Intervista: Storia Popolare Del Calcio

Valerio Moggia ci propone un viaggio temporale e geografico tra le varie interazioni tra calcio e politica: il risultato è un libro di grande interesse. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come e quando nasce l’idea del libro?

È difficile dire una data precisa, per certi versi l’idea è sempre stata nella mia testa. Unisce alcuni dei miei principali ambiti d’interesse: la storia, la politica e il calcio. Allo stesso tempo è la prosecuzione e l’approfondimento del lavoro che porto avanti da qualche anno sul mio blog, Pallonate in Faccia: quella di raccontare il calcio in un’ottica universale, che va al di là delle epoche storiche, dei confini geografici, e ovviamente anche dei confini del campo da calcio

Come hai organizzato il lavoro di ricerca e quali libri/articoli ritieni indispensabili in materia?

Fortunatamente, molti delle storie le conoscevo già prima di iniziare a scrivere: me n’ero occupato per articoli scritti in passato, o ne avevo letto più o meno per caso grazie ai tanti validissimi autori che ho il privilegio di seguire online. Per le altre ho proceduto cercando di focalizzare alcuni eventi storici che ritenevo fondamentali, andando a indagare su eventuali legami con il mondo del calcio; quindi raccogliendo articoli o libri sul tema. Ma il merito principale va a quegli autori che dicevo prima: penso a Nicholas Gineprini, imprescindibile se si vuole leggere di calcio asiatico; i ragazzi di Sport Popolare e Minuto Settantotto, tra cui Edoardo Molinelli, che ha scritto due libri fondamentali in tema di calcio e politica (uno sulla nazionale basca e l’altro sui calciatori partigiani); Simone Cola, punto di riferimento in Italia se si parla di calcio di epoca vittoriana… Ma fare un elenco di tutto ciò che andrebbe letto è impossibile: già in questo momento, mi rammarico per i nomi che devo trattenermi dallo scrivere, per non trasformare questa risposta in un libro a sé. Per cui ne cito un ultimo: sembrerà strano, ma il vero testo fondamentale – non tanto come fonte, ma come approccio mentale – per me è stato uno che non parla di calcio, Storia del popolo americano di Howard Zinn.

Secondo te sono ancora possibili campagne di sensibilizzazione come quelle vasche e algerine volte? Oggi un calciatore può rinunciare alla gloria e ai soldi per l’amor di patria?

Non la metterei tanto sull’oggi, perché non voglio sembrare un nostalgico che parla del famoso “calcio che non c’è più”: anche all’epoca, casi di grandi campioni che mettevano a rischio la propria carriera per difendere una causa politica erano molto rari. Ma qualcosa del genere, bene o male può succedere: Griezmann ha rinunciato a un ricco contratto con Huawei a causa della questione uigura; certo non morirà di fame, ma ha preso una decisione non comune. Non si parla di amor di patria, ma quando Bosman fece causa al Liegi, di fatto si distrusse la vita e la carriera pur di vedersi riconosciuto un diritto. Tuttavia, penso che il mondo dovrebbe imparare a fare a meno dei martiri: è significativo che ci sia chi sacrifica qualcosa di importante per una causa, ma non significa che dobbiamo aspettarcelo da tutti.

Qual il tuo pensiero circa la politicizzazione delle curve? Ha ancora senso nei nostri giorni o si tratta di un mero scimiottamento?

La vera questione è se ha ancora senso la politicizzazione delle persone, perché alla fine la curva è un ambiente ben inserito nella nostra società, e in curva ci vanno persone di ogni tipo. Ritengo che la politicizzazione degli individui – o dei gruppi di individui – sia un fenomeno naturale; poi possiamo discutere sul verso di questa politicizzazione, e sulla specifica consapevolezza politica delle persone. Scendo nel dettaglio: può non piacerci il fatto che le tifoserie si stanno spostando verso l’estrema destra, ma sempre tenendo presente che è un fenomeno che riguarda l’intera società. La destra populista ha vissuto una forte crescita di consensi, negli ultimi anni, e ciò che vediamo negli stadi è un riflesso di ciò che avviene fuori.

Secondo le tue ricerche nel periodo post coloniale che ruolo ha avuto il calcio nelle ex colonie? È possibile tracciarne un trend?

È difficilissimo estrapolare un modello generale da un contesto geograficamente, culturalmente e anche cronologicamente così vasto. Il ruolo del calcio in India è lontano anni luce da quello in Algeria, per intenderci. Ma se guardiamo all’Africa sub-sahariana, qualche linea generale si nota, semplificando un po’. Le indipendenze dovevano segnare la nascita di nazioni africane forti e autonome, nell’economia come nello sport, ma questo non è successo: le ex-colonie francesi, portoghesi e inglesi presto hanno iniziato un declino economico che ha spinto molte persone a emigrare in Europa; i nuovi calciatori delle loro nazionali crescono qui e poi accettano di indossare la maglia della terra dei loro avi (a meno che non siano così forti da trovare prima spazio in una nazionale europea). Il confronto tra l’Algeria degli anni Ottanta e quella di oggi dice molto: Madjer è nato e cresciuto ad Algeri, ed è arrivato in Francia a 25 anni; Mahrez proviene dalla periferia di Parigi, e credo abbia visto l’Algeria per la prima volta nel 2014, quando ha ricevuto la prima convocazione in Nazionale.

Dal tuo libro emerge il ruolo silente avuto dalle istituzioni calcistiche verso le nefandezze di determinati regimi: credi che in tal senso fosse tecnicamente possibile comportarsi diversamente?

Bella domanda: cinicamente potrei dirti che la FIFA che accetta di giocare il Mondiale nell’Argentina di Videla è perfettamente coerente con la propria idea di calcio, uno spettacolo isolato dal mondo fuori dallo stadio, in cui ciò che importa è che l’evento si svolga in maniera efficace, puntuale e proficua. Però è vero che, da anni ormai, tutte le istituzioni del mondo democratico e progressista dimostrano grande imbarazzo di fronte ai delitti dei regimi. Casi come quello di Giulio Regeni e Patrick Zaki ne sono un perfetto esempio, tanto per l’Italia quanto per la Francia. Per quanto io possa criticare UEFA e FIFA, non posso veramente pretendere da loro un comportamento diverso rispetto a quelli dei nostri governi, per cui il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere una questione centrale.

Qual è secondo te il rapporto con il calcio dei nuovi partiti di destra populisti?

Bene o male sembrano tutti esservi collegati, anche se in maniera diversa. Il presidente della Liga spagnola Javier Tebas non fa segreto di essere stato un militante neofascista né, adesso, di sostenere Vox, e il suo è forse l’esempio più clamoroso in Europa. In Italia, per fortuna, abbiamo giusto Salvini che commenta il Milan. Nel 1998, Jean-Marie Le Pen criticava la Nazionale francese, che poi avrebbe vinto il suo primo Mondiale, perché secondo lui era piena di stranieri naturalizzati. In quanto partiti populisti, devono parlare del calcio, il tema più popolare del continente. Poi si potrebbe ragionare su come certe retoriche, certi slogan e certi modi di comunicare si siano spostati dagli stadi alla comunicazione politica della destra, ma sarebbe un discorso lunghissimo.

Cosa ne pensi della situazione turca e quali effetti può avere sull’attuale calcio?

Da tempo, ormai, la Turchia è un partner fondamentale dell’Europa: è un’economia forte, un paese che può fare da muro per i migranti che arrivano dall’Asia. È stato giusto criticare la UEFA per voler organizzare la finale di Champions League a Istanbul, ma ricordiamoci che l’Europa è legata a Erdogan anche politicamente, non solo nello sport. Ciò che voglio dire, è che anche in questo caso il problema è sociale, non è limitato alla sfera del calcio, e ci pone di fronte al solito quesito: cosa siamo disposti a sacrificare, per gli interessi economici? Un tema, per giunta, con cui mi pare che abbiamo avuto spesso a che fare in questi mesi.

In Italia i temi di immigrazione e razzismo sono sempre molto attuali e discussi: come mai le esperienze passate non hanno insegnato nulla in termini di valori?

Penso che sia perché non sono mai stati veramente affrontati. In generale, però, oggi viviamo un’epoca di forte conflitto: il razzismo, il sessismo, l’omofobia, il nostro passato coloniale, sono tutte questioni che vengono rimesse in discussione, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, che si scontrano con la chiusura di quelle più vecchie. Se lo studio della storia mi ha insegnato qualcosa, è che lo studio della storia non insegna nulla (a chi non vuole imparare, almeno): chi oggi difende i versi da scimmia contro i giocatori neri potrebbe tranquillamente condannare episodi di razzismo avvenuti trenta o quarant’anni fa, convinto che “oggi è diverso”. Il presente è sempre diverso, c’è sempre una scusa per spostare altrove le colpe, per minimizzare le responsabilità.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai a scrivere del connubio calcio/politica?

Spero vivamente di sì! Storia Popolare del Calcio vuole essere una sorta di manuale base di calcio/politica, che però lascia aperti molti spiragli. C’è un progetto che sto ultimando, che potrebbe rispondere a una delle domande che mi hai fatto prima: il rapporto tra le destre populiste europee e il calcio. Un progetto più legato all’attualità, ma che non si esime anche da un approccio storico.

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