Intervista: Sarri La Scommessa

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Con la consuete competenza Alfonso Fasano analizza dal punto di vista tattico la carriera di Maurizio Sarri, in un’ampia analisi che arriva alla nuva avventura alla Juventus. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come e quando nasce il tuo interesse per Maurizio Sarri e la sua proposta di gioco?

A cavallo tra la sua esperienza all’Empoli e il suo arrivo a Napoli, la squadra che ho seguito e seguo per passione e per lavoro. In realtà ho qualche ricordo non tanto di Sarri, ma della sua fama da/di innovatore, che risalgono ai tempi di Pescara, quando assaggiò per la prima volta la Serie B, nei primi anni Duemila. Diciamo che, un po’ come tutti, il suo arrivo in Serie A mi ha permesso di studiarlo in maniera costante, e da una posizione privilegiata

Ha senso parlare di Sarrismo o é un esagerazione mediatica/letteraria?

Questa è una delle chiavi del libro: ha senso parlare di Sarrismo solo guardando al campo, ed è una cosa che è sottolineata più volte, tra le righe e non solo, nei capitoli che abbiamo scritto io, Nicola Lo Conte, Alessandro Cappelli e Paolo Bordino – gli autori che hanno collaborato con me. Se parliamo di calcio e di tattica, il Sarrismo è un’ideologia molto poco italiana – citazione borisiana – perché fondata sull’aggressività difensiva, e sull’idea che ogni squadra sia in grado autodeterminarsi, qualunque siano i suoi valori tecnici. Per tutto il resto, secondo me, la figura di Sarri è stata caricata di significati che gli appartengono nel privato della sua ideologia, possiamo immaginarlo e non certo saperlo, ma che hanno poco a che fare con la sua carriera. O meglio: con la carriera di un professionista del calcio, soprattutto ai giorni nostri

A livello tattico credi sia più intrigante o innovativo il suo Empoli o il suo Napoli?

In assoluta franchezza: il suo Napoli è stata una delle squadre più interessanti da seguire e da veder giocare degli ultimi dieci anni, non solo in Italia. Paragonare quel triennio con l’esperienza di Empoli non ha senso, perché la qualità dei giocatori che Sarri aveva a disposizione a Napoli era decisamente diversa, molto più alta, e questo ha permesso a lui di divertirsi moltissimo. E noi appassionati ci siamo divertiti con lui

Come è riuscito nel Napoli a inculcare il suo credo in meno tempo rispetto all’esperienza londinese o quella attuale alla Juve?

Per me è stata ed è tutta una questione di calciatori: semplicemente, quelli del Napoli erano perfetti per attuare fin da subito le sue teorie. Quelli del Chelsea e della Juventus, invece, avevano e hanno abitudini, storia e dimensioni totalmente diverse, più grandi dello stesso Sarri: in queste condizioni non sarebbe stato facile per nessuno impostare e concretizzare una rivoluzione, figurarsi per un tecnico all’esordio con club di questo livello.

Le difficoltà incontrate alle Juventus credi dipendano dall’ego dei calciatori a disposizione?

Come ho detto sopra, secondo me non è una questione di ego, piuttosto di differenti predisposizioni influenzate dalle qualità tecniche e fisiche, e dalle conseguenti scelte tattiche fatte dagli allenatori che hanno preceduto Sarri alla Juventus. Per dirla in maniera secca: dopo otto anni di difesa bassa e posizionale, e di vittorie in serie, non è facile convincere Bonucci e Chiellini che può esistere un altro modo di interpretare la fase passiva.

Jorginho è il prototipo di playmaker Sarriano, mentre Pjanic ha faticato a calarsi nel ruolo: riuscirà Arthur a svolgere take delicato compito?

 No, non credo che sia stato preso per interpretare il ruolo di pivote davanti alla difesa. Per me, Sarri sta lavorando perché Bentancur occupi quello slot con continuità nella prossima stagione. Arthur dovrebbe essere una delle due mezzali accanto all’uruguaiano, lo stesso ruolo che ha occupato a Barcellona – anche se in un gioco molto diverso rispetto a quello che Sarri ha in mente per la Juventus

Qual’e la più pensante criticità che sta riscontrando a Torino?

La mancanza del numero di giocatori adatti per difendere (sempre) con baricentro alto, accorciando in avanti. In seconda istanza, l’assenza di un playmaker che faccia gioco muovendo non tanto il pallone, ma la propria figura: è grazie a questa capacità che Jorginho è stato fondamentale per Sarri, al Napoli e poi al Chelsea rendeva sincopato il possesso palla, alimentava la sensazione di dominio sugli avversari, di controllo della partita.

Credi che il suo carattere l’abbia limitato nella sua carriera, magari posticipando il suo arrivo ai grandi livelli?

No, io credo che il suo percorso sia stato solo più lento del previsto a causa della progettualità tutta particolare del calcio italiano, soprattutto quello delle serie inferiori. Un allenatore come lui, che prepara la squadra per principi e non sugli sviluppi di gioco, ha bisogno di tempo perché il suo lavoro possa portare dei frutti. In molte piazze non hanno avuto la pazienza di aspettare che le sue idee si manifestassero compiutamente sul campo, quindi il viaggio verso la Serie A è durato più di quanto le sue doti avrebbero meritato.

Vedremo mai un esterno di Sarri andare sul fondo e crossare per la testa della punta?

Certo, hai citato un’azione che non è stata molto frequente nella sua squadra più iconica e riconoscibile, il Napoli: in azzurro, Sarri aveva giocatori non proprio altissimi in avanti, quindi cercava il gol in maniera differente. Alla Juventus abbiamo visto (più) spesso questa dinamica, e non a caso aggiungerei: quando in area hai un attaccante come Ronaldo, cercare il cross per lui diventa una soluzione funzionale, intelligente.

Sarri verrà ricordato come un innovatore al livello di Michels, Sacchi o Guardiola, al netto delle vittorie?

Io credo di no, perché al momento non è ancora riuscito a compiere davvero la rivoluzione che ci aspettavamo facesse alla Juventus. Certo, questa è stata la sua prima stagione a Torino ed è stata anche molto anomala, quindi ha e avrà ancora tempo per provarci. Insomma, non è detta l’ultima parola. L’andamento di questa sua prima annata bianconera, però, ha mostrato come Sarri sia molto più elastico – e molto meno integralista – di come venga raccontato, in realtà lui in carriera non è mai stato davvero un dogmatico, e anche questo è un tema chiave del libro. Proprio per questo non vado oltre, e vi invito ad approfondire l’argomento con le parole che abbiamo scritto io, Paolo Bordino, Alessandro Cappelli e Nicola Lo Conte.

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