuoriclasse che aveva portato il calcio del Napoli e la città stessa in ambiti mai praticati o frequentati prima. Sì, le dichiarazioni di Maradona alla vigilia della semifinale di Napoli hanno condizionato il tifo. Ma in maniera, come detto, parziale, trovando facile breccia soltanto tra i tifosi più fanatici, agitati dal complesso verso il Nord tiranno dominatore”. 


Avete un ricordo personale da dedicare al compianto Diego Armando Maradona?

Franco Esposito: “I miei ricordi sarebbero mille e uno. Mi riesce difficile, se non impossibile, citarne brevemente uno o due. Posso semplicemente ripetere quanto già espresso nella dedica: Il mio grazie per avermi regalato domeniche di emozioni e di gioie. Ma il ricordo legato a Maradona potrebbe essere questo, se mi viene passato per buono: quello di essere stato in grado, con il suo trasferimento dal Barcellona al Napoli, di creare una congiuntura incredibile, mai più verificatasi a Napoli, prima e dopo quell’estate del 1984. La fusione provvidenziale (e impensabile) del potere politico con quello economico e
sportivo a Napoli, attraverso la costruzione dell’architettura del progetto economico- finanziario che convinse il Barcellona a cedere il fuoriclasse argentino: l’allora sindaco di Napoli, il dc Vincenzo Scotti; il presidente del Banco di Napoli, professore Ferdinando Ventriglia; il presidente del Napoli, ingegnere Corrado Ferlaino. Operazione da oltre 13 miliardi di lire, l’acquisto del secolo a quei tempi”.

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