Intervista: Cambiare Il Mondo Con Un Pallone

Il libro di Lorenzo Zacchetti ci permette di considerare il calcio nelle sue diverse dimensioni, analizzando le sue relazioni con i contesti sociali e politici di riferimento. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Ritieni il libro una prosecuzione del tuo percorso letterario con particolare riferimento a “Social Football”?

Senza dubbio, anche perché “Cambiare il mondo con un pallone” è la sua riedizione aggiornata. Ho optato per un titolo differente perché tra la prima e la seconda versione sono passati dieci anni, ho modificato buona parte dei contenuti e lo sviluppo dei social network è stato tale che il vecchio titolo sarebbe potuto risultare fuorviante. Diciamo che si tratta di una specie di “remix” di “Social Football”, ma è venuto meglio dell’originale!

Con il covid che sta stravolgendo le nostre vite e le nostre abitudini credi che il calcio sia usato politicante come “oppio” per la popolazione?

Inevitabilmente sì, ma non con un’accezione negativa. Se c’è un momento storico nel quale un po’ di “oppio” ce lo meritiamo davvero, è proprio questo. E mi riferisco soprattutto a noi italiani, che nel complesso durante la pandemia ci siamo comportati in maniera esemplare.
Un po’ di calcio ci aiuta a sopportare le restrizioni, così come l’inedita formula delle coppe europee durante l’estate ha parzialmente consolato le tante persone che non sono potute andare in vacanza. Il vecchio adagio “panem et circenses” è sempre valido, soprattutto oggi che il pane comincia a scarseggiare per tanti di noi. Anche per questo motivo alle squadre vengono applicati criteri di profilassi molto meno stringenti rispetto al resto della società, ma d’altra parte l’idea stessa di far proseguire il calcio – che essendo uno sport di contatto comporta un chiaro rischio di contagio – è già una scelta precisa. Questo, semmai, mi pare che ponga un problema etico non trascurabile. Anche perché in tutto ciò i calciatori sono in parte vittime e in parte complici.

Nel libro dedichi un capitolo al connubio Maradona-Che Guevara: nelle sue tante contraddizioni credi che El Pibe de Oro possa essere un esempio positivo?

Non credo che Diego abbia mai voluto esserlo, nemmeno quando le sue imprese calcistiche facevano sognare il riscatto sociale a tante persone nate in povertà. Certamente non ci ha mai provato quando, smesso di giocare, ha dovuto combattere i suoi demoni personali. Il Maradona sconfitto, sofferente, arrivato addirittura sul punto di morire giovane
è una figura letteraria molto più affascinante rispetto a quella del campione invincibile,almeno per me.
Tutti dicono che Maradona è stato meglio di Platini come calciatore, ma Michel è stato meglio come uomo. Credo di essere l’unico al mondo a sostenere l’esatto contrario e lo dico da ben prima che emergessero gli scandali che hanno stroncato la carriera di Platini come dirigente. Il mio punto di vista è chiaramente influenzato dal fatto di essere juventino
– e quindi Michel era il mio idolo d’infanzia – ma soprattutto dall’essere un uomo di sinistra, che non può che solidarizzare col Maradona politico, quello che gira con Fidel ed Evo Morales, attacca Bush e dice: “io sono tutto di sinistra, dal piede che uso in campo al modo di pensare”. E poi c’è l’aspetto iconico: il Maradona dipinto sui muri di Napoli, come quello
dipinto sul grande schermo da Kusturica, assomiglia davvero tanto al ritratto del “Che” fatto da Korda, ormai divenuto un brand. L’immagine di Diego è un simbolo che emoziona anche i ragazzini napoletani e argentini che non lo hanno mai visto giocare, ma che lo riconoscono, appunto, come emblema di un significato superiore.

Il calcio sudamericano rappresenta oggi il calcio più vero e più ancorato al tessuto sociale del suo continente?

La differenza fondamentale rispetto al calcio europeo sta nel fatto che vi girano molti meno soldi, quindi la modernizzazione dello sport e tutti i suoi effetti negativi procedono più lentamente. Però la tendenza è la stessa: anche da loro certi legami sono meno sentiti, così come anche da noi ci sono identificazioni che conservano la loro forza, come quelle del Celtic e dell’Athletic Bilbao con i rispettivi territori di riferimento.

Ritieni che il Barcellona attuale, con la sua dimensione multinazionale,sia ancora una valida rappresentazione della Catalogna?

Beh, mi pare proprio di sì. A fine settembre il presidente catalano Quim Torra è stato destituito dal governo centrale per non aver rimosso nel 2019 uno striscione favore dei leader indipendentisti e questo è solo l’ultimo capitolo di una storia che negli ultimi anni è stata molto turbolenta. Da sempre il Barça gioca un ruolo in queste vicende: a volte è solo simbolico, a volte decisamente più concreto, come ad esempio nell’intenzione, più volte ribadita, di vedere Pep Guardiola candidato alle elezioni politiche. La storia si ripete: non a caso il primo atto che le milizie del Generale Franco compirono una volta entrate a Barcellona fu dar fuoco alla sede del club azulgrana! Questo spiega molto dell’importanza dei “culè” per il loro popolo e, conseguentemente, della rivalità con il Real Madrid, un club che fin dal nome si rifà al potere centrale. Non è “solo” lo scontro tra due delle più forti squadre del mondo, ma una vera e propria questione di identità, radicata nel profondo della cultura spagnola. E catalana, perché sono due popoli distinti.

Oggi la politica sembra essere estranea ai calciatori: povertà di valori o paura di schierarsi?

Entrambe le cose. Non tutti i calciatori sono ignoranti e superficiali, ma anche quelli che hanno convinzioni piuttosto solide preferiscono non esternarle, visto che il mondo del calcio è frequentato davvero male. Prendiamo per esempio l’omosessualità: è del tutto ovvio che nelle squadre ci sia un certo numero di gay, così come nel resto del mondo, ma avendo a
che fare con sacche di sottocultura omofoba, retrograda e spesso anche di estrema destra, si capisce bene il motivo per il quale si preferisce ignorare l’argomento. In questo sono molto d’aiuto le ragazze del calcio femminile, che si muovono in un ambiente decisamente
più sano. Megan Rapinoe o la nostra Elena Linari non hanno avuto alcun problema dopo i loro coming out e mi auguro che questo possa spesso accadere anche tra i loro colleghi maschi. D’altra parte, va detto che il movimento “Black Lives Matter” ha ricevuto un ottimo supporto anche dai calciatori e questo è un buon segno. Aggiungo una cosa: tra le aziende,
si sta diffondendo sempre di più la “politicizzazione” del marketing, che sostanzialmente consiste nel prendere posizione di fronte ai temi sociai più scottanti. E’ un cambiamento netto rispetto al passato e, in un mondo nel quale Nike ingaggia come testimonial Colin Kaepernick dopo il suo duro attacco a Trump, è probabile che anche i calciatori siano più sereni nell’esternare le proprie idee politiche, senza il timore di perdere lo sponsor e i contratti pubblicitari. Spesso il silenzio su certi temi si spiega proprio così.

La stessa politica è invece presente nel contesto delle curve: simboli e coro di oggi scimiottano valori e credi passato o hanno una base concreta?

Le tifoserie organizzate, quelle che occupano militarmente le curve, sono un fenomeno antropologico assimilabile al concetto del “branco”. Al loro interno vi sono tante cose, compresi riti e simboli che magari non tutti capiscono, ma ai quali comunque si adeguano perché quella è la legge del gruppo. D’altra parte, anche nell’Italia di un secolo fa molti di
coloro che aderivano al fascismo non è che fossero poi molto più consapevoli: semplicemente, quello era lo spirito del tempo e, a fronte dei pochi che osavano ribellarsi, i più preferirono seguire la corrente. È la famosa “banalità del male” di cui parlava la filosofa Hannah Arendt.

Quanto manca un personaggio come Nelson Mandela al nostro povero mondo? Ritieni che la figura di Madiba sia molte volte trascurata?

Per me è un modello e ho pensato spesso a lui durante il lockdown, quando molti di noi (me compreso) si lamentavano del fatto di essere rinchiusi nei rispettivi appartamenti. Il pensiero di Mandela costretto per decenni in una cella nella quale era scomodo anche solo sdraiarsi, eppure rimasto sempre mentalmente lucido, mi è servito a ridimensionare molto il problema che stavamo affrontando. Più in generale, lo considero un eroe e un punto di
riferimento, anche per il lungimirante uso politico che ha saputo fare dello sport. Dovremmo imparare molto da lui. Essendo impegnato direttamente in politica cerco di dare un contributo su questo aspetto, ma francamente siamo molto indietro.Nella non facile convivenza nel calcio tra innovazione e tradizione da che parti ti schieri?
Credo che le storture portate dall’eccessiva commercializzazione del calcio siano sotto gli occhi di tutti, a partire da certe maglie veramente inguardabili. Tuttavia, non bisogna mitizzare il passato ed opporsi ai cambiamenti per partito preso. Prendiamo ad esempio la Serie A degli anni ’80: era il campionato più bello del mondo… ma non lo vedevamo! In
televisione veniva trasmesso solamente un tempo in differita, quando tutti già conoscevamo il risultato finale. Quindi, a parte le partite delle coppe europee, o si andava allo stadio o ci si accontentava degli highlights a “90° Minuto”. Adesso in TV ci sono partite ogni giorno ed è francamente troppo, ma a quei tempi ci siamo persi squadre fantastiche come la Roma di
Liedholm, il Milan di Sacchi, l’Inter del Trap, il Napoli di Maradona… E dire che una trasmissione identica alla “Diretta Gol” di oggi in Svezia esisteva già negli anni ’80!

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho alcune idee per dei nuovi libri, ma credo che serva una pausa. Per una serie di circostanze, “Cambiare il mondo con un pallone” è uscito in contemporanea a “Il candidato digitale” (un manuale elettorale scritto con Gianluigi Bonanomi) e soli tre mesi dopo “La resa” (scritto con Pierfrancesco Majorino sul dramma del Covid in Lombardia). La pubblicazione di tre libri in contemporanea è veramente un fatto insolito, soprattutto per chi, come me, si occupa anche di marketing! E’ stata una scelta controcorrente, ma sono
contento di averla fatta, in accordo con l’editore, perché i libri stanno andando bene. A parte questo, sul piano professionale ci sono molti progetti in cantiere, che richiederanno tempo e attenzione. Il 2021 sarà un anno elettorale sia a Milano che a Roma, cosa che mi coinvolgerà sia politicamente che come giornalista. Tuttavia, proprio perché siamo tutti su
questa giostra di impegni che si consumano velocemente, ogni tanto è bello e fermare dei pensieri che, grazie ai libri, possano essere analizzati e discussi con la dovuta calma. Per cause di forza maggiore, “La resa” è stato presentato esclusivamente con eventi in streaming. Mi piacerebbe davvero poter presentare gli altri due libri con dei veri e propri faccia a faccia. Speriamo che ce ne siano le condizioni.

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