Intervista: Michel Et Zibi

Con la consueta competenza Enzo D’Orsi ci propone una storia di amicizia tra due campioni diversi tra loro, ma uniti da un fortissimo legame. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Il rapporto tra Platini e Boniek è stato più forte in campo o fuori dal campo?

In campo, l’intesa tra Platini e Boniek fu immediata, direi spontanea. Fuori, anche. Negli anni, l’amicizia si è consolidata, ed è un fatto bellissimo, nonché molto raro tra grandi campioni, oltretutto di due Paesi diversi, per quanto legati dalla storia

Qual era il tuo giudizio sui due calciatori nell’estate del 1982? Era prevedibile una simile amalgama tra loro?

Nell’estata del 1982, prima del trionfo azzurro al mondiale, Platini e Boniek godevano di grande considerazione. Dopo la Spagna, l’immagine di Boniek era di un fuoriclasse irresistibile, dotato di grande velocità, grande potenza e grande tiro. Non va dimenticato che nella stagione precedenti, 80-81, aveva eliminato con il suo Widzew ai rigori la Juve. Suo, dal dischetto, il tiro decisivo, una cannonata sotto la traversa. Insomma, per i media, Boniek stava davanti a Platini. Quanto a me, ammiravo Boniek, ma conoscevo molto bene anche Platini, che agli occhi del pubblico aveva il torto di aver preso il posto di Brady, molto amato giustamente anche lui. I problemi per Trapattoni erano molti: non solo far coesistere i due stranieri, ma inserirli bene in una squadra che aveva già due punte del valore di Bettega e Rossi

L’assist di Platini a Boniek nell’andata contro l’Aston Villa rappresenta l’essenza della loro intesa?

Quell’assist illustra magnificamente la facilità con cui Platini sapeva trovare Boniek. E Boniek sapeva farsi trovare dal francese. Tuttavia, l’intesa tra i due è illustrata ancora meglio, a parer mio, dai lanci di cinquanta metri con i quali – soprattutto nelle sfide europee – Platini pescava Boniek mentre correva verso l’area avversaria. Non però vanno dimenticati anche gli assist di Boniek – che aveva una tecnica ragguardevole, non sempre apprezzata – per Platini, ne ricordo uno sontuoso a San Siro contro l’Inter nell’84 e un altro contro il Bordeaux a Torino. Boniek era inferiore a Platini, ma pur sempre un grandissimo giocatore.

Paolo Rossi è stato da punto di vista tecnico/tattico il centravanti ideale nell’intesa tra il francese ed il polacco?

Sì e no. Rossi, anche in virtù dei guai alle ginocchia sofferti in carriera, ha avuto un rendimento alterno nelle tre stagioni di Platini e Boniek. Certo, sapeva dialogare bene con i due, e lo si è visto in modo evidente nella stagione 1983-84, la migliore della coppia straniera, al di là dei successi ottenuti

Ritieni che Boniek avrebbe potuto segnare di più data la tecnica posseduta?

E’ una domanda che gli ho fatto spesso. Mi sembrava incredibile che uno dotato dei suoi mezzi segnasse abbastanza poco, soprattutto in campionato. Boniek, che era un ragazzo sveglio, mi ha sempre risposto di aver messo le esigenze della squadra davanti alle sue. A quei tempi, comunque, 31 gol in 133 presenze in tre anni, non erano pochi, soprattutto per un centrocampista. Tra i 9 gol e i molti assist, Boniek è stato il calciatore più determinante nelle coppe.

Come collochi Platini in un’ipotetica classifica dei più forti di sempre? Aveva un punto debole o migliorabile?

Stravedevo per Platini. Le graduatorie tra giocatori di epoche diverse sono sempre difficili. Per quello che ho visto io, dal vivo e in tv, a partire dagli anni Sessanta, tra gli europei metto Platini tra i primi tre, alle spalle di Cruyff e forse Beckenbauer. Tra i campioni di tutto il mondo, direi tra i primi dieci, al massimo quindici. I brasiliani, che pongono la tecnica al primo posto in ogni valutazione, hanno sempre esaltato Platini e poi Zidane, li consideravano all’altezza dei loro assi come Zico, essendo Pelé inarrivabile per tutti, così come Di Stefano.

Trapattoni ed il suo credo calcistico hanno in parte limitato l’estro della coppia?

Ecco una domanda senza risposta. Il calcio di Trapattoni era vincente in Italia. Bisognava adeguarsi. Platini e Boniek si adeguarono. Il francese sognava una squadra conquistatrice, spettacolare, costruita per vincere 3-2 e non 1-0, voleva – detto in sintesi – una mezzala in più e un mediano in meno, voleva più coraggio. Ma ha capito la realtà in cui era sbarcato. Certo nel calcio attuale, più votato all’attacco, immagino che si divertirebbe di più.

Sia Boniek che Platini si sono ritirati piuttosto presto: c’è una motivazione comune?

Allora, superati i trent’anni, un giocatore era considerato vicinissimo alla pensione. Platini e Boniek hanno giocato fino a quando hanno avuto stimoli e forza. Non va dimenticato che erano arrivati alla prima divisione giovanissimi, Platini esordì nel Nancy a 18 anni non ancora compiuti. Quindici anni di carrriera ad alto livello non sono pochi.

Al tempo stesso hanno avuto esperienze non positive e durature come allenatori: troppa personalità?

Allenare è un mestiere tremendo. Platini ha fatto bene il selezionatore, in un momento delicato in cui la federazione francese gli chiese aiuto. Non avrebbe mai guidato un club. Il suo era un futuro da grande dirigente, qual è stato fino al golpe con il quale il suo ex portaborse Infantino lo ha per ora eliminato. Boniek non ha avuto fortuna in serie A, è sceso di categoria, ha avuto una piccola esperienza da ct, poi ha scelto anche lui la strada del dirigente. E’ un uomo intelligente, non un maestro di calcio

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