Intervista: Città Stadio

Giorgio Coluccia ci conduce in un viaggio in 6 città inglesi coniugando la dimensione calcistica a quella storica e sociale del contesto, suscitando emozioni ed un po’ di nostalgia. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Possiamo definire il libro come un seguito di “Binario 15?”

Forse una costola, più che un seguito. L’idea è nata proprio mentre
scrivevo il primo libro, dal pellegrinare tra gli stadi inglesi e i luoghi
dell’anima dei loro tifosi. Gli stadi storici, quelli che fiuta “Città Stadio”,
conservano un patrimonio unico. Possono essere scomodi, poco
moderni, tutt’altro che avveniristici, ma ciò che trasudano Portman Road
o Ashton Gate – per fare un esempio – non lo troverete mai in quelli che
sono stati costruiti ieri, privati del contesto e di un legame viscerale con
la gente.

Roberto Gotta nella prefazione dice che il libro è un “viaggio che
balla tra tempo e spazio”: era questo il tuo obiettivo?

Sì, le parole colgono il senso perfettamente. Riportare alla luce
memorie e significati del vero calcio inglese, partendo dai quartier
storici e dai loro stadi, quelli che c’erano un tempo e ci sono ancora
oggi. Solidificati alla perfezione in una realtà unica al mondo,
nonostante il calcio moderno e le sue storture.

Credi che un tifoso dell’Arsenal abbia davvero assorbito il
passaggio da Highbury all’Emirates? Rituali e senso di
appartenenza intatti possono mitigare la perdita di radici e di
atmosfera?

Chi ha vissuto il prima e il dopo, non potrà mai assorbire il colpo. Il
tifoso dell’Arsenal, quando va allo stadio, ripercorre le stesse orme, vive
la stessa attesa nei luoghi di sempre, tra la solita birra e i soliti amici.
Ma alla fine svolta a destra e volta le spalle ad Highbury, alla storia di
intere generazioni. È così per tutti, non solo per i Gunners, perché
bisogna piangere anche Boleyn Ground, Roker Park, Victoria Ground,
Vetch Field, The Dell, Maine Road, The Den, Ayresome Park e tanti altri
impianti andati perduti per sempre.

Credi davvero che il tifoso sia visto ormai come un
consumatore/cliente dalle società calcistiche?

Purtroppo sì, quanto successo con alcuni stadi storici lo dimostra e si
prende gioco di tradizioni e storia. Perché uno stadio non vuol dire solo
calcio. È componente fondamentale di tutto l’intero quartiere, e con il
passare del tempo finisce per esserne plasmato, identificato con le
origini della propria gente e con tutto ciò che lo circonda. Distruggerlo e
portarlo altrove è un gesto senza perdono.

Esistono ancora giocatori come Alan Shearer in grado di
catalizzare l’affetto dei tifosi tanto da diventare un simbolo
?

I tempi magri dell’ultimo ventennio a Newcastle hanno amplificato
ancora di più la valenza e le gesta di Alan Shearer, un goleador di razza
a tutti gli effetti. Intorno a St. James Park tutto rimanda al figliol prodigo,
Città Stadio conferma questo amore incondizionato tra la città e il Leone
di Gosforth, lo si percepisce da come ne parlano i tifosi, dai ricordi che il
tempo non scalfisce nemmeno.

Nottingham è la città dove la separazione tra le due squadre ha più
aderenze con il contesto socioeconomico?

Sì, quello di Nottingham è il contesto più esaltante e pregnante per
l’anima del libro stesso. Appena 275 metri di distanza tra i due stadi, il
Trent Bridge è il fiume che li separa, ma allo stesso tempo scava un
solco profondissimo tra due quartieri vicini, ma completamente diversi,
lontani anni luce nello stile di vita, nelle condizioni economiche e nei
caratteri di chi ci vive. Ad accomunarli c’è solo l’amore per le rispettive
squadre.

Molto bello e significativo il capitolo su Bristol ed il Bristol City: i
Robins sono una mosca bianca per mentalità oppure un esempio
da seguire?

Il Bristol City si fonde con il suo distretto, con la sua gente, andando
oltre le semplici partite casalinghe e gli abbonamenti. Ha uno stadio da
vivere sette giorni su sette, rispetta la sua gente con molteplici iniziative
e attenzioni dedicate. Coinvolge proprio a livello occupazionale i suoi
tifosi, chiamandoli a raccolta con i rispettivi lavori nei giorni delle partite
(addetto alla sicurezza, alla biglietteria, alle pulizie etc.) e rifornendosi
da produttori e aziende locali per i suoi chioschi e ristoranti. Se non è un
connubio questo!.

Dei contesti da te trattati ce n’è uno al quale sei particolarmente
legato?

Tutti mi hanno trasmesso qualcosa, ma se proprio devo scegliere
prendo la peculiarità di Ipswich. Una realtà ormai lontana dai
palcoscenici che contano, ma con uno zoccolo duro invidiabile, sempre
presente nonostante le avversità. Ed è un posto quasi mistico, Portman
Road è lì dal 1884, restìo alle innovazioni e alle evoluzioni. È lì da
sempre, tutto intorno cambia, ma lui resiste con il suo carico di storia e
rituali.

Ci puoi anticipare qualche tuo futuro progetto?

Purtroppo la pandemia ha messo un freno a tanti propositi, ha
cancellato viaggi e nuove scoperte. Speriamo presto di metterla alle
spalle, forse per il Mondiale in Qatar del 2022 potrebbe schiudersi una
novità importante. Fingers crossed!.

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