Intervista: Storie Di Un Altro Calcio

Nel libro di Giovani Fusco si respira davvero il clima del calcio anni’80 e 90, attraverso 11 protagonisti di nicchia, ma davvero rappresentativi del periodo considerato.

Possiamo definire il libro un seguito o evoluzione di “L’Altro Calcio”?

La struttura è molto simile, ma questo secondo libro è più completo rispetto al primo. Il numero di pagine è superiore e viene lasciato molto più spazio ai ricordi e agli aneddoti dei calciatori.

Cosa ti appassiona di più del calcio anni’80 e 90?

La lista delle cose che mi appassionavano di quel calcio sarebbe lunghissima. Cosa mi manca di quegli anni? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le partite alla radiolina e 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Ovviamente era anche un’altra Italia, dove rispetto ad oggi regnava un’atmosfera completamente diversa. In realtà già a partire dagli anni novanta, soprattutto verso la metà del decennio, quel calcio con cui eravamo cresciuti si stava ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Iniziarono ad essere prese una serie di decisioni con cui furono inferti i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle Pay Tv con gli anticipi e i posticipi, alla sentenza Bosman e al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori .

Con che criterio hai scelto i giocatori protagonisti del libro?

Ho scelto quei calciatori che ho sempre ammirato non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per la loro personalità. Professionisti esemplari, che sono sempre stati amati dal pubblico. Ovviamente ho cercato anche quegli ex giocatori che avevano storie interessanti da raccontare, con le quali riassaporare il calcio di quegli anni.

Nel libro dedichi un capitolo al portiere Nicola Di Leo: credi che la figura dell’estremo difensore abbia perso un po’ di fascino rispetto al periodo da te considerato?

In Italia il ruolo di portiere ha sicuramente perso un po’ di fascino, ma anche perché dopo Buffon c’è stato un vero e proprio vuoto generazionale. Diciamo la verità: oggi in quel ruolo il nostro calcio non esprime fuoriclasse. Ci sono diversi buoni portieri come Donnarumma, Sirigu, Cragno, e Perin, ma a mio avviso mancano i grandi interpreti di una volta. Se pensiamo che nel 1998 i portieri della nazionale erano Peruzzi, Pagliuca e Buffon, ci rendiamo conto come il livello nel giro di vent’anni sia precipitato.

Pietro Mariani è passato progressivamente dal ruolo di attaccante a quello di difensore: nel calcio ipertattici di oggi c’è spazio per un simile cambiamento?

Oggi è sicuramente più difficile, anche se questi cambiamenti di ruolo avvenivano fino a qualche anno fa. Pensiamo a Zambrotta che da essere un tornante offensivo, nel Bari di Fascetti era spesso impiegato anche come attaccante, con Lippi diventò un terzino. Lo stesso Fabio Grosso, buon trequartista, fu trasformato da Serse Cosmi in un terzino sinistro. Sicuramente due grandi intuizioni.

Sei più affascinato dalla figura del bomber o da quella del talentuoso trequartista?

Sicuramente da quella del trequartista, anche perché oggi è un ruolo che praticamente non esiste più. In quegli anni anche le squadre di provincia avevano in rosa il classico trequartista, estroso sia in campo che nella vita. Erano proprio questi calciatori che ti facevano amare il gioco del calcio. Il numero 10 è una figura che manca terribilmente al calcio di oggi.

Nelle parole dei protagonisti ci leggi un po’ di rimpianto? Potevano avere carriere diverse?

Credo che nella vita di ognuno di noi ci siano dei rimpianti. Non sempre le cose vanno come avremmo voluto, a volte per colpa nostra, a volte per un pizzico di sfortuna, e a volte perché nella vita c’è anche una componente di casualità. E’ chiaro che nella carriera di un calciatore tutto questo è ancora più amplificato, perché è sufficiente un infortunio o un episodio sfortunato per mandare a monte una carriera. Credo che ad esempio le storie di Marco Negri, Stefano Carobbi e Pietro Mariani siano proprio l’esempio di quello che sto dicendo.

Hai già qualche idea per futuro progetti?

Mi piacerebbe scrivere un altro libro, ma questa volta credo che opterò per un’impostazione completamente diversa rispetto agli ultimi due. Mi piacerebbe scrivere alcune storie di quegli anni, che ormai sono state completamente dimenticate. Per ora è solo un progetto, ma spero possa tramutarsi in realtà.

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