Intervista: Con Il Pallone Tra I Piedi E La Musica A Cannone

Il libro di Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio rappresenta una spaccato generazionale di grande interesse, tra vita di provincia, tanto calcio e la musica di soffondo. Ne abbiamo parlato con gli autori.

Come è nata l’idea del libro? Quali obiettivi vi siete posti nel realizzarli?

Andrea: L’idea di scrivere “Con il pallone tra i piedi e la musica a cannone” è nata due anni fa, dopo diverse esperienze calcistiche e letterarie e una lunghissima militanza in campo di articoli e fanzines, che ci ha accompagnato durante le nostre vite in maniera costante. L’obiettivo iniziale, che per fortuna abbiamo realizzato, è sempre stato quello di scrivere dei racconti autobiografici che andassero innanzitutto a parlare del nostro territorio, Novara, partendo dalle nostre diverse esperienze calcistiche più o meno “ufficiali” (entrambi abbiamo militato in squadre locali tuttora giochiamo a calcio in una società amatoriale) e legate al tifo, o alla presenza del calcio nel nostro vissuto quotidiano. Il calcio, il gioco del pallone, sarebbe servito da pretesto per parlare della nostra città e di ciò che possano rappresentare il crescerci e il viverci.

Nicolò: L’idea è nata per caso un paio d’anni fa. Sia io che Andrea abbiamo sempre riportato per iscritto in vari modi (fanzines, articoli, ecc.) quello che ci capitava nelle esperienze che abbiamo vissuto nella nostra città e provincia, per quel che riguarda la musica, le sottoculture e la militanza politica. Il calcio è sempre stato un filo conduttore nei nostri discorsi ma anche in talune pratiche; abbiamo giocato, e tuttora lo facciamo, in una squadra amatoriale e abbiamo organizzato negli anni anche diversi eventi che dal calcio spaziassero su altri temi più sociali. L’obiettivo principale è stato quello di provare a raccontare una porzione di vita di provincia attraverso uno sguardo mediato dal pallone, ripercorrendo un pezzo di rispettive storie generazionali autobiografiche a esso connesse.

Durante la lavorazione del libro quale stato d’animo è emerso?

Andrea: Durante la sua stesura, per quanto mi riguarda, mi sono sentito ancora più legato alla mia città e ai trascorsi calcistici vissuti tra le sue mura. Andare a descrivere nei particolari i luoghi, le partite, i volti delle persone con cui ho avuto a che fare è stato davvero emozionante e credo che la scrittura di questi racconti sia stata un’irripetibile occasione per poter ripensare a persone e accadimenti del mio passato.

Nicolò: Sicuramente tante emozioni legate a ricordi che hanno segnato la mia vita, ma in qualche modo anche un’epoca. Parliamo di anni in cui tirare calci a un pallone, fosse su un campo regolamentare o per strada, era un simbolo di libertà: sia di esprimere noi stessi, ma anche e soprattutto di aggregare tante anime diverse ma accomunate dalla passione per il calcio. Oggigiorno questa libertà è sempre più inibita dal diradamento delle occasioni sociali vis a vis, nonché dai meccanismi repressivi che contribuiscono a uccidere la passione e l’aggregazione in ogni dove.

Dal libro emerge una sorta di abitudine all’arrancare tedioso provinciale: è mai nata in voi la volontà di ribellarsi e cambiare completamente ambiente?

Andrea: Ribellarsi sì. Cambiare ambiente, mai. Personalmente ho sempre creduto di poter cambiare e lottare, piuttosto che andarmene. Ho sempre creduto che la strada migliore da percorrere sia quella del “think locally, act globally”: inizia a lottare e credere in ciò che vivi e nell’aria che respiri quando esci di casa, per poter migliorare le cose su larga scala. Non ho mai condiviso sentimenti legati all’evasione e alla fuga per cercare un mondo migliore e personalmente credo che chi abbia le possibilità di rimanere, credendo nella sua gente e nella sua città e scappi, sia un codardo.

Nicolò: Ho sempre vissuto il territorio in cui sono cresciuto con una sorta di ambivalenza emotiva. Talvolta la voglia di evadere e cercare altri lidi apparentemente più stimolanti mi ha solleticato non poco. Ma la voglia di provare a cambiare e creare qualcosa, seppur nel mio piccolo, nella mia città, è sempre stato un motivo di rivendicazione e orgoglio. Per di più, trovandoci in mezzo a città come Milano e Torino, da sempre fulcro di controcultura e innovazioni in tal senso. È facile trovare spazi ed esperienze di questo tipo nelle grandi città come quelle citate; farlo nel mio territorio ha sicuramente un valore più significativo per me.

Da residente in provincia di Pavia ho notato molti tratti comuni nel contesto da voi descritta: al netto dei campanilismi c’è una standardizzazione sociale che unisce il nord-ovest italiani?

Andrea: Credo che tu abbia ragione a evidenziare questo tratto: secondo me esiste una standardizzazione nella mentalità di chi vive in quest’area, che va man mano affievolendosi avvicinandosi ai grandi centri abitati attorno ai quali, volente o nolente, gravitiamo. Viviamo da sempre con le promesse di una vita migliore, di una più proficua fonte di reddito, di una maggiore sicurezza, ma in realtà stiamo portando le province a essere delle realtà violente e stereotipate nel loro attaccamento a valori ormai superati e retrogradi. Non sto dicendo che dove ci sia una maggiore fruibilità di infrastrutture e tangibilità culturale si stia meglio e allo stesso modo non credo di essere un progressista in tale ambito, anzi. Ci sono di mezzo anche io, inconsapevolmente. L’importante, come ho già espresso nella precedente risposta, è non demordere e cercare quotidianamente, con ogni mezzo necessario, di fornire un punto di svolta.

Nicolò: In un certo senso penso di sì, anche alla luce del fatto che viviamo, seppur a vario titolo, lo scotto di essere immersi nel magma della produttività e della relativa mentalità a essa improntata, che spesso soffoca le forme di aggregazione sociale dal basso e non utilitaristiche. Certamente ci sono molte esperienze di socialità alternativa, a cui noi stessi siamo legati, attraverso cui cercare di creare spazi di espressione avulsi dal consueto dogma “produci, consuma, crepa”. Purtroppo vengono sempre meno gli stessi spazi strutturali all’interno delle città, dei paesi e dei quartieri ove poter riprodurre queste esperienze, siano esse legate ad attività culturali e sportive. Parlo dei locali o degli spazi sociali dove poter organizzare concerti e iniziative culturali, così come i campetti da calcio o da basket, lasciati all’incuria e al menefreghismo delle istituzioni. Ciò in nome del cosiddetto “progresso economico” che in realtà arricchisce i pochi a discapito dei molti, nel processo di trasformazione urbanistica.

Sotto questo punto di vista qual è stato il ruolo della musica nella vostra vita?

Andrea: Ascoltando musica e iniziando ad andare ai concerti sin da giovanissimo ho sviluppato le mie idee politiche, dalle quali deriva anche il mio modo di intendere il calcio, giocato e seguito da tifoso. Ed è grazie ai gruppi che ascoltavo sin da quando avevo quattordici anni che ho iniziato a pensare che qualsiasi aspetto della mia vita avesse un riscontro politico e sociale.

Nicolò: Personalmente è stato fondamentale, nella misura in cui, assieme al calcio, la musica ha rappresentato una costante nel mio percorso di crescita. In particolare, la musica e la cultura punk hardcore, che mi ha dato nuove lenti per osservare e agire il mondo in un certo modo, sia a livello sociale che politico. Lontano dai clichés e dagli stereotipi che soprattutto in provincia appiattiscono il susseguirsi della vita in un mero meccanismo di processi produttivi e riproduttivi funzionali a un certo sistema.

Quanta nostalgia avete per la vostra infanzia-adolescenza soprattutto se la paragoniamo a quella delle generazioni più recenti?

Andrea: Personalmente non ho nostalgia della mia adolescenza. Erano tempi diversi che credo di aver vissuto in pieno, senza tralasciare alcuna tappa e senza aver rimorsi. Chi è adolescente ora crescerà con “Chiamarsi Bomber” e Tik Tok, io sono cresciuto con gli Snapcase e “C siamo”, ma sono convinto che ognuno, tirando le somme, debba andare fiero per come abbia vissuto gli anni della propria adolescenza e dei percorsi affrontati. L’importante è non far pesare mai queste differenze a persone che sentono la necessità di un confronto generazionale. Perchè ognuno vive il proprio tempo ed è libero di farlo come meglio creda.

Nicolò: Non amo particolarmente il “nostalgismo”, lo vedo come un atteggiamento di mal celata superiorità rispetto a quelli che sono i cambiamenti sociali e culturali legittimi nel susseguirsi delle generazioni. Mi ritengo, piuttosto, fortunato di aver vissuto certe esperienze da bambino e adolescente. Anzi, lo scambio intergenerazionale è uno dei pochi strumenti che abbiamo ancora a disposizione per coltivare una memoria attiva e un confronto sano per crescere reciprocamente.  

Il calcio è ancora un fenomeno di aggregazione e veicolo per sentirsi in qualche modo liberi?

Andrea: Secondo me il calcio non smetterà mai di essere un fenomeno di aggregazione perchè è, innanzitutto, un fenomeno di crescita. Come lo studio o il lavoro. Ci si allena, ci si confronta, si soffre e si vince assieme: non vi è nulla di più naturale. Si può anche peggiorare, perchè no. Che ci si trovi in uno stadio o sul terreno di un parco cittadino, chi gioca a calcio acquista una libertà che decide di plasmare, egli stesso, in quei precisi istanti. E credo che sia una sensazione unica.

Nicolò: È e rimarrà uno dei pochi baluardi di socialità e aggregazione, perché il calcio più di altre discipline sportive è un linguaggio universale che abbatte qualsiasi barriera. Su un campo da gioco e con un pallone ai piedi, ognuno è libero di esprimere se stesso e di crescere assieme agli altri. Come diceva il grande Eduardo Galeano: la felicità a un bambino non la si spiega, gli si dà un pallone per farlo giocare.

Ritenete che la pandemia in corso possa in qualche modo influenzare la futura noiosa vita di stampo provinciale?

Andrea: Credo che le province si siano trovate ancora più in difficoltà di quanto non lo fossero prima della pandemia, ma questo è un puro dato di fatto. Parlo di infrastrutture, trasporti, possibilità di confronto. Le comunità si sentono sì, diciamo, sulla stessa barca per far fronte a questa emergenza, ma questo aspetto non basta, secondo me. La situazione sanitaria nella quale versiamo non ha fatto altro che peggiorare l’economia dei piccoli centri e accentuare le differenze tra queste realtà e i grossi centri urbani. Sotto questo aspetto, siamo tornati indietro di vent’anni, rendendo vano qualsiasi traguardo raggiunto negli ultimi tempi.

Nicolò: In un contesto di solitudine esistenziale e mancanza di spazi e situazioni aggregative che non siano i soliti bar “pettinati” e vetrine luccicanti dalle marche proibitive per i più, come molte province tra cui quella novarese, la pandemia ha sicuramente acuito questo malessere diffuso. Ciò influisce soprattutto sulla percezione di un già scarso senso di comunità, che esperienze come il calcio, per esempio, contribuiscono solitamente a rafforzare. Il fatto che non si possa praticare sport, a tal proposito, è indicativo dello stato critico in cui versa l’animo popolare da un anno a questa parte.

Ci potete anticipare qualche vostro futuro progetto letterario?

Andrea: Come progetti futuri, personalmente non ne ho a breve termine. Sto lavorando su alcuni racconti dedicati alla scena punk/hardcore di qualche anno fa e, come sempre, scrivo recensioni e articoli musicali per la rivista online “Impatto Sonoro”. A livello calcistico, speriamo di avere qualche idea a breve, magari un secondo episodio di “Con il pallone tra i piedi e la musica a cannone”!

Nicolò: Attualmente ho in programma la ristampa aggiornata del libro “Ribelli, sociali e romantici. FC St. Pauli tra calcio e resistenza”, che uscirà sempre per Edizioni Bepress presumibilmente verso la tarda primavera del 2021. Per il resto continuerò a scrivere articoli per la rivista “Linea Mediana” e la fanzine blog di “Haine We Riot” e non escludo un seguito di “Con il pallone tra i piedi e la musica a cannone” con il mio socio Andrea. Anche perché di cose da raccontare ne avremmo ancora a bizzeffe!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: