Intervista: Pallone, Asfalto e Betoniere

Davvero bello e toccante il libro di Francesco Berlingieri, un reale e crudo affresco sul concetto di appartenenza e non solo. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nel complimentarmi per il libro ti chiedo quando è nata l’idea dello stesso

L’idea del libro è nata perché io so parlare di me stesso esclusivamente parlando di calcio o del contesto in cui vivo, della città in cui vivo. Io riesco a fare un’autobiografia esclusivamente così, attraverso una delle mie grandi passioni che è quella per il calcio, per il Foggia principalmente, poi il calcio in subordine.

Hai mai pensato che il tempo dedicato al calcio fosse sprecato visto gli interessi talvolta sporchi che lo sostengono?

Io sono convinto del fatto che soprattutto la mia generazione è quella che ha vissuto in maniera totalizzante il calcio dell’infanzia, quello di fine anni’80. Io credo e l’ho anche scritto che per rendermi appetibile questo calcio ho bisogno di sovrapporre le immagini dei giocatori della mia squadra a quelli della squadra dell’epoca e continuare a credere ancora di tifare per quella squadra mentre in realtà faccio il tifo per una copia sbiadita di ragazzini che non hanno niente a che spartire con quelli che sono stati i miei eroi dell’infanzia. Sono arciconvinto del fatto che noi siamo una forma di ostinazione, cioè noi siamo un modello di ostinazione, tutti ci sforziamo, sapendo cosa c’è alle spalle, di non vedere; il nostro essere innamorati ci porta ancora a stare sui quei gradoni e a tifare per quei colori, ma in realtà è chiaro che sappiamo perfettamente tutto. E’ come sapere che non esiste Babbo Natale ed aspettare Babbo Natale lo stesso.

La storia del calcio ricomincia ancora ogni qualvolta un bambino calcia un pallone? La frase di Borges è sempre veritiera?

Non lo so se ogni volta che un pallone viene preso a calci ricomincia la storia, non ci credo più particolarmente, perché in realtà io ho visto bambini giocare a pallone anche ieri sera ed è bello vederli giocare, però dietro a tutto ciò c’è una passione che deve essere raffinata, quella della parte istintuale dello scendere per strada a giocare, anche se lo fanno sempre meno. Poi c’è la parte di quando scegli di essere tifoso e non soltanto uno a cui piace dare due calci ad un pallone; quella cosa lì la vedo sempre più difficile da realizzare, perchè la generazione di quelli più giovani è un po’ strana rispetto alla nostra, probabilmente ha uno spettro di opportunità maggiori e probabilmente non riesce a rendersi conto cosa sia seguire una squadra di calcio. Io credo che il calcio sia di fatto ucciso e quelli che sono rimasti sono quelli che l’hanno conosciuto e ripetono che “vogliono ricordarlo così”, perché noi da bambini giocavamo e quanto giocavamo per strada eravamo Fabio Fratena o Barbuti, i giocatori del Foggia, questi di oggi non lo so cosa sono, quindi non so che cosa ricomincia. Probabilmente ricomincia, ma ricomincia una cosa che io non capisco.

Ha ancora senso parlare di “calcio provinciale” o più in generale di “mentalità provinciale”?

La Provincia è tutto, non so se ci sono squadre provinciali o è la mentalità, ma la mentalità di sicuro esiste, l’essere provincia è uno stato d’animo, è davvero un approccio un modo di vedere il mondo. A volte è grottesco, a volte è ridicolo, a volte fa sorridere di tenerezza o di rabbia, però il fatto di dover rapportare qualunque metropoli possibile e immaginabile al tuo “buco di culo di mondo dove sei cresciuto, alle tue abitudini al tuo baretto è un atteggiamento che io riconosco nei “miei simili”, in quelli cresciuti in provincia a prescindere dalla provincia. Lo riconosco in un veneto, in un piemontese del cuneese, in uno di Crema, così come lo riconosco in un meridionale.  Per dirti: ci sono stati i foggiani che hanno chiesto “where is the Friday” ad un poliziotto newyorkese, perché il Friday, cioè il venerdì, è il mercato rionale a Foggia. Questa cosa la dice lunga su come siamo legati alla mentalità della provincia. Poi aggiungi a questo il fatto che in realtà è come la Francia, cioè Parigi e poi tutta Provenza e noi la stessa cosa, perché la Provincia è gran parte di questo paese.

Esiste ancora il concetto di appartenenza in un’era di massima fruibilità del calcio in televisione o via internet?

Non è internet, sono le prospettive. Cioè quando il mondo che hai attorno è stimolante perché principalmente c’è un motore di  sviluppo della comunità che ti deriva dall’agire politico, quello crea un humus dove anche il concetto di appartenenza, di bene della comunità, viene rimesso in discussione e diventa dialettico. Allora tu continui a parlare continuamente con le persone e non è statico, è mobile, non è uno slogan; io oggi vedo tanti slogan più o meno tutti uguali, vedo una sorta di omologazione soprattutto all’interno di una cultura che in realtà un tempo era il massimo dell’antagonismo, nel senso che si opponeva a quello che era la vulgata dominante. Oggi vedo tantissimi slogan fini a se stessi, per cui “difendiamo la città” è diventato una sciocchezza, poi la città muore soffocata da 150 problemi e la disaffezione e la disattenzione del contesto è evidente: quindi è chiaro gli stessi che dicono che va difesa la città probabilmente non è vero che la difendono e questa mancanza è come, in tema di problemi recenti, la molla di una saracinesca. Se non c’è la politica a fare quella leva ed a portarti su, tu rimani fermo, il motore fa fatica a sviluppare un’ascesa e resti lì a ripetere slogan. Poi in realtà l’appartenenza vera è amore e odio, è lottare per modificare le cose e farle assomigliare a come dovrebbero essere, se non lo fai sei un uomo da slogan. C’è una differenza tra amare realmente e lo sbandiararlo.

Per citare uno dei capitoli del tuoi libro “il problema siamo noi” tifosi incalliti?

E’ assolutamente colpa nostra, ci siamo fatti derubare di una cosa che ci apparteneva, che ci rendeva protagonisti e non soltanto clienti passivi di uno spettacolo e adesso come tali sbraitiamo. Ci siamo fatti chiudere nelle gabbie, dalle gabbie proviamo a dimostrare di essere più indipendenti degli altri animali incarcerati come noi. Abbiamo perduto perché fondamentalmente maciniamo tutto e tentiamo di riportare in vita quello che è lo spirito originale, che poi riguarda noi stessi. Il barlume di speranza che io ho avuto durante il periodo peggiore del Covid, almeno della prima fase, era pensare che proprio i tifosi più accaniti, che hanno sempre giurato fedeltà massima alla propria squadra, erano anche gli stessi che ti dicevano “non si deve ricominciare”. Però si è ricominciato e si è andanti avanti comunque e quando si è arrivati al dunque noi ci siamo messi davanti alla televisione, cioè siamo noi il problema, non vogliamo rinunciare ad un hobby, chiamiamolo così, ad una passione che è totalmente virata rispetto all’originale. Nonostante questo non riusciamo a farne a meno, siamo una specie di tossici ed invece, per rivendicare il nostro, dovremmo far comprendere che sappiamo farne a meno che sappiamo fare a meno delle “dosi”.

Hai progetto futuro legati calcio?

No, progetti francamente non ne ho. Io spero di tornare alla stadio l’anno prossimo, perché purtroppo non posso al momento. E’ l’unico progetto reale. Per il resto i racconti e la narrazione sul calcio riguardano sempre un vissuto che più o meno va ad affondare le proprie radici in tempi lontani. Se il presente dovesse ancora offrire degli spunti che non siano nostalgia, malinconia, rimpianto, rimorso e via dicendo, allora si potrebbe ragionare.

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