Intervista a Gianni Minà, autore del libro “Storia di un boxeur latino”

Con un accostamento forse azzardato, si potrebbe definire lo “Zibaldone” di Minà, un essere mitologico, metà uomo e metà microfono!

Con il registratore a tracolla e il gelato sempre in mano, Gianni Minà ha raccontato una serie incredibile di personaggi, rendendoli familiari agli italiani dallo schermo della televisione passata dal bianconero al colore.

Reso immortale dalla caricatura radiofonica di Fiorello, Minà ha mostrato un mondo che in Italia non conoscevamo con i suoi documentari coraggiosi, riprendendo uomini e luoghi da angolazioni nuove e sconosciute, il tutto condito da note di musiche esotiche e di ritmi inusuali alle nostre latitudini.

Un pericoloso ribelle o un osservatore disilluso del mondo?

Nel dubbio, la televisione di Stato se n’è liberata perché non incline al conformismo e all’etichetta del politically correct imperante!

Sono cambiati i tempi, Minà lo dice con amarezza nella parte conclusiva della sua carrellata di personaggi e situazioni nelle quali, un po’ per caso, un po’ per curiosità e un po’ per indole, si è imbattuto.

Un libro che si legge come si beve una batida, con le note di Toquinho in sottofondo e le atmosfere di un’America latina sempre misteriosa e sempre intrigante.

Nel porre le domande, per (mia) comodità, ho osato è usato il tu, come si fa con un amico, con qualcuno che mi pare di conoscere da tempo e Gianni Minà è stato al gioco rispondendo immediatamente e con grande simpatia…

1 – Il libro (Memorie di un boxeur latino) è una  lunga carrellata di quadri tratti dalla Tua vita: che effetto Ti ha fatto esporti così apertamente dopo che per anni eri stato Tu ad esporre gli altri al grande pubblico?

E’ stato un esercizio molto difficile. Ho sempre preservato la mia vita privata, nel senso che, rispetto alle vite che ho raccontato, la mia è stata una vita normale. Poi ho pensato che poteva essere un lascito prima di tutto alle mie figlie: conoscere le proprie radici è la cosa più importante per ogni essere umano e poi per le generazioni future: lasciare una testimonianza di quello che per me è stato il giornalismo, e cioè un lavoro sociale, alla stessa stregua di un medico o un farmacista.

2 – Nel libro riveli che il titolo è dovuto a Paolo Conte, ma non spieghi del tutto l’aneddoto: vorresti rivelarlo qui?

Tutto nasce da un regalo che mi fece mia moglie a Natale, qualche anno fa: un cd di Paolo Conte, che io ammiro molto, autografato da lui. La cosa mi stupì molto quando mia moglie mi raccontò che contattò Conte presso il suo studio legale, gli spedì il mio cd e il suo assistente lo rispedì a mia moglie autografato. Un gesto molto tenero…

3 – Quanto conta la curiosità nella Tua vita e quanto è importante nel mestiere di giornalista?

Io sono sempre stato un “bulimico” di curiosità, mi sono gettato nelle storie quando mi incuriosivano ed è stata la curiosità a farmi scegliere le persone da intervistare.

4 – Ti sei definito un timido, ma la Tua storia dimostra piuttosto che hai una gran faccia tosta: dove sta la verità?

In realtà io sono un introverso e ho fatto questo mestiere per vincere questo mio grosso problema, la timidezza. Poi l’esperienza ha sopperito al carattere e molto spesso ho forzato certe situazioni con la faccia di tolla.

5 – Giornalista, documentarista, narratore, intervistatore, intellettuale: in quale di queste figure Ti riconosci maggiormente?

Io nasco cronista, e morirò cronista.

6 – Per chi, come me, da giovane ha sognato di diventare giornalista, quell’omino con i baffi e il “gelatone” in mano che si buttava addosso a Mennea dopo il record sui 200 o che dialogava sorridente con Alì è stato un mito: Ti senti addosso questo alone?

No, per fortuna sono totalmente refrattario ai miti, alla fama. Per me conta il lavoro, viene al primo posto. E per questo ho, in parte, sacrificato la mia famiglia.

7 – Quanto conta imparare a leggere la Storia da angolazioni diverse da quelle che ci sono state imposte a scuola?

È fondamentale. Ma soprattutto è importante andare sul luogo e vedere con i propri occhi. Cuba, in questa lettura, è stata da spartiacque: qui si scrivevano cose e lì invece era tutt’altra storia. Ho pagato per questa mia lettura “altra” di un continente, con l’isolamento, con l’oblio. Ma non me ne frega nulla: io sono stato fedele e ho raccontato quello che ho visto, non quello che hanno visto gli altri. O non hanno visto. Un giorno, un mio collega, disse, dalla sede di San Paolo, mentre scriveva bugie su questa Isola: “Che importa cosa scrivo? Basta che la gente creda in quello che scrivo, la verità è la mia”.

8 – Perché noi italiani siamo così morbosamente attratti e contemporaneamente spaventati dal Sudamerica?

No, non credo ci sia questa polarizzazione sul continente latinoamericano. Noi italiani abbiamo però una radice che si intreccia indissolubilmente con la loro storia, o almeno con la storia di alcuni paesi: Cile, Argentina, Brasile, Venezuela, ed è la migrazione di povera gente che partiva dall’Italia perché non aveva un tozzo di pane. Quella povera gente ha patito la fame, il disprezzo e il pregiudizio, lo stesso trattamento che riserviamo alla povera gente che viene da noi dai paesi del Sud del mondo. Noi siamo un popolo senza memoria, condannato a ripetere gli errori della nostra storia.

9 – Cosa si prova ad essere così temuti dalla televisione italiana da esserne stato allontanato?

Nulla. Mia moglie mi ha sempre detto che l’allontanamento dalla Rai è stata per la mia carriera una fortuna: se fossi stato ancora in forza alla Rai non avrei certamente fatto le  mie più belle interviste, i miei più bei viaggi, le mie più belle amicizie. Ho come vissuto in un mondo parallelo, fatto di amici solidali, giornalisti, intellettuali, scrittori, economisti, sociologi, gente comune, che mi hanno dato la forza addirittura di editare e dirigere una rivista trimestrale di geopolitica latinoamericana “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”. In 15 anni di attività ho ricevuto solo 7 recensioni, e questo è il giusto elemento per capire il senso della libertà di pensiero in Italia.

10 – In Italia viene messo sulle bandiere, ma i suoi scritti sono semisconosciuti: cosa non abbiamo capito di Ernesto Guevara?

La modernità del suo pensiero, l’essere un “hombre nuevo”, un uomo nuovo. E lo possiamo essere tutti, con le micro-azioni. Noi stessi siamo il cambiamento ed è questa la portata rivoluzionaria del Che, ma anche del pensiero che porta avanti questa piccola isola, ma grande in umanità.

11 – Perché in Italia ci piace leggere Soriano, Galeano o Bayer quando scrivono di calcio, ma non abbiamo la curiosità di leggere le loro analisi storiche?

Non so rispondere. So solo che “Memorie del fuoco” o “Le vene aperte dell’America Latina” di Galeano sono le “colonne” della mia preparazione politica su quel continente.

12 – Cosa vorresti che rimanesse al lettore dopo aver completato il Tuo libro?

I libri, le letture, sono semi. Solo il tempo lo saprà dire…

Basta, mi fermo perché molto di Te l’ho ricevuto negli anni dall’elettrodomestico più invasivo della casa e dal Tuo libro e non voglio risultare più banale di quanto le 12 domande già mi dipingano!

Grazie per la cortesia e la disponibilità!

Daniele Vidal

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