Intervista: Le Leggende Della Roma

Valeria Biotti ci ha regalato un libro che descrive le leggende della Roma in modo particolare ed accattivante. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Nel complimentarmi per il libro, ti chiedo quali criteri hai usato per scegliere i protagonisti.

Al di là di alcuni casi oggettivi, indimenticabili, la scelta dei protagonisti non può che ricomprendere una quota di arbitrarietà. Perché la leggenda va ben oltre i numeri: attiene ai valori, all’appartenenza, al cuore, alla categoria della inconsuetudine e della brillante specialità. È una decisione del tutto personale, come è personale il modo di tifare e di amare. Ciò che è indiscutibile è la Roma. Ciò che resta, sempre, sono i Colori, la Maglia e i Tifosi. Ogni Romanista dovrebbe raccontare la propria Roma. Ogni Romanista e solo chi è Romanista. Perché – parafrasando Cesare Pascarella – “ciò che pe’ l’artri è storia, pe’ noantri so’ fatti de famija”.

 Mi ha molto colpito il capitolo dedicato a Daniele De Rossi: credi che si sia davvero preteso troppo da lui? Ha un po’ patito l’ingombrante figura di Francesco Totti?

Il capitolo su De Rossi si intitola “La faccia scomoda di Roma”. Secondo me questo dualismo è stato più una costruzione altrui: Daniele non ha patito Francesco, perché non si è mai occupato troppo di ciò che gli altri volessero da lui. È stato fedele a sé stesso con tutta la caparbietà di cui è dotato; non ha scimmiottato nessuno, nemmeno il più grande di tutti. D’altra parte, non ne aveva alcun bisogno. Siamo stati noi, spesso, a chiedergli di essere altro: non un uomo in crescita ma un esemplare già perfetto. Invece, nella sua straordinaria umana imperfezione, ci ha ricordato esattamente ciò che siamo: persone, con talenti, specialità e tare crudeli, ma che possono scegliere ogni giorno di realizzare la versione migliore di sé.

Molti giocatori sono rimasti a vivere a Roma anche al termine dellacarriera, pur non essendo romani di nascita: quanto l’amore dimostrato dalla tifoseria fa la differenza rispetto ad altri contesti?

Roma è viscerale e sognatrice. Accoglie a braccia aperte chiunque come un figlio e, analogamente, chiede amore e rispetto. Quando 5.000 romani andarono a prendere all’aeroporto Falcao, questi si domandò: “ma quanti di loro mi hanno mai visto giocare?”. La risposta è semplice: praticamente nessuno, ma non importa. Roma è diventata casa anche per giocatori che hanno visto e subìto clamorose contestazioni. Vincent Candela, “più romano dei romani”, ricorda spesso quanto essere stati presi letteralmente a pesci in faccia abbia contribuito alla conquistadello scudetto. Ma la piazza sa perdonare le défaillances; l’importante è che non venga tradita.

Credi che Agostino Di Bartolomei avrebbe meritato maggiore attenzione a livello di nazionale? Quanto la nomea di essere “lento” lo haostacolato in tal senso?

Onestamente Ago l’ho visto e letto solo come “il nostro Ago”. Non ho alzato lo sguardo fuori da Roma, mi sono volontariamente limitata a quello che per più di unagenerazione è stato il Capitano. Noi possiamo dire di aver vissuto al tempo di Totti (io sono classe ‘78), ma prima di lui Agostino è stato la Roma. Incarnò il progetto ambizioso e vincente di Viola e di una Roma che, dopo anni, si permise di guardar lontano. Lento, dici; e in questo era supportato da un grande Vierchowod. Ma in fase di impostazione era lui a dettare i tempi, anticipando la tendenza moderna a dare il via all’azione dal basso e aggiungendo un uomo in più nella fase di ripartenza. Agostino è stato “l’uomo che risolve”. Il cardine non solo concreto ma anche emotivo della squadra.

Credi che il discusso rifiuto di Falcao di calciare il rigore contro il Liverpool ne abbia davvero messo in discussione la grandezza?

Serataccia. Per Falcão una delle più opache della sua storia giallorossa, quella, complice anche un fastidioso problema fisico. Il ginocchio gli doleva in maniera importante. Si era sforzato di restare in campo, ma la prestazione ne risentì parecchio. Sull’episodio del rigore non posso che citarti le sue parole: “Non riuscivo a camminare per il dolore. L’effetto dell’antidolorifico era già abbondantemente finito durante i supplementari. Ma se anche fossi stato bene, Liedholm mi avrebbe fatto tirare il quinto rigore; per scaramanzia, dopo il tentativo azzeccato della finale di Coppa Italia contro il Torino. Al quinto rigore non arrivammo, purtroppo. Il Liverpool vinse prima”. Non la vide così il Presidente Viola e la storia con la Roma finì addirittura a carte bollate. Epilogo inglorioso per una leggenda vera.

C’è qualche calciatore che avresti inserito se avessi avuto più spazio?

Quando si sceglie, si sceglie. Senza rimpianti. Ho inserito un capitolo su Campo Testaccio che ho amato molto; uno su Angelino Cerretti, storico massaggiatore giallorosso, primo teorico della sacralità della Maglia. E sono arrivata fino a Totti e De Rossi, passando per storie suggestive, aneddoti assurdi, momenti emozionanti, uomini straordinari: Ferraris IV, Rocca, BrunoCònti (tutto attaccato)… 30 capitoli di cui sono molto felice.

Qual è la tua opinione sulla Roma attuale? C’è qualche campione meritevole di essere etichettato come leggenda?

La Roma di oggi qualche campione lo ha. Lo è Edin Dzeko, Henrikh Mkhitaryan, ovviamente lo stesso Pedro. Ma per essere una leggenda giallorossa non è lì il punto. Molto passa attraverso il rapporto viscerale con i colori, la maglia, la città. Forse lo potrà diventare Lorenzo Pellegrini, chissà: ha il talento, la visione, ha ricevuto investiture importanti. Ora la palla sta a lui.

Sogni ancora di essere Bruno Conti?

A 43 anni probabilmente temo di dovermi arrendere. Ma spero, magari, di poter diventare la BrunoCònti (tuttattaccàta) del racconto. Come si diceva, chissà!

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