Intervista: Clamoroso a Wembley

Il bel libro di Andrea Schianchi racconta la leggendaria partita tra Inghilterra ed Ungheria del 1953 attraverso gli occhi di un emozionato Jimmy Hogan. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Possiamo definire la sfida di Wembley uno spartiacque nelle storia del calcio? 

«Sì, senza alcun dubbio. Fu definita la Partita del Secolo. Nessuna squadra continentale aveva mai battuto l’Inghilterra a casa sua. L’Ungheria riuscì a sconfiggere quelli che, fino ad allora, si consideravano i Maestri e la storia cambiò. Anche l’Inghilterra cambiò, perché da quella sconfitta seppe imparare, mutò i metodi di allenamento e uno dei giocatori che erano in campo quel pomeriggio guidò la nazionale inglese alla conquista del Mondiale del 1966: era Alf Ramsey».

È giusto ritenere Hogan l’artefice del successo dell’Ungheria? Non si rischia di sminuire il lavoro e le trovate di Sebes?

«Si deve ritenere Hogan un pioniere, l’uomo che insegnò il calcio agli ungheresi che poco lo conoscevano e male lo praticavano. Lui, fedele alla cultura danubiana, diede anima al desiderio di divertimento che aveva tutto il popolo ungherese. Poi, è chiaro che nello specifico della partita contro l’Inghilterra le mosse decisive furono di Sebes, ci mancherebbe altro. Ma senza Hogan, Sebes non ci sarebbe stato. E forse nemmeno Puskas e Hidegkuti».

A suo parere quanto la miopia di Winterbottom nel marcare correttamente  Hidegkuti ha influito sulla disfatta inglese?

«Certamente sì, ma all’epoca si giocava con il sistema, o WM. Uomo contro uomo. E, come riferimento, si prendevano i numeri di maglia. Può sembrare un’assurdità, ma era così. Il 5 marca il 9, il 3 marca il 7, il 2 marca l’11, e così via. Ovvio che Hidegkuti, arretrando, si portava dietro lo stopper e lasciava lo spazio per gli inserimenti di Puskas e Kocsis che era finte mezzali, in realtà attaccanti veri».

C’è chi ritiene Hogan esclusivamente un buon istruttore tecnico e non un sagace tattico come generalmente ritenuto. Come confuta tale pensiero?

«Non ho elementi per confutare questa idea. Di certo non ha vinto granché nella sua carriera, a livello di squadre di prima grandezza. Ma ha insegnato, e tanto, a tanti giovani. Dunque è stato un buon maestro».

L’Aranycsapat avrebbe potuto segnare più dei 6 gol effettivamente realizzati: crede che già dalla sfida di Wembley abbia dimostrato un po’ troppa presunzione che probabilmente le è costato il Mondiale del 1954?

«Avrebbe potuto segnare molto di più, basta rivedere tutta la partita che è disponibile “in rete”. Il Mondiale del 1954 lo ha perso perché si è infortunato Puskas e senza Puskas l’Ungheria perdeva il suo uomo più importante. Inoltre numerose furono le polemiche a proposito della Germania vincitrice: si parlò anche di doping, molti giocatori ebbero gravi problemi fisici dopo quel successo. Non fu, a mio avviso, presunzione, ma semplicemente sfortuna perché Puskas si fece male».

È stato più pesante l’impatto della sconfitta contro gli USA al mondiale del 1950 o quelle contro l’Ungheria in casa del 1953? Le due debacle sono tra loro collegate in qualche modo?

«Quella contro l’Ungheria. Della sconfitta patita dagli Stati Uniti al Mondiale del 1950 gli inglesi non seppero quasi nulla: sui quotidiani, poiché le notizie dal Brasile arrivavano in grave ritardo, uscì il risultato 1-0 a favore dell’Inghilterra… E poi agli inglesi il Mondiale non interessava proprio: loro avevano inventato il calcio, non avevano bisogno di misurarsi con altre nazioni, erano i depositari del verbo. Contro l’Ungheria, invece, subirono una vera e propria umiliazione, e per di più a Wembley».

In un’ipotetica classifica dei più grandi di sempre dove inserire il grande Ferenc Puskas?

«Le classifiche non mi piacciono, perché sono arbitrario e sempre figlie di un giudizio di valore. E poi come si possono paragonare giocatori di epoche diverse. C’è chi è stato immenso negli anni Trenta, chi ha fatto la storia negli anni Cinquanta, chi è stato superlativo negli Sessanta, e così via. Dico soltanto che al primo posto io metto sempre Pelè, forse per una questione sentimentale e non quindi logica o razionale. Puskas è stato eccezionale con la Honved, con l’Ungheria e con il Real Madrid. Classifiche, però, non è il caso di farne».

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