Intervista: Oltre I 90 Minuti

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Il libro di Francesco Fontana ci offre una visione del calcio lontana dai soliti interessi materiale, mettendoci nella condizione di riflettere. Ne abbiamo approfondito i temi con l’autore.

Come nasce l’idea del libro e come hai selezionato squadre e personaggi protagonisti dello stesso?

Il testo nasce inizialmente come tesi di laurea triennale in scienze dell’educazione per poi trasformarsi in seguito nel libro; la mia ambizione era che potesse mostrarsi oltre l’ambito accademico. Sono stato mosso da forti esigenze personali nella stesura di Oltre i 90 minuti: ho sentito forte il bisogno di legittimazione verso i valori in cui credo e ho cercato di scovarli nei campi di calcio, grande passione da anni; ho tentato di illuminare alcune realtà meritevoli che spesso non godono della giusta attenzione, rimanendo invischiate sotto il peso di blasoni ben più noti e soffocanti, coerente con l’idea per cui la scrittura ha il potere e il privilegio di dare dignità e sostanza alle storie che racconta; ho creduto fondamentale dare la possibilità a realtà periferiche di disvelarsi e mostrarsi; ho voluto, infine, tributare questo spaccato a tutti i ragazzi e le ragazze che incontro nel mio percorso professionale e che sono in grado di attuare davvero un calcio ruspante, denso. Le situazioni che ho selezionato sono quelle che ho sentito più vicine – come valori, storia, conoscenza – e quelle che mi hanno permesso di articolare il discorso secondo l’idea portante del libro: il calcio come fatto sociale totale che scardina l’arco temporale dei novanta minuti.

Red Star e St.Pauli hanno una mentalità tramandata nel tempo: credi possano essere esempio anche per realtà in essere? Si può “insegnare” una mentalità o un credo?

Credo che una mentalità non si possa affatto insegnare – e forse è anche un bene se pensiamo alle eventuali derive che ciò potrebbe scatenare – ma penso altrettanto che nel panorama sociale in cui viviamo sia fondamentale fare emergere storie altre, diverse, embrioni di cambiamento. Come scrivevo rispondendo alla prima domanda il compito di chi scrive – e di chi, ad esempio, lavora nel sociale – è quello di aprire porte e mondi e fornire la possibilità di identificarsi in modelli che reputa validi e infarciti di dignità. Ci è chiesto, certamente, di lottare contro le brutture, ma ci è anche chiesto di non tacere quanto di buono abbiamo intorno, anche sul manto verde e nelle immediate vicinanze.

Il 14 ottobre i calciatori turchi hanno salutato i tifosi con il saluto militare: in questo gesto c’è più paura dell’apparato politico o più ignoranza verso la questione kurda?

La questione è enorme e riconosco di non avere le competenze e la preparazione necessaria per affrontarla nel dettaglio; mantenendo però il focus sul calcio quello che penso è che sia un mondo fortemente omologante e normalizzante in cui le voci del dissenso sono ridotte quasi a zero – non capita forse così nella società tutta? –. Ancora una volta cito l’antifona per cui il calcio non è mai solo calcio per dire di come la nazionale turca altro non è che una delle protesi del regime di Erdoğan utile a imporre la sua immagine e la sua politica e ciò porta, ahinoi inevitabilmente, allo squallido teatrino di cui siamo stati testimoni; calciatori che per un misto di paura – ma soprattutto  –, ignoranza e completa mancanza di sensibilità e di interesse, reiterano un gesto dal retrogusto orrendo. La storia è maestra e questa non è la prima vicenda simile; basti pensare alla nazionale italiana vincitrice dei mondiali del 1934 e del 1938, era una diretta emanazione del regime di Mussolini. Voci di insubordinazione ci sono state e ci sono, ma si contano sulle dita di una mano: per citarne due; Bruno Neri all’epoca, Naki ora; le loro voci fuori dal coro sono state pagate a caro prezzo.

Tra le analogie tra calcio e guerra (Dal Lago) e calcio e rito religioso (Bromberger) per quali propendi e quanta paura ti fa la prima comparazione?

La mia idea è che il calcio incarni entrambi gli spiriti; bellico e sacro. Le realtà immaginifiche, e il calcio non ne è esente, sono nate anche per sublimare gli istinti più gretti dell’essere umano; non mi spaventa, pertanto, una certa analogia di fondo. Quello che mi inquieta è il mondo che gravita attorno a questo sport e che, per forza di cose, lo influenza. Il razzismo e le discriminazioni esistono e sono presenti malauguratamente in molto settori del vivere sociale; questo mi spaventa nettamente di più rispetto a una ritualità – a volte anche bellica – che caratterizza la competizione. Un parallelismo lo possiamo intravedere in una certa cinematografia o nell’universo videoludico, la violenza è spesso ingrediente cardine di questi prodotti: sta a noi essere consapevoli e discernere quella sublimata – che diventa a volte valvola di sfogo o esercizio di fantasia – da quella reale che ci circonda e che miete vittime.

Realtà come la Revolution Soccer Team di Firenze sono punti di forza nell’ardua lotta verso ogni discriminazione sessuale: come giudichi però il generale atteggiamento in tal senso nel mondo calcistico?

I fatti raccontano, come scrivevo prima, che il mondo del calcio è un mondo molto conservatore e omologante e in tema di parità di genere e lotta alle discriminazioni sessuali non fa eccezione; è indietro anni luce rispetto ad altri settori dell’intrattenimento. Certamente la società in cui è incastonato l’universo calcistico di cui stiamo parlando non brilla per particolare apertura e impegno, ma senz’altro il tema dell’omosessualità nel calcio è un tabù enorme. Pochi se non pochissimi i calciatori che hanno dichiarato pubblicamente la propria omosessualità mettendo a rischio la loro carriera e la loro vita: celebre il caso di Justin Fashanu, calciatore suicidatosi dopo gli attacchi ricevuti a seguito del suo coming out. E’ proprio di questi giorni la notizia di un calciatore di Premier League che ha dichiarato alla stampa di essere omosessuale ma di non volersi dichiarare pubblicamente per paura delle conseguenze; credo che anche questa vicenda ci dia la temperatura di come sia vissuto il tema dell’omosessualità nel mondo del calcio. Va sottolineato, però, che la rigidità e la ritrosia con cui si affronta questa tematica nel mondo del pallone è appannaggio dell’universo maschile, nel calcio femminile invece si dibatte maggiormente e si portano avanti battaglie importanti. Un esempio su tutti ci è dato dalla calciatrice statunitense Megan Rapinoe, la quale, durante la premiazione di migliore calciatrice dell’anno ha speso parole forti contro qualsiasi tipo di intolleranza e di omofobia invitando anche i suoi pari al maschile – Ronaldo e Messi tra gli altri – a fare lo stesso; schierarsi a fianco di battaglie sociali importanti. Storie come quelle della Revolution sono poche ma esistono e sono spiragli di speranza; pertanto vanno conosciute, raccontate, diffuse e supportate.

Che ruolo possono avere le scuole nell’inculcare valori sportivi positivi?

Come scrive Ivano Gamelli – pedagogista e docente universitario – lo sport non è a priori definibile come un fatto educativo positivo: dipende (solo in parte) dalle intenzioni, dalle modalità e dal contesto in cui si esprime. Credo quindi che la scuola abbia il compito di prendere pienamente consapevolezza del dispositivo potentissimo che ha tra le mani; certo non è semplice viste le esigue ore di educazione sportiva che hanno a disposizione gli insegnanti. Il percorso di reinvestimento di significato nello sport è un compito quindi che ci riguarda tutti, come educatori e cittadini, per scongiurare il rischio che anche lo sport – il calcio, nel caso del mio libro – si trasformi in un’ennesima occasione di segregazione e di esclusione.

Credi che l’avvento ed il proliferare dei social sia stato negativo in termini di educazione sportiva e calcistica in particolare?

In una rivisitazione dell’Odissea Baricco – di cui non sono assolutamente fanatico – scrive che per riportare Achille a casa dalla guerra servirà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite. Se ammettiamo quindi che stiamo parlando di creare un’attrattiva per il popolo degli internauti (penso inevitabilmente alle fasce più giovani della popolazione) dobbiamo essere consapevoli che l’attrattiva, appunto, va creata. La scuola e le società sportive spesso altro non fanno che svilire e sgonfiare questo dispositivo pedagogico rendendolo trito, noioso ed esclusivo; sono dell’idea che abbandoneremmo volentieri – metto dentro anche noi al fianco degli adolescenti di quartiere – i nostri device tecnologici se avessimo la possibilità di praticare più sport. E’ spiacevole prendere atto di come il calcio stia diventando sempre più una questione esclusiva; è costoso, impegnativo e se a questo si somma la mancata cittadinanza italiana l’iscrizione ad una scuola calcio si rivela, letteralmente, un’odissea. Non penso che i social siano da demonizzare e non credo abbiano responsabilità alcuna a livello di annichilimento dei fruitori; o meglio, la hanno dal momento che sono spesso l’unica attrattiva disponibile, e gratuita.

Secondo te torneremo a vedere un calcio poi vero? L’attuale sistema comandato dal denaro è destinato ad implodere?

L’attuale sistema – calcistico e sociale – è destinato ad espandersi e ad arricchirsi sempre più creando divari sempre più grandi tra i primi e gli ultimi; quello del calcio è un mondo che genera introiti miliardari e difficilmente potrà mai crollare. Le realtà che racconto sono purtroppo poche ma la speranza è che possano resistere e proliferare sempre più. Un esempio concreto che offre una ventata di freschezza e speranza è rappresentato dal calcio popolare – alla dimensione verticale delle società tradizionali si predilige l’orizzontalità –; questa credo sia una delle poche vie percorribili per tornare ad un calcio più accessibile e fedele alla sua vocazione popolare e inclusiva.

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