Intervista: L’Alba Delle Scudetto

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Il libro di Simone Manservisi è un’ottima occassione per conoscere la vita e la carriera del padre Pier Paolo, vincitore della scudetto con la Lazio del 1974 e personaggio molto interessante per l’epoca nella quale ha giocato

Come nasce l’idea del libro e quali obiettivi ti sei posto nella sua realizzazione?

L’idea nasce dal voler rendere omaggio all’uomo ancor più che al calciatore. Di libri in cui mio padre è più o meno protagonista ne avevo già pubblicati (“Sull’orlo di un dirupo”, “Far West Lazio” e “Di pare in figlio”) ma in questo in particolare volevo far risaltare le sue doti umane, che insieme a quelle tecnico-tattiche hanno dato un grande contributo a quella squadra di “pazzi”  per arrivare allo scudetto. Analizzando fatti, episodi e partite mi sono detto che pur non essendo stato tra gli attori principali nel 1974, senza di lui, forse, la leggenda della di Chinaglia non sarebbe stata possibile. Lo vedo come un ingrediente essenziale per la realizzazione di una torta perfetta, anche se di quell’ingrediente ne basta un pizzico. E poi trovo che sia una bella storia di sport, quindi mi auguro che venda qualche copia anche tra i non laziali.

È mai stato tentato di abbandonare la “gabbia di matti” che era la Lazio del suoi periodo?

Non ha mai pensato di abbandonare la “gabbia di matti”. Certamente il primo impatto fu traumatico, diciamo così, ma si abituò immediatamente. Uccellino sapeva adattarsi ai diversi ruoli sul campo così come si adattava ai nuovi compagni e ai nuovi ambienti nella vita di tutti i giorni

Pierpaolo Manservisi ha giocato in più ruoli ed in più posizioni in campo, aveva però un ruolo preferito?

Il ruolo dove si trovava meglio e dove si è divertito di più è senza dubbio quello di ala destra, pur avendo fatto molto bene anche come ala sinistra, terzino, marcatore e centravanti

Dopo la positiva esperienza nella marcatura di Gianni Rivera credi avrebbe potuto rilanciarsi nel ruolo di mediano?

L’exploit della marcatura di Rivera rimane un qualcosa di unico, anche se dopo quella partita Maestrelli gli fece marcare altri giocatori-chiave come ad esempio Bulgarelli nel Bologna. Ma non credo che si sarebbe potuto rilanciare nel ruolo di mediano. Era pur sempre un attaccante

Per la fine del suo rapporto con Tommaso Maestrelli può impuntarsi qualche colpa?

Lui non si imputa nessuna colpa. Avrebbe forse potuto chiedergli qualche spiegazione, ma con il suo carattere, convinto che dovesse essere il mister a spiegarsi per primo, non chiese mai nulla. Certo è che passare da una grande considerazione a una sorta di mobbing deve essere stato molto spiacevole. Anche se sapeva di non essere più titolare, gli sarebbe bastato un buon rapporto umano con Maestrelli. Venne invece escluso anche da questo oltre che dal campo. Credo sia stato un dispiacere più grande di quanto non dica.

Credi che nel talvolta brutto ambiente calcistico qualcuno si sia approfittato della sua generosità e della sua disponibilità?

Gli ho girato la domanda e dice che secondo lui nessuno si è mai approfittato della sua generosità e disponibilità. Era una persona seria e buona ma sapeva farsi rispettare da tutti.

La Lazio è nel suoi cuore, ma che ricordo serba del Napoli?

Di Napoli e del Napoli ha un ricordo ottimo. Si è probabilmente trovato meglio che a Roma, città e ambiente più soffocanti dal punto di vista calcistico. Sotto il Vesuvio si è trovato benissimo sotto tutti i punti di vista.

Cosa pensa del mondo del calcio attuale “uccellino” Mandervisi?

Il calcio di oggi, pur seguendolo, non gli piace. Quello italiano lo attrae sicuramente meno di quello inglese. Dal punto di vista tecnico lo trova noioso, con troppo possesso palla, tatticismi, fisicità. Ai suoi tempi c’erano più ripartenze, più uno contro uno; dice che adesso non c’è quasi più nessuno che salta l’uomo e va a crossare sul fondo. Vorrebbe poi parlare degli intrallazzi e di certe società che già ai suoi tempi cominciavano a inquinare il calcio nostrano ma si trattiene e dice: “meglio chiudere qui.”

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